[18-05-2011] Un Testamento bio (il) logico e incostituzionale

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Universitá di Genova

Ci risiamo. Ecco che il Parlamento ci ripropone la trama di un film già visto. Riprende oggi alla Camera dei Deputati la discussione sulla c.d. legge sul Testamento biologico, già approvata in prima lettura dal Senato il 29 marzo 2009. E già si parla, in caso di sua approvazione definitiva, di referendum. O, più probabilmente, sarà la Corte costituzionale, non apppena ne avrà l’occasione, a smontare pezzo per pezzo questa legge nel tentativo di renderla conforme a Costituzione. Dove abbiamo già visto un film simile? All’indomani dell’approvazione della legge n. 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Io, allora, ero contraria al referendum, poiché pensavo che la materia fosse troppo delicata e tecnica per poter essere sottoposta a un quesito referendario. Il referendum, com’era prevedibile, non raggiunse il quorum e il Parlamento, da lì in poi, si è completamente disinteressato della legge. Soltanto la Corte costituzionale è tornata di tanto in tanto a occuparsene, e col tempo ha riportato la legge n. 40 nell’alveo di una maggiore compatibilità con la Costituzione.
La stessa sorte si pensa che toccherà anche alla legge sul Testamento biologico, qualora essa venisse approvata così com’è. Un’altra legge che tocca il piano etico e morale delle persone, di fronte alla quale il Parlamento non ha saputo trattenersi dal compiere scelte di valore, che non solo ci allontano dal dettato costituzionale, ma ci riportano indietro di almeno quarant’anni, al tempo in cui si pensava che la libertà di cura del medico dovesse prevalere sulla libera autodeterminazione dell’individuo. Oggi, ormai, la giurisprudenza è concorde nel riconoscere il diritto del paziente di rifiutare le cure mediche che gli vengono somministrate, anche quando tale rifiuto possa causarne la morte, conformemente agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione. Al Parlamento si chiedeva soltanto di rendere effettivo tale diritto anche nei casi di perdita di coscienza, consentendo a tutti di dettare anticipatamente le proprie volontà terapeutiche.

La risposta è stata una scelta pressoché assoluta a favore della vita. L’intenzione di fondo potrebbe apparire nobile e condivisibile, ma così non è. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i diritti fondamentali sa infatti che all’assolutizzazione di un diritto fa sempre da contraltare la limitazione di un altro diritto, che non per questo diventa meno importante. Nel caso della legge (rectius: per ora ancora disegno di legge) sul Testamento biologico a essere inesorabilmente limitato sarebbe il principio di autodeterminazione rispetto ai trattamenti sanitari, in base al quale ogni persona dovrebbe essere libera di scegliere le cure ritenute più conformi alle proprie convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche.
Qualora la mia attività cerebrale dovesse cessare irreversibilmente, io riterrei giunta al termine la mia stessa vita. Rabbrividisco all’idea che una legge del Parlamento potrebbe imporre al mio corpo fisico di continuare a vivere. E come me, credo, siano in molti a rabbrividire.

[20-02-2011] Chi dice donna dice danno?

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

Nell’ultima settimana mi è capitato spesso di pensare a Olympe de Gouges, l’autrice francese che nella Parigi rivoluzionaria del 1791 diede alle stampe la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, cioè una sorta di risposta al femminile alla ben più famosa Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, che tanto avrebbe influenzato la concezione dei diritti fondamentali soprattutto nell’Europa continentale fino ai giorni nostri. Invece, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina fruttò a Olympe de Gouges non più della condanna capitale a mezzo ghigliottina nel 1793.

