[5-7-2018] Chi ha tempo non aspetti tempo. Prepararsi in tempo per le nuove elezioni

La laboriosa costituzione del Governo ha rimosso, per ora, il rischio di una ripetizione delle elezioni in base alla stessa legge elettorale.

Il programma di Governo peraltro non potrà fare a meno di prevedere una modifica della Legge elettorale prima delle prossime elezioni.

Non essendo infatti da escludersi che, sia pur con variazioni di qualche rilievo, si ripeta la situazione in cui nessuno degli schieramenti politici ottenga la maggioranza, va risparmiato al paese un ripetersi della situazione non ideale creatasi.

Un ballottaggio tra i due partiti – non coalizioni – che abbiano riportato il voto più alto potrebbe in tale sede costituire una soluzione armoniosa.

In una fase delicata dal nostro debito pubblico, risparmiare non è un’opzione ma una necessità.

Viene allora naturale domandarsi se i partiti non solo possano, ma debbano, modificare – in meglio ! – la legge elettorale prima che vengano indette le nuove elezioni.

In caso contrario, se le nuove elezioni non modificheranno sostanzialmente i risultati delle precedenti, il ricorso alle elezioni rischia di non avere effetti utili.

È giusto che il nostro debito pubblico – già quasi incontrollabile – aumenti per una votazione non utile ?

Non hanno i partiti l’assoluto dovere – verso il Paese (come si suol dire !) – di evitarlo ?

[1-24-2018] Democrazia: mito o realtà? (non vi è nessuna prescrizione da seguire prima di consegnare un fucile ?)

di Mauro Rubino-Sammartano

Una ricerca dei termini più usati dall’Ottocento ad oggi vedrebbe in prima linea il termine “democrazia”.

Essa è riconosciuta come sinonimo di governo del popolo.

L’etimo non tradisce, ma non completa il concetto con la precisazione se si tratti di buon o di mal governo o indifferentemente dell’uno e dell’altro.

Pare legittimo inferire che si intendeva per lo più fare riferimento ad un buon governo.

Chi si proponga di approfondire tale mozione, si imbatte in una serie di valutazioni non uniformi.

Da un lato:

a Lenin viene attribuita l’affermazione che

La democrazia è uno stato che legittima la sottomissione della minoranza alla maggioranza ed è paragonabile ad un’organizzazione istituita per l’uso sostanziale della forza di una classe contro l’altra, di una parte della popolazione contro l’altra”.

e a Pirandello

… quando il potere è in mano di uno solo, quest’uno sa di essere uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano solo a contentare sé stessi e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà”.

Valutazioni pesantemente negative sono dovute a Platone

La democrazia si muta in dispotismo

Montanelli

La democrazia è sempre per sua natura e costituzione il trionfo della mediocrità

Churchill

La democrazia funziona quando a decidere siamo in due, e l’altro è il malato

Palazzeschi

Meglio sudditi di un regime aristocratico che di una democrazia

Mussolini

Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano

Pascal

Democrazia : non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto

Montesquieu

Il suffragio per via della sorte è proprio per natura della democrazia, quello per via della scelta, dell’aristocrazia”.

Panebianco stesso ha appena scritto in un editoriale del Corriere della Sera del 2 gennaio 2018

L’incompetenza del votante è l’inevitabile tributo da pagare per avere la democrazia e godere dei suoi vantaggi”.

Dall’altro lato:

secondo Cattani

Democrazia significa … consentire a chiunque lo merita la possibilità di elevarsi, non già innalzare chi di meriti sia invece sprovvisto

de Wohl, secondo il quale la democrazia

è ciò che dice di essere : il dominio del popolo. Ed è buona o cattiva a seconda che il popolo sia l’una o l’altra cosa

Lincoln

La democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo

Bobbio

La democrazia è il più grande tentativo di organizzare una società per mezzo di procedure non violente

Salvadori

La sostanza della democrazia è il potere dei cittadini di decidere del proprio destino in modo consapevole e pacifico nel quadro di una società aperta, nella quale non si dia una distribuzione delle risorse materiali e culturali tale da impedire a qualsiasi cittadino di partecipare alla formazione delle decisioni politiche …”.

Non solo brillante appare la ricapitolazione di tali considerazione effettuata da Sir Winston Churchill:

E’ stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.

La filosofia greca si è posta la domanda se il popolo possa veramente comandare o se non finisca ad essere troppo influenzabile da qualcuno che lo “manovra”, trasformando l’aspirazione ad una democrazia in una demagogia.

Non si può dimenticare che le assemblee dei cittadini ateniesi hanno assunto, sulla spinta di abili oratori – che hanno suscitato o approfittato di forti emozioni – deliberazioni quali il rifiuto di alcune proposte di pace (vantaggiose date le circostanze) di Sparta, la decisione di attaccare Siracusa, che ha portato ad un grave disastro militare (anticamera della sua perdita della libertà), nonché la condanna di Socrate per empietà

Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsiasi soprusi”.

