[27-2-2017] O MIA PATRIA SI’ BELLA E PERDUTA

di Mauro Rubino-Sammartano

Una amara costante

Un destino amaro sembra perseguitare il nostro Paese.

Già Dante del resto si riferiva ad esso come “nave senza nocchiere, in gran tempesta[1] e Macchiavelli metteva in evidenza il vizio di ciascuno di guardare solo al suo “particolare[2].

Attraverso il tempo siamo rimasti divisi – nostra specialità e fonte di tanti mali – passando dal sopruso al brigantaggio, dall’aristocrazia a demagogie popolari, dai Guelfi ai Ghibellini, dai conservatori ai liberali, dai fascisti agli antifascisti, dai monarchici ai repubblicani, infine da una destra ad una sinistra (superati ora ad un fiorire di partiti i quali proclamano tutti di agire nell’interesse del Paese, dedicando gran parte del nostro tempo a contrastarsi senza preoccuparsi del risultato della discordia, molto raramente positivo).

Situazione riecheggiata del resto dal nostro inno nazionale, laddove esso recita “perché siam divisi[3].

Una serie interminabile di storture

La situazione non appare migliorata al giorno d’oggi.

L’elenco delle storture che ci affliggono è interminabile.

Sul piano del lavoro abbiamo i finti invalidi con titoli fasulli e i finti pensionati, gli impiegati che timbrano e poi vanno via per i fatti loro, i molti “lavoratori” il cui scopo è lavorare il meno possibile.

Sul piano della delinquenza abbiamo la mafia, l’ndrangheta e la criminalità trasmigrata dagli altri paesi comunitari ed extracomunitari, in particolare dai Balcani.

Sul piano politico, la mancata separazione di poteri tra legislativo ed esecutivo fa sì che siano venuti meno i pesi e contrappesi individuati da Montesquieu[4].

Quanto ai rapporti di famiglia, la stampa e la televisione danno un martellante risalto ad una serie di reati famigliari tra cui violenza sulle donne, figli che uccidono i genitori, nipoti che derubano i nonni e addirittura madri che uccidono i figli, senza dimenticare qualche genitore che li dimentica nell’auto, per non parlare dei neonati che vengono abbandonati ab immemorabili nelle ruote dei conventi e degli ospedali ora nei cassonetti.

In materia di traffico, il segnale rosso viene ignorato dalla quasi totalità di biciclette e motociclette e da un discreto numero di automezzi, mentre le biciclette – ed ora persino qualche motocicletta – usano disinvoltamente i marciapiedi.

L’amministrazione della giustizia soffre gravissimamente di ritardi inaccettabili, i quali secondo il detto inglese fanno sì che “giustizia ritardata è giustizia negata”.

Inoltre nelle decisioni giudiziarie impera il formalismo, che dà vita a costruzioni intellettuali forse corrette, ma molto, troppo, lontane dalla giustizia sostanziale, cui il cittadino ha diritto.

Si registrano giudici condannati per assegni a vuoto e avvocati a volte correi del proprio cliente, mentre non tutti i notai sono ancora in linea con le alte tradizioni della loro professione.

Nel settore commerciale i nostri magliari e pataccari ci hanno conquistato una triste reputazione.

Nel settore industriale e commerciale, le imprese sono spesso utilizzate dal proprietario come strumenti solo per arricchirsi, senza dare la precedenza agli indispensabili investimenti per il bene dell’impresa.

La classe imprenditoriale non ha molto spesso dedicato la dovuta attenzione ai lavoratori e i lavoratori a loro volta, in ciò appoggiati dai sindacati (che a volte proteggono anche dei parassiti), hanno non sempre reagito correttamente. Basti ricordare i casi della Motta e dell’Alemagna, dove una riduzione di personale è stata rifiutata benché tali imprese avessero fatto presente che esse non erano in grado di trasformare le loro assunzioni stagionali pre-natalizie in definitive, con la conseguenza che tutti i dipendenti hanno perso i posti di lavoro, essendo entrambe le società fallite.