Il Preambolo della Dichiarazione di Olympe de Gouges, con un tono che oggi suona forse un po’ retorico, si apriva con la seguente frase: Homme, es-tu capable d’´être juste? C’est une femme qui t’en fait la question; tu ne lui ôteras pas du moins ce droit (“Uomo, sei tu capace di essere giusto? É una donna a chiedertelo: questo diritto, almeno, non glielo toglierai”). Dietro la parola giustizia si celava la rivendicazione, forte, di un principio di eguaglianza formale tra uomini e donne, cioè l’eguaglianza davanti alla legge e nella società. Si invocava la fine delle discriminazioni che avevano come unica ragion d’essere la diversità biologica di tipo sessuale tra uomo e donna. Ma, a mio avviso, le suggestioni più forti di quella Dichiarazione si trovano nella parte conclusiva, quando la de Gouges dice: Femme, réveille-toi; le tocsin de la raison se fait entendre dans tout l’univers; reconnais tes droits (Donna svegliati! La campana a martello della ragione si fa udire in tutto il mondo; riconosci i tuoi diritti).

Ecco perché, dopo la manifestazione di domenica scorsa, che ha visto sfilare insieme, alcune in modo fisico e altre soltanto idealmente, donne (e uomini!) di ogni età non solo in Italia, ma anche in molti altri Stati del mondo, mi è tornata in mente questa frase. Perché le donne si sono all’improvviso risvegliate e a gran voce hanno detto no a un modello nel quale non si riconoscono. Non che prima dormissero, tutt’altro. Però, forse, si erano un po’ assopite nella loro quotidianità fatta di ruoli molteplici, gran parte dei quali portati avanti quasi contemporaneamente e legati all’essere madri, figlie, sorelle, fidanzate, mogli o conviventi oltreché lavoratrici, spesso sia fuori che dentro le pareti domestiche.

Non è questa una gara tra donne e uomini come, d’altra parte, hanno ben compreso i molti uomini che domenica scorsa hanno sfilato insieme a moltissime donne nelle vie delle principali città italiane. É invece, piuttosto, soltanto un modo per chiedere di darci più fiducia, lasciando che proprio dalle donne scaturisca la nuova linfa che può, e deve, rivitalizzare la nostra Nazione. Fatta di donne e uomini, senza separazioni e senza barriere, nel rispetto reciproco. Uso volutamente il termine Nazione perché, contrariamente a ciò che qualcuno ci vuole far credere, la Nazione non è data una volta per tutte, ma è soggetta a un’evoluzione continua sotto la spinta del divenire storico e sociale. E allora ben venga una Nazione fatta di donne e di uomini, di cittadini italiani e di stranieri, non a caso tutti insieme proprio nella manifestazione di domenica scorsa.

E chissà che la conclusione più degna di quello che potremmo definire un affaire italienne au féminin, considerato il numero di donne che il fato ha voluto riunire con ruoli diversi in questa deprimente vicenda istituzionale, non consista proprio nello scegliere un candidato donna alla futura Presidenza del Consiglio.

Ma, purtroppo, nell’Italia del 2011, questa idea sembra suscitare ancora a molti un non so che di scandaloso. Quasi come la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges nella Francia del 1791.

[18-01-2011] Il saluto fascista può essere goliardico?

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

In questi giorni Genova sembra essere diventata l’epicentro di grandi e piccoli terremoti istituzionali. Vive qui, infatti, Ruby, la ragazza marocchina che con le sue dichiarazioni rischia di costringere alle dimissioni il Presidente del Consiglio italiano, accusato di reati molto gravi dalla magistratura. Proprio oggi, invece, è stata resa pubblica la fotografia di Giovanni Arena (Pdl), Assessore nel Comune di Rapallo, immortalato mentre imita il saluto fascista insieme a dei nostalgici della Repubblica di Salò, alcuni dei quali sfoggiano tanto di uniforme sventolando la ben nota bandiera. Ciò accadeva il 28 aprile del 2010, vale a dire nel 65° anniversario della morte di Benito Mussolini. I due avvenimenti, apparentemente lontani l’uno dall’altro, mostrano invece un profilo comune. Anche la vicenda di Rapallo vede infatti come protagonista un esponente delle Istituzioni il quale – chiamato a rispondere di un comportamento che, oltre a essere istituzionalmente deprecabile, rischia anche di avere un rilievo penale – si difende in maniera grottesca – quasi stupito – rimanendo saldamente al suo posto.