Da qui i cauti rilievi di Cassese

La democrazia maggioritaria, che attribuisce al popolo il potere di scelta del governo, togliendolo sia ai partiti sia al Parlamento, finisce inesorabilmente per produrre due effetti: rafforzare l’esecutivo rispetto al legislativo e diminuire il pluralismo. È a questi effetti – e agli inconvenienti che possono produrre – che occorre quindi guardare, chiedendosi che cosa possa temperare l’uno e l’altro. Per temperare un esecutivo forte, non c’è altro rimedio che un’investitura popolare separata del Parlamento e del governo. Solo se il governo non è figlio del Parlamento, questo gli si potrà opporre. Per moderare l’accentramento dei poteri in un corpo unico, non c’è altro che decentrare, deconcentrare, specializzare i poteri pubblici, dando a ciascuno di essi un campo o un’area di azione, sottraendo – dove possibile – la loro investitura al corpo politico e affidandola a custodi separati

e di Zagrebelsky, per cui la democrazia

… presuppone però il libero confronto e questo, a sua volta, la libera e diretta partecipazione di coloro che vi portano le proprie convinzioni, quale che ne siano la fonte e il fondamento, laico o religioso. La democrazia è, per così dire, un regime in prima persona, non per interposta persona. Se essa è occupata da forze che agiscono come longa manus di poteri esterni, diventa il luogo di scontro e prepotenza di potentati che obbediscono alle loro regole e non rispondono a quelle della democrazia: potentati che sono, tecnicamente, irresponsabili”.

Da tali varie valutazioni sembra potersi ricavare anzitutto che la democrazia è una forma costituzionale che fa sì che una parte del popolo possa prevalere sull’altra.

Ossia essa non dà mai vita ad un potere di tutto il popolo (anche se la sua sovranità è stata spesso decantata), ma solo ad una parte di esso che prevale.

Un’ulteriore considerazione è che, se si accetta che la volontà del popolo sia determinata in base alla regola della maggioranza, la conta non può essere portata agli estremi, attribuendo la vittoria a chi riporti anche un solo voto più di altri. Maggioranze decisamente più consistenti, più rispettose dei diritti di chi si trovi in minoranza di essere maggiormente tutelato appaiono necessarie.

Ma prima ancora, se si ha riguardo al fondamento di tali decisioni “assembleari”, la premessa necessaria affinché una democrazia possa dare dei buoni frutti non può che essere che tutti coloro che decidono ed esprimono la propria decisione votando, siano stati in grado di adottare una corretta decisione, attraverso non solo un’informazione ampia e chiara ma anche attraverso il ricevimento – a monte – di una formazione civica.

In altri termini, prima di dare un fucile a qualcuno, è forse male insegnargli ad usarlo ?

In tal senso è Madison

Nulla potrebbe essere più irragionevole che dare potere al popolo, privandolo tuttavia dell’informazione senza la quale si commettono gli abusi di potere. Un popolo che vuole governarsi da sé deve armarsi del potere che procura l’informazione. Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe”.

Si tratta di un obiettivo ambizioso o addirittura irraggiungibile ?

In base a queste premesse sembra potersi dare alla democrazia rappresentativa il ruolo e gli effetti che consentano “un buon governo”.

Sempre poi che sussista il presupposto di ogni buona relazione sociale, ossia la prevalenza di “homines” (quindi di ambo i sessi) di buona volontà.

Non si può concludere queste brevi considerazioni senza piegare il capo con deferenza alle nobili parole del Mahatma Gandhi, che rischiano di rimanere un miraggio

Mi professo un democratico se la completa identificazione con i più poveri dell’umanità, un intenso desiderio di vivere non meglio di loro e un corrispondente consapevole sforzo di abbassarmi a quel livello al meglio delle mie capacità, può darmene il diritto

[8-1-2018] Tra cielo e terra

di Mauro Rubino-Sammartano

I rapporti tra cielo e terra sono abbastanza intricati anche sul piano geografico (senza parlare del loro rapporto sul piano religioso – caratterizzato dall’abituale collocamento del Paradiso in cielo – che apre ad altre ricche riflessioni).

Se il cielo avvolge la terra ed essa è solo una minima parte del globo, ciò nonostante il fatto che noi abbiamo i nostri piedi sulla terra fa inevitabilmente sì che essa assorbe la nostra principale attenzione.

Se si volge lo sguardo al comportamento dell’umanità al riguardo, si riscontrano una serie di categorie di persone.

C’è chi guarda solo in basso (il che potrebbe ricordare la postura delle pecore). Altri non guardano oltre il loro naso e criticano chi guarda in alto (giungendo ad affermare in senso negativo che costui ha la testa “tra le nuvole”). Molti meno poi sono – a quanto pare – coloro che guardano l’orizzonte. Vi è infine – ma non sono molti – chi guarda solo indietro. Vi è poi chi contempla molto (troppo?) le stelle e vi è poi chi per sua sfortuna si trova a dover “vedere le stelle”.

Vi è infine chi si sente al settimo cielo.

Le sfere celesti sono in realtà sfere immaginarie. Il sistema tolemaico prevedeva addirittura nove cieli, aggiungendone uno a quelli ritenuti da Aristotele.

È stata altresì asserita l’esistenza di una sfera esterna alle sfere cosmiche che ruotano intorno alla terra la quale, secondo la filosofia greca, contiene le stelle fisse e mette in moto gli altri cieli, da cui la sua definizione come primum mobile.

Non può a questo punto stupire che nel grande cielo sopra di noi siano state individuate “aree” particolari. Così ad esempio il Parnaso (dal Monte Parnaso nel centro della Grecia, il quale domina la città di Delfi), dedicato ad Apollo e alle nove Muse.

Così pure l’Empireo (il cielo empireo) che nella concezione tomistica è la sede dei beati e che consiste, secondo Dante, in una “luce intellettual piena d’amore”.

Dobbiamo ancora alla grande filosofia greca l’individuazione anche dell’Iperuranio (il Mondo delle idee), che sono – come dalla felice definizione di Platone – dei concetti eterni ed immutabili di cui gli enti del mondo fisico non sono che dei riflessi imperfetti.

Non è sufficiente – ovviamente – aver di tanto in tanto – automaticamente o addirittura per caso – qualche idea. Vive nel Mondo delle Idee solo chi ad esse è rivolto costantemente, per cui le idee sono un elemento, se non unico, fondamentale della sua vita.

