[7-1-2014] Due uomini di Stato sullo sfondo del baratro

di Mauro Rubino-Sammartano

Una delle tante specialità “nazionali” è forse quella di saper toccare con facilità il fondo del baratro.

Come dalle conquiste di Cesare si è finiti al Basso Impero, impersonificato dalla cena di Trimalcione (e alla scelta e poi destituzione dell’imperatore da parte dei suoi pretoriani) e come dal nostro Rinascimento artistico si è passati, a causa delle nostre continue discordie interne e del prevalere del “particolare” di ciascuno, a varie dominazioni straniere, così, duemila anni circa dalla conquista della Gallia, il Paese ha nuovamente, dopo il miracoloso risollevamento dall’ultima Grande Guerra, toccato il baratro e ci sta permanendo.

All’incapacità ormai cronica di sbarazzarsi definitivamente della delinquenza organizzata si sono aggiunti l’egoismo e la mancanza di lungimiranza di buona parte della classe dirigente, la forza di ideologie capaci di distruggere, lo scempio paesaggistico e urbanistico, una serie di opere pubbliche incompiute, e di rifiuti anche tossici emergenti qua e là dal terreno, nonché la protezione anche di chi non ha voglia di lavorare, il clientelismo e la corruzione. È infine caduta anche l’ultima illusione : ossia che tutti coloro che facevano politica lo facessero per servire lo Stato.

Sono così riemersi gli aspetti più negativi del volto nero del nostro modo di essere. Le mele marce – è noto – si notano molto di più di quelle sane, che sono di gran lunga più numerose. Ma anche se il raffronto numerico tra di esse potesse mai consolare, ciò che – a mio avviso – dà il colpo di grazia al nostro “sistema” è che chi trasgredisce, non rispetta il prossimo ed è indisciplinato, non è guardato dalla maggioranza con riprovazione, ma ammirato perché considerato “furbo”.

In questa gara a chi riesce ad andare più in basso, e in cui tanti, tacendo, di fatto acconsentono, l’obiettivo di livellare è stato così raggiunto, ma purtroppo allineando quasi tutti, anziché in alto, al livello spirituale più basso.

Siamo, sembra, al fondo del baratro e allo stato non si vedono grandi segni di risalita.

Non poteva non conseguirne uno sdegno profondo della parte sana del Paese, aggravato dalla mancata adozione di soluzioni che, soprattutto per le fasce sociali economicamente più lese, devono ridurre le gravi difficoltà in cui esse versano, e cui larga parte della classe politica non dà l’impressione di dare l’assoluta priorità cui esse hanno diritto o di essere comunque in grado di trovare la soluzione.

Sdegno che trova di conseguenza crescente espressione in varie parti del Paese.

Da questo sfondo, si distacca ancora gente per bene, che fa il proprio dovere e anche tra chi fa politica vi è certamente qualche persona di “buona volontà”.

Su di essi spiccano peraltro di gran lunga, per nostra fortuna, due persone di grande rilievo.

In primo luogo, il nostro Presidente della Repubblica, un grande servitore dello Stato, che con il suo equilibrio e con la costante individuazione di ciò che è bene per il nostro sfortunato paese, ci sta rendendo un servigio che forse non meritiamo.

Egli è, e resterà a lungo – come lo è stato Einaudi – un grande esempio per tutti. Il suo recentissimo invito a “intraprendere e a innovare” è uno stimolo e un messaggio di speranza per i giovani.

Da minor tempo, ma con un’eccezionale pazienza e senso del servire lo Stato, il Presidente del Consiglio. Con un saggio e costante impegno diretto a cercare di far quadrare cerchi (che varie forze politiche sembrano quasi divertirsi a creare, alcuni nell’interesse della loro parte), anch’egli serve il nostro Paese e cerca il bene dei cittadini.

Verso entrambi non può che esservi – e non sempre vi è – una profonda gratitudine.

[21-05-2013] Una breccia in un grande muro aperta da un grande presidente (Un altro saggio esercizio delle prerogative presidenziali)

di Mauro Rubino-Sammartano, Presidente, European Court of Arbitration

Dopo la breccia di Porta Pia, un’altra breccia è stata aperta in un muro ancor più importante, grazie ad un altro ben calibrato intervento del Presidente della Repubblica.

Nel muro di astio che ha diviso il nostro paese (come ce lo ricorda il contrasto antico tra guelfi e ghibellini) tra la democrazia cristiana e la sinistra e poi nell’ultimo ventennio tra il centro-destra e la sinistra nelle sue varie articolazioni, e che ha avvelenato il tessuto sociale a danno non solo della pace sociale, ma anche del progresso economico, è stata infatti aperta una breccia che solo un grande Presidente, alla ricerca del bene del Paese, vi poteva apportare.

L’opera di convincimento e la presa di posizione ferma e coraggiosa del Capo dello Stato ha portato all’insperato risultato di un Governo di coalizione, in cui i due partiti tradizionalmente opposti hanno accettato di governare insieme.