Eppure risale al 20 giugno 1952 la legge n. 645 che dà attuazione alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione la quale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In particolare l’art. 4, c. 2 di questa legge prevede che il reato di apologia del fascismo vada contestato a “chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”. La Corte costituzionale nella sentenza n. 1 del 1957 ha poi ristretto l’ambito di applicazione dell’art. 4 al fine di renderlo compatibile con l’art. 21 Cost. sulla libertà di manifestazione del pensiero, dichiarando che “l’apologia del fascismo, per assumere carattere di reato, deve consistere non in una difesa elogiativa, ma in una esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista”.

Più di recente, però, la prima sezione della Corte di Cassazione ha avuto modo di occuparsi del “saluto fascista” (sent. n. 25184 del 2009) in un caso riguardante un tifoso ultrà che, dopo essersi prodigato in tale gesto, aveva dichiarato di averlo fatto con intenti scherzosi. La Cassazione, nel ribadire la condanna, ha dichiarato che il “saluto romano” costituisce una manifestazione esteriore, che rimanda, per comune nozione storica, all’ideologia fascista, e quindi ad una ideologia politica “sicuramente non portatrice dei valori paritari e di non violenza, ma, al contrario, fortemente discriminante ed intollerante”, ad un regime totalitario che ha emanato, tra l’altro, leggi di discriminazione dei cittadini per motivi razziali (in questo vi è anche un richiamo alla legge n. 205 del 1993, cioè alla c.d. legge Mancino).

Certo, ben ci si potrebbe domandare come mai l’allegra vivacità di un ultrà calcistico debba essere sanzionata, mentre il gesto goliardico – come lui stesso l’ha definito – di un Assessore comunale della Repubblica italiana dovrebbe restare impunito. Ma rispondere a tale interrogativo non è compito nostro, spettando, semmai, alla magistratura.

Ciò non toglie, tuttavia, che simili comportamenti dovrebbero almeno dare origine alle immediate dimissioni di chi li ha posti in essere, il tutto corredato da un più che solido apparato di scuse. E a nulla dovrebbe valere il fatto che – come dichiara sempre l’Assessore – la foto riguarderebbe un contesto privato, non soltanto perché è pubblico il luogo dove è stata scattata (la scalinata di una chiesa), ma anche perché il confine tra pubblico e privato di un esponente delle Istituzioni è inevitabilmente più sottile di quello riconosciuto a qualsiasi altro cittadino che non ricopra cariche definite, non a caso, pubbliche.

Invece, non solo tutto questo non accade, ma lo stesso Assessore arriva a sostenere che quello nella foto non sarebbe un saluto fascista ma soltanto un “ciao con la mano”, travisato a causa di uno sfortunatissimo “fermo immagine” che avrebbe ritratto ben otto persone con il braccio destro e le punte delle dita ben tese verso l’alto nel medesimo, precisissimo istante. Ma per favore!

[12-01-2011] M. Gelmini, Lezioni di diritto costituzionale

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

Ascoltare la signora Mariastella Gelmini che dà lezioni di diritto costituzionale al prof. Stefano Rodotà “non ha prezzo“, si potrebbe dire, parafrasando lo spot televisivo di una nota carta di credito. Il diritto costituzionale è infatti materia difficile e complessa e, perciò, una certa indulgenza non si nega a nessuno. Un’eccezione a tale benevolo atteggiamento riguarda però il Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca dal quale, proprio per la posizione istituzionale che ricopre, ci si aspetterebbe un grado di conoscenza della Costituzione di livello almeno pari a quella richiesta a uno studente universitario del primo anno. Ciò che invece non si può davvero perdonare né alla signora Gelmini, né al Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca è la mancanza di educazione nel rivolgere parole offensive e toni sprezzanti a un distinto signore che, ancor prima di aver dedicato allo studio e alla ricerca gran parte della sua vita, merita rispetto innanzitutto come persona e, poi, anche in ragione della sua età.