Passare la propria vita in costante compagnia delle idee porta anche all’individuazione dei propri ideali e a vivere al loro servizio.

Chi vive nel mondo delle idee finisce però ad essere spesso – direi – un pesce fuor d’acqua.

Non a caso, tali pesci non sono molti e tendono, o dovrebbero tendere, a vivere in un mondo diverso da quello caratterizzato dalla ricerca del piacere, del materialismo, della ricchezza, del potere o di altri motivi terreni.

[14-12-2017] Possiamo ancora restare sordi e ciechi di fronte ad un’esigenza inderogabile ?

di Mauro Rubino-Sammartano

La disunione ed il contrasto tra di noi è purtroppo una delle nostre più antiche tradizioni.

Dagli Orazi ai Curiazi siamo passati alla non unione di fronte ai barbari che ha portato alla caduta dell’Impero Romano, poi alle guerre tra i Guelfi e Ghibellini, per proseguire con i contrasti tra liberali e conservatori, tra Papalini e Sabaudi, tra il nord e sud, tra partigiani e fascisti, tra la Democrazia Cristiana e il comunismo, tra pro-americani e pro-sovietici, tra divorzisti e anti divorzisti, tra capitalisti e rivoluzionari.

Dalle ceneri della democrazia cristiana e del comunismo è nata una pletora di partiti grandi e piccoli i quali costringono ad alleanze, poco dopo generalmente frantumate, a danno della governabilità del Paese e della realizzazione di quanto per esso conta.

L’individualismo che ci caratterizza, se da un lato ha il grande pregio di favorire la creatività e lo slancio, dall’altro comporta una divisione costante in mille rivoli.

Noi non ignoriamo l’antico detto che “l’unione fa la forza”, ma a noi, eredi della Roma imperiale più che di quella repubblicana, questo non sembra fare nessun effetto.

L’unione nazionale ha così sofferto della grande indifferenza e sprovvedutezza che ci ha portato a perdere con molta disinvoltura tante occasioni, tra cui quella di costituire uno Stato unitario secoli fa.

Ogni questione è così fonte di esasperati e accaniti diverbi e la classe politica ormai concentra la sua attività in litigi che spesso nulla hanno a che vedere con il bene pubblico.

L’indisciplina del resto è una nostra specialità che ha sempre regnato e regna sovrana.

Non vogliamo proprio renderci conto che al di là di qualsiasi convinzione e scelta personale, il Paese ha un enorme bisogno di unità per costruire un futuro migliore e dunque totalmente diverso dal triste spettacolo al quale stiamo facendo assistere i nostri figli e nipoti ?

[27-2-2017] O MIA PATRIA SI’ BELLA E PERDUTA

di Mauro Rubino-Sammartano

Una amara costante

Un destino amaro sembra perseguitare il nostro Paese.

Già Dante del resto si riferiva ad esso come “nave senza nocchiere, in gran tempesta[1] e Macchiavelli metteva in evidenza il vizio di ciascuno di guardare solo al suo “particolare[2].

Attraverso il tempo siamo rimasti divisi – nostra specialità e fonte di tanti mali – passando dal sopruso al brigantaggio, dall’aristocrazia a demagogie popolari, dai Guelfi ai Ghibellini, dai conservatori ai liberali, dai fascisti agli antifascisti, dai monarchici ai repubblicani, infine da una destra ad una sinistra (superati ora ad un fiorire di partiti i quali proclamano tutti di agire nell’interesse del Paese, dedicando gran parte del nostro tempo a contrastarsi senza preoccuparsi del risultato della discordia, molto raramente positivo).

Situazione riecheggiata del resto dal nostro inno nazionale, laddove esso recita “perché siam divisi[3].

Una serie interminabile di storture

La situazione non appare migliorata al giorno d’oggi.

L’elenco delle storture che ci affliggono è interminabile.

Sul piano del lavoro abbiamo i finti invalidi con titoli fasulli e i finti pensionati, gli impiegati che timbrano e poi vanno via per i fatti loro, i molti “lavoratori” il cui scopo è lavorare il meno possibile.

Sul piano della delinquenza abbiamo la mafia, l’ndrangheta e la criminalità trasmigrata dagli altri paesi comunitari ed extracomunitari, in particolare dai Balcani.

Sul piano politico, la mancata separazione di poteri tra legislativo ed esecutivo fa sì che siano venuti meno i pesi e contrappesi individuati da Montesquieu[4].

Quanto ai rapporti di famiglia, la stampa e la televisione danno un martellante risalto ad una serie di reati famigliari tra cui violenza sulle donne, figli che uccidono i genitori, nipoti che derubano i nonni e addirittura madri che uccidono i figli, senza dimenticare qualche genitore che li dimentica nell’auto, per non parlare dei neonati che vengono abbandonati ab immemorabili nelle ruote dei conventi e degli ospedali ora nei cassonetti.

In materia di traffico, il segnale rosso viene ignorato dalla quasi totalità di biciclette e motociclette e da un discreto numero di automezzi, mentre le biciclette – ed ora persino qualche motocicletta – usano disinvoltamente i marciapiedi.

L’amministrazione della giustizia soffre gravissimamente di ritardi inaccettabili, i quali secondo il detto inglese fanno sì che “giustizia ritardata è giustizia negata”.

Inoltre nelle decisioni giudiziarie impera il formalismo, che dà vita a costruzioni intellettuali forse corrette, ma molto, troppo, lontane dalla giustizia sostanziale, cui il cittadino ha diritto.

Si registrano giudici condannati per assegni a vuoto e avvocati a volte correi del proprio cliente, mentre non tutti i notai sono ancora in linea con le alte tradizioni della loro professione.

