[14-9-2016] Europa dei popoli o Europa dei vincoli?

di Riccardo Cabazzi, dottore in giurisprudenza, praticante avvocato, Università Bocconi

Gli esiti del recente referendum britannico, potenzialmente in grado di determinare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – condizionale d’obbligo dato che non vi è alcun dovere, da parte del Parlamento inglese, di notificare la decisione di lasciare l’UE secondo le procedure previste ex art. 50 TUE – fanno, in ogni caso, riflettere sulla generale percezione che i cittadini europei hanno, ad oggi, delle istituzioni dell’Unione.

Già lo scorso anno infatti, pur nel contesto ellenico, culturalmente ed economicamente molto diverso da quello britannico, gli elettori greci si erano opposti, sempre per via referendaria, all’approvazione del piano proposto dai creditori internazionali – e presentato da Commissione europea, BCE e FMI – in cambio di nuovi (e allora imprescindibili) supporti finanziari ad Atene, peraltro con una maggioranza piuttosto netta (61,31% di contrari a fronte del 38,69% di favorevoli).

Non è inoltre da sottovalutare l’ascesa, piuttosto trasversale nello spettro politico europeo, dei partiti nazionalisti, cosiddetti euroscettici, tra i quali si possono annoverare: il Fronte Nazionale – in Francia – la Lega e il Movimento 5 Stelle – in Italia – Podemos – in Spagna – e persino Alternative für Deutschland nella “virtuosa” Germania che, guidata dal carisma del cancelliere Angela Merkel, è stato certamente finora il Paese più influente nelle recenti (e spesso sofferte) decisioni di politica economica dell’Unione.

Quanto esposto fa quindi riflettere sulla carenza di fiducia riposta, da diversi cittadini degli Stati membri, sul processo di integrazione dell’Europa, percepita come un’organizzazione sovranazionale le cui regole sono spesso dettate da istituzioni di governanti e burocrati privi di una vera e propria legittimazione democratica, nonché sordi rispetto alle istanze avanzate dei governati. Le decisioni più importanti, specialmente in ambito economico, tendono infatti ad essere sempre più prese – anche a causa di situazioni emergenziali derivanti dalla crisi finanziaria in corso – dai vertici degli esecutivi dei singoli Stati o da tecnocrati di istituzioni sovranazionali, senza tuttavia un diretto coinvolgimento dei consociati e, anzi, a volte, in contrasto con le loro volontà e interessi.

Pertanto, l’immagine che ne deriva è quella di un Europa dei vincoli, del rigore e dei sacrifici. Basti pensare, a tal proposito, al trattato noto come fiscal compact (peraltro mai sottoscritto dal Regno Unito) che prevede l’obbligo per i Paesi contraenti di perseguire il pareggio di bilancio, alla persistente vigilanza europea sugli enti creditizi dei singoli Stati, oltre che alla concessione di aiuti finanziari ai Paesi c.d. “deboli”, avvenuta solo in subordine all’implementazione, da parte di questi, di misure di austerity e di incisivi tagli ai loro sistemi di welfare.

Se quindi tali restrizioni hanno tentato, da una parte, pur con risultati discutibili, di avviare nei singoli Stati membri delle riforme che consentano alle generazioni future di non pagare i debiti di quelle passate – e in quest’ottica si può spiegare il fatto che nel referendum sulla Brexit sia decisamente prevalso, tra la popolazione giovane, il “remain” sul “leave” – dall’altra hanno concorso ad ampliare il sentimento euroscettico di molti cittadini, che, già nel 2009, costrinse all’abbandono del progetto di una Costituzione Europea (gli elettori francesi e dei Paesi Bassi, chiamati ad esprimersi in via referendaria, votarono infatti “no” alla ratifica del relativo trattato).

In conclusione, è attualmente difficile prospettare una soluzione per uscire dalla situazione di impasse al difficile completamento del processo di integrazione dell’Unione. Restano tuttavia invariate le finalità storico politiche su cui questa si è fondata, ovvero – oltre alla creazione del mercato unico – “la promozione della pace, dei suoi valori e del benessere dei popoli, il contrasto all’esclusione sociale e alle discriminazioni, la promozione della giustizia e delle protezioni sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra generazioni, la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri” (art. 3 TUE); pertanto, solo se l’Europa riuscirà a farsi promotrice anche di tali valori, oltre a quelli dell’austerità e del rigore – pur a volte necessari – potrà acquisire un più ampio consenso democratico, certamente necessario a vanificare le frenanti correnti nazionaliste. In sintesi, è da auspicarsi un’Europa che si affermi non solo come impositrice di vincoli, ma anche, e soprattutto, quale democratica unione di popoli

[6-4-2016] Può il Consiglio dei Ministri rifiutarsi di avviare trattative con un’associazione ai fini dell’intesa Stato–confessioni religiose?