Ma c’è di peggio. Infatti, vedere il Presidente della Regione Piemonte che sorride in maniera divertita sentendo parlare della Costituzione come “patto fondativo della società” e, addirittura, si lascia andare a uno sbuffo, nel momento in cui viene menzionato l’art. 3 della Costituzione sul principio di eguaglianza, toglie ogni spazio al sorriso e provoca soltanto malumore. Se, infatti, com’è fuor di dubbio, l’importantissimo compito di dare attuazione alla Costituzione spetta innanzitutto a coloro che incarnano le Istituzioni della nostra Repubblica, l’isofferenza che alcuni di essi manifestano anche al solo sentirla nominare, ci porta a concludere che qualcosa non torna. É l’anticamera di un pragmatismo senza principi incontestabili cui ancorarsi, che rischia di degenerare in un vero e proprio caos in cui non si sarà più capaci di dare il giusto ordine alle cose.

E allora ben venga la sentenza della Corte costituzionale sul legittimo impedimento che, se è vero che non produrrà alcuna conseguenza immediata dal punto di vista pratico, farà almeno discutere per qualche giorno di principi costituzionali e questo indipendentemente dalla sorte che toccherà alla legge che ne costituisce l’oggetto.

Speriamo soltanto che, con tutto questo parlare di Costituzione, a qualcuno dei lavoratori di Mirafiori non venga voglia di prenderne in mano una. In tal caso, infatti, leggendo l’art. 41 scoprirebbe che l’iniziativa economica privata, ancorché libera, dovrebbe svolgersi in modo da non recare danno alla libertà e alla dignità umana. Ma c’è chi afferma che il referendum a opzione unica che si terrà nei prossimi giorni sia il prezzo da pagare alla modernità. Peccato che la merce di scambio sia, ancora una volta, un pezzo di Costituzione.

[15-12-2010] Il Parlamento non è uno stadio, o forse si?

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

Se un eremita, dopo avere vissuto tutta la sua vita appartato dal mondo, avesse deciso di ritornare proprio in questi giorni, accendendo la radio o la televisione avrebbe pensato di trovarsi nel bel mezzo di un’epocale competizione agonistica tra due atleti, Berlusconi e Fini, collegata a un nuovo tipo di sport, chiamato votazione della mozione di sfiducia, a metà strada tra il gioco individuale e quello di squadra.

Sede della gara l’Aula di Montecitorio gremita di tifosi, o almeno di che sono riusciti a entrare grazie alla legge elettorale che li ha muniti della particolare tessera del parlamentare, mentre gli altri sono rimasti  fuori, in trepidante attesa. A turno, i tifosi-parlamentari declamano il proprio sostegno a favore dell’uno o dell’altro sfidante, finché non diviene palese il risultato finale: Berlusconi è il vincitore innegabile della giornata e Fini il grande sconfitto. Così, almeno, dicono tutti i telegiornali della sera che, pressoché all’unisono, rendono omaggio al vincitore.

Subito si inizia a sentir parlare di vittoria personale dell’uno e di sconfitta dell’altro, di v-day e di ko, di rockstar che risplendono contrapposte a nebulose che non brillano più, di traditori – di venduti, sarebbe forse il caso di dire – e di traditi, di chi salirà trionfante sul podio già allestito da Bruno Vespa e di chi non potrà far altro se non rientrare nei box per riparare i danni subiti. Insieme si odono le clamorose manifestazioni di gioia dei tifosi in delirio accanto ai volti delusi degli sconfitti. Ma – e chi nella sua vita è entrato almeno una volta in uno stadio di calcio lo sa bene – c’è sempre qualcuno che, preso magari dalla foga del momento, si lascia andare a turpi parole al solo scopo di sbeffeggiare il perdente e i suoi sostenitori. Di solito, quando le tifoserie si trovano fianco a fianco, atteggiamenti simili provocano scontri fisici e, per non contravvenire al cliché, i nostri tifosi-parlamentari non ci hanno fatto mancare neppure un bel – si fa per dire – tafferuglio finale.