Anche se la celebrazione di un matrimonio non è sempre purtroppo garanzia che la convivenza sarà felice, e l’adesione all’accorato invito del Presidente della Repubblica potrebbe – Dio non voglia – essere da qualcuno intesa come una semplice tregua d’armi, è lecito auspicare e doveroso confidare che si sia in presenza di un importante passo avanti per la pace sociale, di cui il paese ha un enorme bisogno.

In primo luogo, sul piano spirituale, per rasserenare gli animi, e in secondo luogo perché se l’unione fa la forza, la divisione provoca debolezza non solo nei rapporti internazionali della nostra Italia, ma anche sul piano economico, tra l’altro in quanto assorbe preziose energie, sottraendole al loro utilizzo per costruire insieme un paese meglio strutturato, meglio organizzato e più attento ad eliminare un mare di sprechi e di abusi e a favorire la crescita economica di tutti, ceti meno abbienti in testa.

Dopo la scelta di un governo tecnico, di grande rilievo sul piano del ritorno alla separazione dei poteri, la spinta ad una così indifferibile pace sociale è un ulteriore grande contributo del Capo dello Stato.

I ricambi generazionali non sono solo giustificati, ma inevitabili.

La giovinezza di cui il paese ha bisogno è tuttavia quella dello spirito, più che quella anagrafica.

Un vecchio professore napoletano diceva “c’è chi nasce vecchio e chi invecchia muore giovane”.

Il nostro Presidente, ben saldo malgrado l’età, è un esempio della fondatezza di questo saggio proverbio della scuola napoletana.

[31-01-2012] Costituzionalizzare i governi tecnici (per una vera Terza Repubblica)

di Mauro Rubino-Sammartano, Presidente, European Court of Arbitration

L’iniziativa del Capo dello Stato di dare vita ad un Governo Tecnico è stata accolta  con largo conforto, essendo la risposta migliore all’emergenza.

Al di là della contingenza, essa induce tuttavia ad una riflessione di fondo, la quale  trae le mosse dall’individuazione di alcuni dei non pochi mali della Seconda Repubblica.

Anzitutto, essendo il Governo l’espressione della maggioranza in Parlamento, viene a  mancare il contrappunto naturale tra potere legislativo ed esecutivo. Quest’ultimo,  emanazione del primo, traduce infatti inevitabilmente le intenzioni della maggioranza.

Il Governo viene inoltre formato mediante criteri di ripartizione degli incarichi tra le  correnti del partito unico di maggioranza o tra i partiti che la compongono. Ne consegue che non è raro che il titolare di un dicastero e i suoi sottosegretari non siano esperti del relativo settore.

Soluzione poco accettabile in quanto chi si trova in tale situazione rischia di dover accettare la posizione proposta dai suoi Direttori  Generali o di adottare soluzioni autonome, non sostenute da una profonda conoscenza ed esperienza della materia. Inoltre, tali cariche, nell’effettuare scelte politiche, sono portate a dover tenere spesso conto della loro popolarità, al fine di non ostacolare il successo del proprio partito, nonché la propria rielezione alle successive elezioni.

Infine il Ministro e i suoi sottosegretari non possono essere insensibili ai desideri della segreteria del proprio partito. Viene così totalmente meno la separazione dei poteri, così nitidamente teorizzata da Montesquieu ed essenziale per l’equilibrio tra i poteri dello Stato, e la segreteria del partito di maggioranza cumula in sé il controllo dei poteri legislativi ed esecutivi.

Il risultato congiunto di tali deviazioni non può essere soddisfacente.

La soluzione adottata saggiamente dal Capo dello Stato apre allora una nuova prospettiva di portata generale, ovvero di costituzionalizzare i Governi Tecnici, soluzione che può evitare le negatività sopra considerate.

L’ipotesi che in tal caso si prospetta è che il Governo, attraverso una modifica della Costituzione, venga  sempre costituito dal Capo dello Stato, e sia composto  solo da tecnici, ossia non da politici né da persone ad essi vicine.

Un Governo che presenta al Parlamento il proprio programma e man mano le proprie proposte legislative, che restano soggette alla sua approvazione.

Si ripristina in questo modo la separazione dei poteri.

I componenti del Governo saranno in tal caso dei tecnici, ciascuno esperto nella propria materia. Avendo mandato per quella legislatura, con esclusione del rinnovo del mandato da parte del Presidente della Repubblica, essi non dovrebbero essere influenzati nelle loro decisioni da speranze elettorali.

La nomina del Capo dello Stato da parte di cittadini, attraverso un’elezione diretta, dovrebbe produrre l’effetto di rafforzare il ruolo e la sua posizione super partes anche ai fini di tale ulteriore ruolo.

Ci si dovrebbe forse anche domandare se siano ancora necessari due rami del Parlamento, posto che i criteri per l’elezione dei  loro componenti non sono più molto diversi.

Una riforma piuttosto profonda, come quella qui delineata, non sarà verosimilmente facilmente effettuata.

Peraltro, un ruolo propositivo non è forse privo di una qualche utilità quale contributo ad una continua ricerca di soluzioni che possano migliorare l’assetto della comunità.

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