di: Riccardo Cabazzi, praticante avvocato, dottore in giurisprudenza, Università Bocconi

Il tema della libertà religiosa, di stretta attualità politica e mediatica, è stato oggetto di diverse recenti pronunce giurisprudenziali; una su tutte la numero 63/2016 con cui la Consulta ha “bocciato” alcune disposizioni della legge regionale lombarda 2/2015, c.d. “anti moschee”, la quale imponeva dei limiti piuttosto stringenti alla costruzione di tali edifici di culto nella Regione. Giova allora ricordare che il nostro ordinamento è caratterizzato dal principio della laicità, imparzialità ed equidistanza rispetto a qualsiasi professione religiosa: l’articolo 8 della Costituzione, infatti, ne afferma l’eguale libertà (comma 1) e la piena autonomia organizzativa (comma 2). Inoltre, il terzo comma della disposizione (rilevante nel caso di specie) prevede la possibilità, per lo Stato, da una parte, e per le confessioni religiose, dall’altra, di concludere intese bilaterali; sulla scorta di queste, il Parlamento ne può quindi regolare i rapporti, mediante legge, dando così rilievo ad eventuali esigenze proprie di gruppi religiosi diversi da quello cattolico.

La sentenza della Corte Costituzionale 10 marzo 2016, n. 52, origina quindi dalla “pretesa”, avanzata dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), di essere riconosciuta quale associazione parificabile a una “tradizionale” confessione religiosa, al fine di essere legittimata alle trattative per le predette intese (cui controparte – per lo Stato – è il Consiglio dei Ministri). Tuttavia il CDM, ritenendo che la professione di ateismo non potesse in alcun modo essere assimilabile a una confessione religiosa “tout court”, decideva di non intavolare con l’UAAR alcun negoziato. In contrapposizione a questo diniego, il Consiglio di Stato, adito dall’associazione, ne riteneva invece obbligatorio almeno l’avvio, pur riservando al Governo la facoltà di scegliere se concludere o meno un’intesa. Sulla stessa linea, la Cassazione, cui era successivamente ricorsa la Presidenza del CDM (ex articolo 111 comma 8 Costituzione) ritenendo che il giudice amministrativo fosse andato con tale decisione oltre i limiti del proprio potere decisorio, affermava che l’immotivato rifiuto a trattare con l’UAAR si poneva in contrasto con i principi costituzionali sui diritti di libertà religiosa. Alla Presidenza non rimaneva allora che sollevare conflitto di attribuzione con la magistratura dinanzi alla Consulta, continuando a ritenere che l’opposto diniego non pregiudicasse la sfera giuridica dell’associazione e che questa non vantasse alcun diritto all’avvio dei negoziati.

La Corte risolve tale conflitto in favore del CDM, ritenendo, anzitutto, che la mancata stipulazione di un’intesa tra lo Stato e un’organizzazione di culto non lede, di per sé, il diritto alla libertà religiosa in forma associata, la quale rimane comunque garantita in modo ampio dalla Carta (articoli 18-19). Pertanto, a maggior ragione, non può ledere tale diritto nemmeno il mancato avvio di trattative tra i due, tanto più che non è affatto garantito il raggiungimento di un conclusivo accordo bilaterale.

Precisa inoltre la Consulta che la valutazione del CDM sull’opportunità di avviare tale negoziato è una scelta che implica apprezzamenti di evidente opportunità politica, tali da ricondursi alla responsabilità del Governo: “spetta al Consiglio dei Ministri valutare l’opportunità di avviare trattative con una determinata associazione […] Di tale decisione il Governo può essere chiamato a rispondere politicamente dinanzi al Parlamento, ma non in sede giudiziaria”. In altri termini, il diniego impugnato dall’UAAR è, secondo la Corte, un atto di indirizzo politico, di responsabilità del potere esecutivo e su cui il giudice amministrativo non può esercitare alcun controllo. Diversamente, risulterebbe invaso uno “spazio” del Governo cui spettano appunto le scelte politiche (ex articolo 95 Costituzione). Pertanto il diniego alle trattative, diversamente da quanto ritenuto dal Consiglio di Stato, non può intendersi come mera opinabile valutazione dell’Amministrazione rientrante nella “sfera” della sua discrezionalità.

In conclusione, la sentenza sembra avere un particolare pregio, ossia quello di evidenziare, in un contesto giurisprudenziale non sempre ben chiaro a riguardo, che una cosa è la funzione di indirizzo politico, altra quella amministrativa, così ribadendo che: “il potere politico deve occuparsi della funzione di indirizzo politico e di controllo attraverso l’azione di Governo, mentre il potere amministrativo deve esercitare funzioni gestionali e amministrative attraverso i propri funzionari.”