Esiste un confine tra linguaggio giornalistico e monolinguaggio che tratta tutto allo stesso modo, usando le medesime parole ed espressioni per descrivere la vittoria – quella sì, per davvero – di una squadra di calcio o di una corsa automobilistica e il risultato della votazione di una mozione di sfiducia al Governo da parte del Parlamento.

Purtroppo, da un decennio a questa parte, una politica sempre più spregiudicata e arrogante ha abbattuto, una dopo l’altra, le barriere costituite dalla responsabilità sotto tutte le sue forme, dalla moralità, dal senso del limite nonché da quello del pudore. Giustamente, parafrasando la Costituzione, bisogna continuare a pretendere che tutti coloro cui sono affidate funzioni pubbliche, parlamentari in testa, le adempiano con disciplina e onore (!). Ma un dovere analogo incombe anche su coloro che descrivono, interpretano e documentano ciò che accade nella sfera pubblica e che non possono certo esimersi da un uso del linguaggio consono e appropriato alla serietà dei temi che trattano.

Se è vero che gli sport sono inanzitutto un gioco – o, almeno, sarebbe opportuno che tali rimanessero – il rispetto che sempre dovrebbe accompagnare le Istituzioni di uno Stato, a prescindere da chi momentaneamente ricopre l’una o l’altra carica, meriterebbe qualche riguardo in più anche da parte di chi, ogni giorno, si serve delle parole come strumenti del suo lavoro.

A meno di non voler concludere che “tutto è un gioco”, di pallone o di potere, poco importa. Ma, se la si intende in questo modo, è davvero breve il passo che conduce a un baratro dal quale sarà molto difficile uscire.

[04-12-2010] Clandestini e cure mediche: che confusione!

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

Pochi giorni fa un medico milanese, dopo aver curato uno straniero privo di regolare permesso di soggiorno, è stato accusato del reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Spettando ad altri accertare la sussistenza o meno del reato in questione, le poche righe che seguono vorrebbero soltanto fare un po’ di chiarezza nel controverso tema dell’accesso degli stranieri c.d. clandestini alle strutture sanitarie pubbliche.

Il Testo Unico sull’immigrazione del 1998 (art. 35) assicura ai clandestini le seguenti prestazioni ambulatoriali e ospedaliere: le cure urgenti; le cure essenziali (cioè quelle riguardanti patologie non pericolose nell’immediato e nel breve termine, ma che nel lungo periodo potrebbero determinare complicanze, cronicizzazioni o aggravamenti); la medicina preventiva (vaccini). Inoltre, l’assistenza nei casi di gravidanza, maternità e salute dei minori è del tutto equiparata a quella garantita alle donne e ai bambini italiani.

Questa normativa è conforme all’art. 32 Cost. come interpretato dalla Corte costituzionale che, in una recente sentenza (n. 252/2001), ha affermato l’esistenza di “un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana” che va “riconosciuto anche agli stranieri, qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso e il soggiorno nello Stato”.

In più l’ingresso dei clandestini nelle strutture sanitarie non può comportare alcun tipo di segnalazione alle Autorità da parte dei medici o del personale sanitario (T.U., art. 35, c. 5), tranne nei casi in cui il referto sia obbligatorio per legge (l’art. 365 c.p. dispone l’obbligo di referto in capo a chiunque, nell’esercizio di una professione sanitaria, venga a conoscenza di delitti perseguibili d’ufficio, eccetto i casi in cui ciò esponga il paziente a procedimento penale). Per esempio, se un clandestino si reca in ospedale a seguito di un’aggressione, una violenza sessuale, una ferita d’arma da fuoco o da taglio o un infortunio sul lavoro, il medico non ha l’obbligo di referto perché questo esporrebbe il paziente a procedimento penale.