Nel settore commerciale i nostri magliari e pataccari ci hanno conquistato una triste reputazione.

Nel settore industriale e commerciale, le imprese sono spesso utilizzate dal proprietario come strumenti solo per arricchirsi, senza dare la precedenza agli indispensabili investimenti per il bene dell’impresa.

La classe imprenditoriale non ha molto spesso dedicato la dovuta attenzione ai lavoratori e i lavoratori a loro volta, in ciò appoggiati dai sindacati (che a volte proteggono anche dei parassiti), hanno non sempre reagito correttamente. Basti ricordare i casi della Motta e dell’Alemagna, dove una riduzione di personale è stata rifiutata benché tali imprese avessero fatto presente che esse non erano in grado di trasformare le loro assunzioni stagionali pre-natalizie in definitive, con la conseguenza che tutti i dipendenti hanno perso i posti di lavoro, essendo entrambe le società fallite.

Le imprese sulle quali lo Stato o un partito ha avuto un’influenza a volte ufficiale e a volte obliqua, sono state spesso assurdamente appesantite da assunzioni clientelari fuori numero, che inevitabilmente rendevano l’impresa una fonte continua di perdite.

Nei rapporti sociali, il rispetto del prossimo è quasi scomparso.

Molte banche hanno perso la fiducia dei propri clienti, ai quali da un lato vengono da esse fatti firmare documenti lunghi e poco comprensibili (a volte in seguito ritorti contro di essi). È diffusa la convinzione che la banca non ha la finalità di aiutare il suo cliente, ma dà la precedenza al proprio interesse, spesso diretto a cercare di contenere le spese dovute anche qui ad esempio ad eccessive assunzioni.

Né i rapporti condominiali sono certo migliori, essendo spesso luogo di scontri e di tensioni. Non pochi fabbricati sono poi tempestati da una batteria di cagnetti isterici, i quali forse hanno preso dai loro padroni.

Né la cura dell’ambiente presenta una situazione migliore; le frane e le esondazioni sono a volte frutto di mancata conservazione e di mancati interventi.

Le città, così come la costa, hanno poi subito quasi ovunque un autentico scempio architettonico

Sullo sfondo, l’ingegnosità del nostro popolo non di rado si trasforma in furbizia, in inganno e in abili disonestà.

Come divenire una provincia del proprio impero

Al quadro, certamente incompleto, qui solo per sommi capi tratteggiato, si sottraggono i non pochi che cercano di fare il proprio dovere a livello sia della famiglia che dei rapporti sociali, e nelle libere professioni. Come sempre sono le mele marce che si notano più di quelle sane.

L’esame della nostra società evidenzia una disunione totale e una mancanza assoluta di disciplina e di rispetto del prossimo.

L’assenza di consapevolezza dell’effetto catastrofico, del cumulo di tante storture e non di rado il totale disinteresse per il bene comune non sembrano consentire spesso, neppure a chi è fortunatamente diverso, di credere nella possibilità di quel cambio di passo indispensabile perché la nostra patria cessi di essere perduta e torni a fulgere di quella bellezza non solo esteriore, ma anche interiore che sarebbe a portata di mano.

Con profonda amarezza viene così da concludere che siamo riusciti a trasformarci in una provincia del nostro impero.


[1] Dante, Il Purgatorio.

[2] Macchiavelli, Il Principe, Einaudi, Nuova ed. 1995.

[3] Quarta strofa dell’Inno di Mameli, anno 1847.

[4] Montesquieu, De l’esprit des lois, Amsterdam, 1949.

[12-12-2016] Dato che la Costituzione sta monopolizzando i dibattiti a livello nazionale, perché fermarsi a qualche preambolo ?

di Mauro Rubino-Sammartano

Da mesi il dibattito sul referendum costituzionale infuria, provocando ogni sorta di emozioni.

Se la Costituzione deve proprio monopolizzare l’attenzione nazionale, è legittimo domandarsi perché fermarsi ai preamboli e perché invece non cercare di effettuare una valutazione generale delle direttrici lungo le quali la Costituzione, dopo oltre cinquant’anni dalla sua entrata in vigore, potrebbe giovarsi di miglioramenti e di darle attuazione (ricorrendo alle delibere anche costituzionali a tal fine necessarie).

Varie forme di reggimento e di soluzioni

L’umanità ha collezionato una serie di forme di reggimento e di soluzioni politiche che vanno dalla monarchia alla dittatura, al caos, alla rivoluzione, alla democrazia (spesso degenerata in demagogia), alla timocrazia (reggimento basato sul censo) e all’oligarchia (reggimento basato su un limitato numero di persone appartenenti ad una determinata categoria sociale).

Della democrazia, lo statista inglese Churchill ha dato peraltro l’incisiva valutazione

la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme di governo che si sono sperimentate”.

Restando in linea con questa sua suggestiva descrizione, si può provare a ipotizzare formule di democrazia nelle quali il rischio della demagogia sia bilanciato da una serie di contrappesi ?

Non si pretende ovviamente di elencare tutte le possibili direttrici di riforma della nostra Carta Costituzionale né le migliori.

Ci si limita per ora ad alcuni spunti molto sintetici, aventi solo lo scopo di creare un dibattito e di contribuire ad un riesame di aspetti fondamentali della Carta Costituzionale, che appaiono in grado di consentire un decisamente netto miglior funzionamento dello Stato.

Sul suffragio universale

Se, come prescritto dall’art. 4.8 della Costituzione, il suffragio è universale, appare opportuno, per evitare derive demagogiche, assicurarsi che il cittadino disponga della preparazione necessaria affinché possa esercitare bene il proprio diritto di votare, evitando ciò che – nello slancio risorgimentale – è stato effettuato, ossia di dare a tutti un fucile, senza insegnar prima come usarlo.