Per ciò che riguarda più nello specifico il reato di clandestinità introdotto nel luglio del 2009, esso non obbliga affatto i medici a denunciare i clandestini poiché non rientra nella fattispecie del delitto, ma bensì in quella della contravvenzione (come ribadito dal Ministero dell’Interno nella circolare del 12 novembre 2009). Pertanto, nell’ordinamento italiano la tutela della salute prevale sul reato di clandestinità, considerato anche che i clandestini quando accedono alle prestazioni sanitarie non sono tenuti a mostrare il permesso di soggiorno.

E allora perchè si riscontra sempre così tanta incertezza al riguardo? Anche a me, poco tempo fa, è capitato che qualcuno, al termine di una relazione, mi chiedesse se ero proprio sicura che i clandestini potessero usufruire delle cure mediche in Italia, dato che “quando vanno negli ospedali li identificano e poi li mandano via“.

Per rispondere è necessario distinguere due piani: la tutela formale del diritto alla salute e l’azionabilità in concreto di questo diritto da parte dei clandestini. Mentre è più raro che il primo aspetto venga messo in discussione, il secondo è esposto a rischi potenziali pressoché ogni giorno, visto che, se non altro, è dato trovare un posto di Polizia in ogni ospedale. Poi ci sono i rischi provenienti da una certa parte della politica, l’ultimo dei quali è emerso nel Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, dove la Lega Nord ha presentato una mozione, poi respinta, finalizzata a introdurre l’obbligo di segnalazione dei clandestini alle Autorità da parte dei medici.

Ma l’attacco più deciso e frontale – al diritto in sè e alla sua azionabilità – venne sferrato nella Primavera del 2009 da alcuni senatori sempre della Lega Nord che tentarono la via della modifica del Testo Unico del 1998 (provando prima a far abrogare tutto l’art. 35 e, poi, il solo c. 5 del medesimo articolo, fallendo in entrambi i casi). Ciò provocò la reazione di un gran numero di medici che, insieme al personale sanitario, si opposero con forza. Poi arrivò l’allarme pandemia lanciato dall’OMS in relazione al virus H1N1 (l’influenza suina), che fornì un esempio concreto e tangibile dell’altra faccia della salute, che non è soltanto tutela di un diritto inviolabile, ma è altresì un interesse della collettività: il virus non avrebbe fatto alcuna distinzione tra italiani, stranieri regolari e clandestini, ma si sarebbe semplicemente trasmesso dagli uni agli altri e viceversa.

Dunque, tutti coloro che, in nome della lotta alla clandestinità, periodicamente, escogitano nuovi tranelli per limitare l’accesso dei clandestini alle cure mediche, oppure si compiacciono del poliziotto che identifica un clandestino presso una struttura sanitaria, altro non fanno se non alimentare una politica ingannevole che non giova a nessuno e che, oltretutto, rischia anche di far crescere la spesa sanitaria. Finché i clandestini non percepiranno le strutture sanitarie come luoghi sicuri, semplicemente non ci andranno, contraddicendo così ab origine l’assurda idea che la clandestinità possa essere efficacemente perseguita in questi luoghi. Tale situazione, oltre a negare di fatto il diritto inviolabile alla salute, fa aumentare i pericoli legati alla diffusione di malattie all’interno della società. Infine, può sempre accadere che un marito clandestino, dopo un parto fatto in casa o un aborto fai da te, vedendo la propria moglie clandestina in fin di vita decida di correre il rischio e di portarla in ospedale. É risaputo che le prestazioni in via d’urgenza costano al Sistema sanitario molto di più di quelle erogate in regime ordinario.

Uno Stato che esclude i clandestini dall’accesso alle cure mediche non solo spende di più e mette in pericolo la salute di quanti vi abitano, ma è innanzitutto uno Stato cattivo, all’interno del quale ciscuno di noi dovrebbe augurarsi di non vivere mai.

[15-11-2010] Chi ha paura del referendum sulla legge elettorale?

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

Negli ultimi giorni si è fatta strada l’ipotesi di sottoporre a referendum abrogativo popolare l’attuale legge elettorale (legge n. 270 del 2005). É questa l’acqua capace di spegnere il cerino che, da settimane, i nostri politici si passano l’un l’altro? Se guardiamo tale proposta alla luce dell’impasse politica italiana, essa assomiglia piuttosto a un fuoco di paglia che brucia in fretta perchè non offre nessuna soluzione praticabile nell’immediato futuro.

Il referendum abrogativo ha infatti tempi procedurali tutt’altro che brevi: prima vanno raccolte le cinquecentomila firme degli elettori; dopodiché la proposta di referendum deve superare il controllo di legittimità della Corte di Cassazione e quello di ammissibilità della Corte costituzionale; da ultimo – se non ci sono intoppi – la proposta arriva al Presidente della Repubblica che indice il referendum nella data prescelta (tra il 15 aprile e il 15 giugno). A questo punto bisogna sperare che il Parlamento non venga sciolto in anticipo rispetto alla fine naturale della Legislatura (5 anni), perché in questo caso il referendum, pur già indetto, subirebbe uno spostamento in avanti di ulteriori dodici mesi.

Insomma, se si costituisse ora il Comitato promotore di un referendum abrogativo della legge elettorale, nella migliore delle ipotesi esso potrebbe svolgersi nella primavera del 2012. A quel punto sorgerebbe il problema del raggiungimento del doppio quorum – di partecipazione (la maggioranza degli elettori deve prendere parte al voto) e di deliberazione (affinché la legge risulti abrogata i sì devono superare i no) – necessario per la validità del referendum. Il tutto, tralasciando il fatto che un referendum sull’attuale legge elettorale si è tenuto poco più di un anno fa, in un clima di indifferenza generale che ha impedito il raggiungimento del quorum di partecipazione, determinando così il fallimento di quella iniziativa referendaria.

Ma proviamo ugualmente a immaginare – per puro diletto della fantasia – cosa accadrebbe se, nel giro di poche settimane, fossimo di nuovo chiamati a votare un referendum di questo genere. Le forze politiche coglierebbero subito l’occasione per misurarsi in una prova di forza pre-elettorale se, come si sente spesso ripetere negli ultimi tempi, il rinnovo delle Camere fosse davvero così vicino. Fin qui nulla di sorprendente. Ma la domanda che dobbiamo porci è un’altra: quale sarebbe l’oggetto di un tale confronto politico? L’antitesi tra democrazia e autoritarismo? Tra legalità formale e illegalità sostanziale? O non piuttosto tra buoni e cattivi e tra odio e amore? Ecco, il rischio è che ci si riduca ancora una volta a questo, nel tentativo di far breccia nel lato più emotivo e superficiale degli elettori anziché nel profondo del loro intelletto.

Per una volta, quindi, ringraziamo le lunghe procedure necessarie per la presentazione del referendum abrogativo che ci risparmiano, almeno per ora, l’ennesimo scontro politico al limite della decenza. Perchè i risultati di comportamenti simili li abbiamo già sotto gli occhi: conflitti tra poteri senza precedenti – a livello politico e istituzionale – cui si accompagna una mancanza di fiducia degli elettori nei propri rappresentanti che rasenta i minimi storici e che si traduce, a livello internazionale, in una costante perdita di credibilità del nostro Paese.

Davvero ci auguriamo che la nostra classe politica riesca a modificare l’attuale legge elettorale in Parlamento, cogliendo questa come un’occasione per ritrovare responsabilmente se stessa.

[29-10-2010] Il Presidente della Repubblica e il lodo Alfano: una sorta di immunità “al contrario”?