Questo contrappeso potrebbe ad esempio consistere nel requisito, per essere iscritti nelle liste elettorali, di aver seguito con profitto un corso a livello nazionale 8o pluriregionale) di almeno 8 ore sui diritti e doveri del cittadino e, per chi non è nato e vissuto in Italia, sulla conoscenza della lingua italiana.

Sull’esito delle votazioni

Potrebbe prendersi altresì in esame l’eventualità di disporre che una votazione si intende approvata solo se consegue il 60% dei voti, evitando così che una proposta sia approvata con una maggioranza minima, ad esempio anche di un solo voto.

Si potrà prevedere la ripresentazione della proposta, ove essa abbia riportato più del 50% dei voti.

Sul referendum

Per evitare le perplessità che una forma troppo sintetica di quesito può causare, circa una sufficiente comprensione di esso, si potrebbe prevedere che il quesito sia accompagnato da un’illustrazione (in un opuscolo da diffondere tempestivamente a stampa, per televisione e ai seggi elettorali) contenente le finalità del referendum e gli effetti della sua approvazione o reiezione.

Sull’acquisizione della cittadinanza

Oltre all’acquisizione

-          jure sanguinis (escludendo peraltro la possibilità di avere un’altra cittadinanza), e

-          jure soli (per chi sia nato in Italia da un genitore italiano, anche qui esclusa una duplice cittadinanza),

si potrebbe prevedere

-          il requisito della residenza effettiva in Italia (prolungato a 15 anni; non sembra vi sia infatti bisogno di aumentare il numero dei cittadini), purché il richiedente abbia frequentato con risultato positivo un corso standard a livello nazionale o plurigiudiziale di diritti e doveri del cittadino in italiano, abbia conoscenza della lingua italiana e risulti che sia inserito nel modus vivendi italiano;

-          per matrimonio con cittadino italiano, dopo una residenza effettiva in Italia di almeno 4 anni (purché con rinuncia a qualsiasi altra nazionalità e con esito positivo della frequentazione del corso sui diritti e doveri del cittadino e di conoscenza della lingua italiana).

Sui permessi di soggiorno e di lavoro

Si potrebbe ipotizzare:

-          da un lato un permesso di soggiorno o di lavoro fino a 6 mesi per lavori temporanei (debitamente documentati, con la prova dell’avvenuta assunzione) (rinnovabile due volte);

-          permessi annuali rinnovabili di soggiorno e di lavoro (documentato) sino ad un massimo di 15 anni, ove venga superato l’esame sui diritti e doveri del cittadino e verificata la conoscenza della lingua italiana e l’inserimento nel modus vivendi italiano

-          per avvenuto matrimonio fino a 4 anni

-          con disciplina speciale per chi abbia ottenuto l’asilo politico.

Lo status dei meteci in Grecia mostra che la posizione di chi non sia cittadino, ma abbia il permesso di soggiorno e di lavoro era già sin da allora regolamentata.

Sulle cariche pubbliche

Presidente della Repubblica:

-          nomina del Presidente a suffragio universale

-          potere di conferire l’incarico di formare il Governo.

Governo:

-          composto da tecnici di ciascun specifico settore (e non da politici di carriera o iscritti a partiti)

-          sottoposizione del Governo al voto di fiducia da parte della Camera dei Deputati

-          quorum necessario per la fiducia : 55% dei votanti.

Parlamento:

-          unica Camera.

Camera dei Deputati:

-          nomina per suffragio universale

-          un deputato per ciascuna circoscrizione e votazione per circoscrizione

-          divieto di cumulo di incarichi (tra cui quale funzionario di partito, o componente di amministrazioni locali, dirigente/dipendente di imprese pubbliche)

-          esclusione della pensione (eccetto per chi sia stato deputato ininterrottamente per 30 anni ed abbia partecipato almeno all’85% delle sedute per ogni anno)

-          il deputato è invitato a svolgere un altro lavoro di modo di non aver bisogno della rielezione che può limitarne la libertà di opinione.

Remunerazione :

-          emolumento € 3.000,00 lorde al mese

-          presentazione della dichiarazione dei redditi

-          rimborsi spese mensili solo contro rigorosa documentazione

-          il tutto sotto il controllo da parte della Corte dei Conti.

Corte Costituzionale:

-          riequilibramento della composizione: un componente nominato dalla Corte di Cassazione, tre per votazione da parte dell’assise costituita dai Presidenti di tutte le Corti d’Appello, tre dal Consiglio Nazionale Forense, tre dal Consiglio Superiore della Magistratura, tre dal Parlamento, due dal Presidente della Repubblica.

Consiglio Superiore della Magistratura:

-          esercizio da parte del Presidente della Repubblica della Presidenza effettiva dell’organismo,

-          riequilibramento della composizione : tre componenti di diritto : 1/3 da Camera dei Deputati, 1/3 dall’Assise costituita dai Presidenti dei Consigli degli Ordini Forensi, 1/3 da tutti i componenti ordinari della magistratura giudicante.

Magistratura giudicante :

-          messa a punto di sistema di nomina che abbandoni il metodo del consenso e punti, con la collaborazione dei Consigli Giudiziari, al modello inglese di nomina come giudici di Avvocati che, attraverso l’esercizio della professione per non meno di 10 anni, abbiano dimostrato di possedere doti di equilibrio e di assoluta correttezza, rilevabili solo sul campo e non attraverso esami scritti e interrogazioni orali di tipo scolastico.

Magistratura requirente :

-          cessazione della qualifica quali magistrati e assunzione della funzione di avvocati dello Stato adibiti alla Sezione Penale dell’Avvocatura dello Stato, a fianco degli avvocati civili dello Stato

-          attribuzione agli avvocati penali dello Stato delle stesse guarentigie – mutatis mutandis – della magistratura giudicante.

[14-11-2016] Preferirono morire combattendo tra di loro piuttosto che prosperare insieme

di Mauro Rubino-Sammartano

Tale fu per studiosi della storia della Grecia la causa dell’incapacità di essa di prosperare al di là delle singole polis e di restare a lungo indipendente.

Le pagine ammantate di gloria di Maratona, delle Termopili e di Salamina testimoniano d’altro canto che, quando unita, essa ha saputo difendersi egregiamente da un invasore numericamente molto superiore.

Amara constatazione che, anche sotto questo profilo, ci accomuna alla di noi giustamente amata ed ammirata civiltà greca.

L’incapacità di prosperare in armonia è da sempre infatti il vessillo che siamo stati e siamo capaci di innalzare e questa è la nostra triste risposta al titolo di queste riflessioni.

Il nostro temperamento, senza giungere – in quanto verosimilmente valutato troppo drammatico – ad un cupio dissolvi, mostra una irrefrenabile volontà di contrastarsi che non solo guasta l’esistenza, ma blocca qualsiasi progresso.

L’interminabile battaglia in corso nei confronti del referendum costituzionale, approvato dal Parlamento in ben 6 letture, ne costituisce una puntuale conferma.

Poiché non era concepibile che i senatori accettassero di abolire tout court il Senato, era inevitabile dover procedere in almeno due tempi. La riforma approvata dal Parlamento è manifestamente solo la prima fase di tale mutamento.

Come ogni testo, essa non è verosimilmente perfetta, ma è necessaria per poter compiere il secondo passo.

Non vi è chi non veda che l’approvazione o meno del referendum non è il problema principale del paese. Posto che il governo comunque la ritiene una pietra fondamentale del proprio programma, chi vuole far cadere il Governo si è schierato contro di essa, mentre chi ne vuole la prosecuzione si è schierato a favore.

Il contrasto, ridimensionato così a quello che è, ossia una lotta per il potere fatta non di rado per tornaconto personale e non per servire lo Stato, sta assorbendo energie che potrebbero essere utilizzate più proficuamente nei vari e troppi altri settori in cui si registrano gravi urgenze, cui il Presidente del Consiglio cerca di far fronte.

Credo che si debba dargliene atto e riconoscere che vi sono segni che egli – per la prima volta dopo molti decenni – potrebbe riportare la pace sociale nel nostro paese, evitando tante inutili automatiche contrapposizioni.

È con questo spirito che possiamo forse ancora sperare di prosperare insieme, pensando non poco – perché no – alle nuove generazioni.

L’esordio dell’inno nazionale del Sudafrica “United We Stand” ci rammenta la premessa per poter conseguire il risultato.

[29-3-2016] Proprio nessuna formazione per poter esercitare cariche pubbliche?

di Mauro Rubino-Sammartano

La prima edizione del Saggio sulle classe sociali di Paolo Sylos-Labini (che risale al 1974 ed è stata arricchita in una nuova edizione nell’ottobre 2015), mantiene interesse ed attualità in quanto consente di studiare i mutamenti dello spaccato sociale.

Un analogo studio meriterebbe o merita un’indagine sui mutamenti della classe politica dal Regno alla Seconda Repubblica.

Mutamenti di grande momento si sono infatti all’evidenza verificati anche solo dai decenni in cui la Democrazia Cristiana ha avuto la maggioranza sino ai tempi attuali.

Se alla classe politica di allora veniva rimproverato, tra l’altro, un lungo carrierismo, in cambio essa formava – nel bene o nel male – i propri politici, che spesso potevano avvantaggiarsi da un lato di proprie ampie esperienze e dall’altro di colleghi altrettanto preparati.

Lo scenario politico attuale non sembra avere però questa connotazione. Molti entrano in politica senza alcuna preparazione ed il loro comportamento, sia a livello internazionale che a livello regionale e comunale, ne è spesso l’inevitabile conseguenza.

È quindi legittimo domandarsi se non vi sia alcun rimedio a questa situazione e pertanto che abbia una “licenza di legiferare e/o di governare” sia a facile portata di mano di chiunque sia stato designato dalla propria segreteria politica (o movimento organizzatore), anche se sprovvisto di un’adeguata formazione.

Contrasto stridente con la soluzione data al problema dalla Francia in cui l’Ecole Nationale d’Administration (ENA), che ha sede a Strasburgo, è stata costituita nel 1945 dal Governo provvisorio francese per garantire la formazione di una nuova classe dirigente.

L’obiettivo dell’ENA è per giunta non solo di fornire allo Stato una classe dirigente preparata, ma anche di garantire a tutti un accesso alla funzione pubblica fondato sul merito.

I partecipanti al corso vengono selezionati con un concorso rigoroso. Viene segnalato che su 3000 candidati, solamente 80 vengono ammessi. Si tratta di una formazione interdisciplinare che dura 24 mesi, di cui la metà di studio e la residua metà consista in un tirocinio effettuato presso uffici pubblici.

Tra la bibliografia sull’ENA vedasi La Fabrique des Enarques, EYMERI, Paris Economica, giugno 2001 e L’ENA, Miroir de l’Etat. De 1945 à nos jours, GAILLARD, Complexe 1995 (Questions au XXe siècle).

Non è forse male che anche nel nostro Paese il cittadino sia tutelato, a livello sia nazionale che regionale o comunale, nonché per qualsiasi altra funzione pubblica, da un requisito di avvenuta partecipazione con esito positivo ad un serio corso di preparazione, che potrà essere modulato a seconda delle varie funzioni.