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

Lo scorso 22 ottobre il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – facendo uso del potere che gli consente di inviare messaggi alle Camere (art. 87 Cost.) – ha inoltrato una lettera a Carlo Vizzini, presidente della Commissione affari costituzionali del Senato che sta esaminando la proposta di legge costituzionale meglio conosciuta come lodo Alfano (A.S. 2180), indicando la presenza di una “palese irragionevolezza” al suo interno.

Negli ultimi giorni – a causa delle note vicende, giuridiche e non, che accompagnano tale disegno di legge – la discussione si è concentrata sulle immunità che, in caso di approvazione, verrebbero assicurate al Presidente del Consiglio dei Ministri. Un’attenzione di gran lunga inferiore è stata invece dedicata al fatto che la medesima legge si occupa anche della sospensione dei processi penali riguardanti il Presidente della Repubblica.

Proprio su questo punto il nuovo lodo Alfano sembra invece dare origine a un vero e proprio parodosso costituzionale. Infatti, nel momento stesso in cui istituisce un sistema di immunità a favore del Presidente del Consiglio, privo di precedenti sia in Italia che all’estero, finisce altresì per limitare le garanzie che – i Padri Costituenti prima e la prassi costituzionale poi – hanno eretto intorno alla figura del Presidente della Repubblica.

Fin dal 1948, infatti, l’art. 90 Cost. ha previsto l’irresponsabilità del Presidente della Repubblica per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, con le sole eccezioni riconducibili all’alto tradimento e all’attentato alla Costituzione. Queste due locuzioni, che non corrispondono a reati puntualmente identificabili, contemplano l’eventualità che il Presidente della Repubblica si comporti in maniera contraria al giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione prestato da quest’ultimo nel momento di assumere le funzioni (art. 91 Cost.). Al verificarsi di tali ipotesi, mai concretizzatesi nel nostro ordinamento, il Parlamento in seduta comune sarebbe chiamato a decidere – a maggioranza assoluta – circa la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, mentre alla Corte costituzionale – integrata da altri 16 giudici non togati di nomina parlamentare – spetterebbe il compito di decidere nel merito la procedura italiana di impeachment.

Per gli illeciti non riconducbili all’esercizio delle funzioni presidenziali l’opinione prevalente ritiene che, in generale, il Presidente della Repubblica sia tenuto a rispondere di quelli commessi in ambito civile. Più controversa è risultata invece la questione degli illeciti penali, rispetto alla quale accanto alla posizione di chi sosteneva che il Presidente della Repubblica dovesse risponderne al pari degli altri cittadini, vi furono altri più favorevoli alla soluzione – accolta in via di prassi costituzionale – dell’improcedibilità dell’azione penale, almeno fino alla scadenza del mandato presidenziale (questa era, tra l’altro, l’opzione fatta propria anche dalla legge n. 140/2003 – il lodo Schifani – e dalla legge n. 124/2008 – il primo lodo Alfano).

Il nuovo lodo Alfano costituzionale sceglie invece di affidare al Parlamento in seduta comune il compito di deliberare – a maggioranza semplice – circa la sospensione dei processi penali in cui dovesse risultare eventualmente coinvolto il Presidente della Repubblica, autorizzando così il Parlamento a pronunciarsi nei confronti di quest’ultimo anche in casi diversi da quelli contemplati nell’art. 90 Cost..

Leggendo questa disposizione del lodo Alfano – che suscita non pochi dubbi di compatibilità, non solo con l’art. 90 Cost., ma anche con la prassi costituzionale dell’improcedibilità nei confronti del Presidente della Repubblica per i reati extrafunzionali invalsa finora – si scopre così che questa legge non solo finirebbe per introdurre guarentigie difficili da spiegare – almeno da un punto di vista strettamente giuridico – a favore del Presidente del Consiglio ma che, altrettanto inspiegabilmente, andrebbe a ridurre quelle previste finora nei confronti del Presidente della Repubblica.