Ad esso, così come alla scelta dell’Esecutivo da parte del Capo dello Stato (soggetta al vaglio e votazione da parte del Parlamento) sembra affidata la speranza di un incanalamento del nostro potere legislativo ed esecutivo in una direzione che dia, almeno alle future generazioni, prospettive meno insoddisfacenti delle attuali.

[17-12-2015] Guerra al modo di vivere dell’occidente: qualche mea culpa?

di Mauro Rubino-Sammartano

La tradizionale nozione di guerra quale scontro tra eserciti, di cui i conflitti in Vietnam, poi tra Iraq e Iran, tra Iraq e Kuwait sono ricordi non così lontani, non aiuta a catalogare i conflitti che si stanno verificando in più paesi.

La Jugoslavia, l’Algeria, l’Uganda e la Rhodesia, e poi Tunisia, Libia, Egitto, Siria (i quali dopo aver dato l’illusione di una primavera, hanno ospitato gravi scontri) sono stati teatro di autentiche guerre civili, molte in corso e altre forse spente solo all’apparire.

Una serie di esplosioni terroristiche sta ora colpendo l’Occidente da un lato e paesi arabi dall’altro. Secondo taluni i vari attacchi sono coordinati centralmente. Secondo altri il seme dell’odio e di violenza – che è stato diffuso – si traduce in attacchi a volte estemporanei, altre simultanei, come New York e ora di Parigi.

Se non ci si ferma a spiegazioni banali, l’individuazione del loro movente non è forse agevole neppure per gli esperti.

Una componente di tale stato d’animo può essere costituita da una grave disapprovazione del “modo di vivere” occidentale.

Sembra che sullo sfondo degli assalti all’Occidente vi sia una rabbia di molti per il miglior livello di vita occidentale, rilevato ormai ovunque grazie a televisione e a internet.

Sentimento diffuso, anche se solo in misura pacifista, in altre fasce di paesi arabi e condivisa forse anche molti altri paesi e civiltà.

Questa ricostruzione – se corretta – chiama noi occidentali ad un esame di coscienza circa il nostro modo di vivere e nello specifico ci chiede di domandarci se l’impressione che diamo all’esterno è di condurre una vita retta da valori che meritino rispetto oppure riprovevoli.

Una risposta generalizzata non è possibile né in assoluto né in questa sede. Essa richiederebbe infatti un’analisi sociologica molto complessa in quanto da un lato i comportamenti di vari strati della popolazione dell’Occidente non sono uniformi e dall’altro l’Occidente ha – è ben noto – sfaccettature molto diverse, così come tra Europa meridionale da un lato ed Europa centrale e del Nord dall’altro, e così pure tra Europa e Stati Uniti.

Non si può peraltro trascurare che se è il modo di vivere occidentale che facilita o addirittura causa una reazione diffusa di disapprovazione (che in taluni ambiente si tramuta in odio, o concorre a crearlo) tale disapprovazione non si basa sui risultati di un’analisi approfondita, ma verosimilmente solo su un’impressione che nell’insieme – a torto o a ragione – diamo all’esterno.

Con doverose riserve, l’impressione – sia pur superficiale – che i media danno del modo di vivere dell’Occidente, non sembra essere positiva, anche se essa ignora tutti coloro che lavorano, che fanno il loro dovere e si dedicano alla loro famiglia, e dunque i componenti positivi della nostra società, più numerosi forse di quanto appare a prima vista.

Ciò che luccica, e colpisce l’attenzione di chi ne riceve l’immagine, è un modo di vivere basato sul benessere, sull’abbondanza, sulla ricerca di piaceri materiali, su una corsa a mettersi in mostra, ad accaparrarsi vantaggi e a prendere il più possibile.

La ricerca del piacere, la glorificazione della ricchezza e del lusso, la non riservatezza di molti abbigliamenti e comportamenti, l’esaltazione di questo insieme di comportamenti come un obiettivo supremo del vivere, tutto ciò colpisce la fantasia di osservatori esterni, soprattutto se lontani, molto più che il senso del dovere, la correttezza, le opere di volontariato e i tanti comportamenti eroici nell’umiltà e nella quotidianità, quali ad esempio l’opera di molti maestri, delle scuole elementari, che non hanno dimenticato i profondi valori spirituali dell’Occidente.

Se l’immagine deteriore che si ha dell’Occidente è intrisa di materializzazione e ricerca del piacere, il rafforzamento delle misure di sicurezza, il lavoro di intelligence, il controllo di chi entra nei nostri territori e della sua identificabilità e identificazione, è sufficiente a prevenire la reazione selvaggia costituita da attentati che colpiscono persone che non hanno fatto nulla di male agli aggressori?

E ciò è sufficiente a frenare anche l’invasione pacifica di milioni di persone alla ricerca di condizioni di vita molto migliori che l’Occidente dà loro l’impressione di offrire?

Un ritorno ai nostri valori fondanti, il recupero della nostra spiritualità, la sua traditio ai giovani da parte delle famiglie e della scuola non potrebbero eliminare o ridurre la materialità dilagante, la smania di denaro e/o potere?

Se l’Occidente saprà dare di sé l’immagine diversa di attaccamento al lavoro, di impegno, di serietà, di fede in ideali, di una vita da uomini (e donne) giusti, ciò significherà – credo – non solo che abbiamo “ritrovato la strada” ma potrà evitare che l’Occidente sia visto come “una ronda del piacere” che crea in taluni disapprovazione, in altri invidia e nei più pericolosi odio e violenza.

Un qualche mea culpa è quindi proprio del tutto fuori luogo?

[6-9-2015] Insediamenti di massa ostacolanti?

di Mauro Rubino-Sammartano

Solo qualche prima considerazione su un tema così ampio e delicato e sulle misure adottabili al riguardo, tema una cui adeguata trattazione sotto i vari profili sociologico, politico e strategico va ben al di là di queste poche righe.

Dovere cristiano di ospitalità e insediamenti forzati

Se non si può certo dimenticare il dovere cristiano di ospitare il proprio prossimo nei limiti delle proprie possibilità, non può non farsi una netta distinzione tra la concessione di ospitalità e il subire insediamenti di massa da parte di terzi, siano essi a mano armata o pacifici.

Anche il dovere di ospitalità ha peraltro dei limiti precisi nella disponibilità di chi intende concederla.

Se così un privato potrà ospitare presso la propria abitazione due o tre persone, non potrà certo ospitarne cinquanta. Lo stesso criterio deve applicarsi agli Stati che in ipotesi potranno ospitare alcune centinaia di migliaia di persone, ma non vari milioni di esse.

La prova di resistenza

E se tutti i cinesi volessero insediarsi in Europa?

L’ipotesi paradossale che tutti i cinesi vogliano insediarsi in Europa offre la prova di resistenza della tesi di un’apertura illimitata. Evidentemente si tratterebbe di una soluzione che corrisponderebbe ad un’invasione non accettabile.

Anche per chi non voglia rifarsi alla lettera alle restrizioni degli Stati Uniti per l’immigrazione, non possono non esserci dei limiti precisi all’accoglimento di persone provenienti da altri Stati.

Presa di posizione dell’Unione Europea

Il grande afflusso di extracomunitari che si verifica in Europa da qualche anno richiede una chiara e decisa presa di posizione dell’Unione Europea.

Essa passerà attraverso la classica distinzione tra diritto di asilo, che il diritto internazionale consuetudinario riconosce legittimo, e il tentativo invece di molti altri di entrare alla ricerca di una migliore fortuna.

Inoltre, poiché l’installazione permanente comporta la nascita di figli e l’attribuzione ai figli e prima o dopo anche ai genitori della nazionalità, un altro requisito per l’accoglimento è l’accettazione del modo di vivere del paese ospite.

Nei non rari casi in cui invece il nucleo sempre crescente di cittadini di un altro Stato mostra chiaramente di desiderare di mantenere totalmente il proprio modus vivendi, esso finisce a divenire un corpo estraneo alla comunità nazionale e tale aspetto negativo deve essere tenuto in considerazione.

Tale accoglienza potrà essere consentita, ma inevitabilmente essa dovrà essere contingentata e indirizzata a chi sia in grado di inserirsi operativamente in Europa attraverso la conoscenza della lingua e il possesso di un mestiere o una professione, nel qual caso egli può ben essere benvenuto. Ciò può significare avere persone costrette a procurarsi di che vivere in maniera diversa e non sempre lecita.

Occorrerà inoltre inevitabilmente la precisa identificazione di chi venga ammesso, anche con il prelievo delle impronte, l’obbligo di comunicazione degli spostamenti e il suo monitoraggio.

Se, come secondo alcune voci accadrebbe, molti degli immigrati ad un certo punto scompaiono, la situazione che ne deriva sfugge alla sicurezza non solo nazionale, ma europea.

Cooperazione internazionale per rimuoverne le cause

Inevitabilmente, la soluzione migliore del problema è il farne venir meno la necessità, attraverso interventi in sede di cooperazione internazionale con gli Stati interessati, rendendo più umane o comunque più vivibili le condizioni di vita di chi è ora indotto ad abbandonare il proprio paese.

Accesso solo tramite centri di smistamento sulle sponde Sud e Medio Oriente del Mediterraneo

Anziché intervenire per salvare chi viene trasportato attraverso il Mediterraneo con mezzi di fortuna e tenerli poi dei mesi in attesa di identificazione o di decisioni (periodo nel quale, come si è visto, non pochi sembrano scomparire addirittura) tale risultato potrà essere ottenuto – se la decisione dell’Unione Europea è di effettuare un controllo serio e responsabile delle situazioni che legittimano l’ingresso nel paese nei limiti del contingentamento consentito – attraverso l’apertura di centri di smistamento dell’Unione Europea, collocati sulla sponda sud e sulla sponda Medio Oriente del Mediterraneo.

Lì si potrà procedere a controlli, a verifiche e all’ammissione di persone che a quel punto saranno trasportate attraverso il Mediterraneo addirittura a spese della Comunità o con un contributo ragionevole degli interessati e poi distribuite tra gli Stati europei.

Guerra agli scafisti

Se tale è la decisione di fondo che sarà adottata in sede europea, occorrerà adottare le misure per farla rispettare.

Tra gli strumenti che potranno essere utilizzati a tal fine, non mancano alla Marina Militare le soluzioni per sbarrare con la forza l’accesso di imbarcazioni non autorizzate.

Occorrerà anche introdurre nell’ambito del codice penale militare un reato ad esempio di associazione a delinquere per favoreggiamento di violazione dei confini dello Stato, il quale preveda la condanna ai lavori forzati e – per le entrate via terraferma – sanzioni penali nei confronti di persone o guardie compiacenti.

Un’energica attuazione di tali misure sarà destinata a far diventare note agli interessati tali regole attraverso la televisione e altri mezzi di comunicazione e di diffusione.

Non è detto che queste siano le uniche o le migliori soluzioni. Esse sono dirette solo a mettere in moto un’analisi seria e precisa e a far sì che essa venga portata a conoscenza della popolazione europea, procedendo a verifiche dell’accordo generale anche attraverso un referendum.

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