Le imprese sulle quali lo Stato o un partito ha avuto un’influenza a volte ufficiale e a volte obliqua, sono state spesso assurdamente appesantite da assunzioni clientelari fuori numero, che inevitabilmente rendevano l’impresa una fonte continua di perdite.

Nei rapporti sociali, il rispetto del prossimo è quasi scomparso.

Molte banche hanno perso la fiducia dei propri clienti, ai quali da un lato vengono da esse fatti firmare documenti lunghi e poco comprensibili (a volte in seguito ritorti contro di essi). È diffusa la convinzione che la banca non ha la finalità di aiutare il suo cliente, ma dà la precedenza al proprio interesse, spesso diretto a cercare di contenere le spese dovute anche qui ad esempio ad eccessive assunzioni.

Né i rapporti condominiali sono certo migliori, essendo spesso luogo di scontri e di tensioni. Non pochi fabbricati sono poi tempestati da una batteria di cagnetti isterici, i quali forse hanno preso dai loro padroni.

Né la cura dell’ambiente presenta una situazione migliore; le frane e le esondazioni sono a volte frutto di mancata conservazione e di mancati interventi.

Le città, così come la costa, hanno poi subito quasi ovunque un autentico scempio architettonico

Sullo sfondo, l’ingegnosità del nostro popolo non di rado si trasforma in furbizia, in inganno e in abili disonestà.

Come divenire una provincia del proprio impero

Al quadro, certamente incompleto, qui solo per sommi capi tratteggiato, si sottraggono i non pochi che cercano di fare il proprio dovere a livello sia della famiglia che dei rapporti sociali, e nelle libere professioni. Come sempre sono le mele marce che si notano più di quelle sane.

L’esame della nostra società evidenzia una disunione totale e una mancanza assoluta di disciplina e di rispetto del prossimo.

L’assenza di consapevolezza dell’effetto catastrofico, del cumulo di tante storture e non di rado il totale disinteresse per il bene comune non sembrano consentire spesso, neppure a chi è fortunatamente diverso, di credere nella possibilità di quel cambio di passo indispensabile perché la nostra patria cessi di essere perduta e torni a fulgere di quella bellezza non solo esteriore, ma anche interiore che sarebbe a portata di mano.

Con profonda amarezza viene così da concludere che siamo riusciti a trasformarci in una provincia del nostro impero.


[1] Dante, Il Purgatorio.

[2] Macchiavelli, Il Principe, Einaudi, Nuova ed. 1995.

[3] Quarta strofa dell’Inno di Mameli, anno 1847.

[4] Montesquieu, De l’esprit des lois, Amsterdam, 1949.

[12-12-2016] Dato che la Costituzione sta monopolizzando i dibattiti a livello nazionale, perché fermarsi a qualche preambolo ?

di Mauro Rubino-Sammartano

Da mesi il dibattito sul referendum costituzionale infuria, provocando ogni sorta di emozioni.

Se la Costituzione deve proprio monopolizzare l’attenzione nazionale, è legittimo domandarsi perché fermarsi ai preamboli e perché invece non cercare di effettuare una valutazione generale delle direttrici lungo le quali la Costituzione, dopo oltre cinquant’anni dalla sua entrata in vigore, potrebbe giovarsi di miglioramenti e di darle attuazione (ricorrendo alle delibere anche costituzionali a tal fine necessarie).

Varie forme di reggimento e di soluzioni

L’umanità ha collezionato una serie di forme di reggimento e di soluzioni politiche che vanno dalla monarchia alla dittatura, al caos, alla rivoluzione, alla democrazia (spesso degenerata in demagogia), alla timocrazia (reggimento basato sul censo) e all’oligarchia (reggimento basato su un limitato numero di persone appartenenti ad una determinata categoria sociale).

Della democrazia, lo statista inglese Churchill ha dato peraltro l’incisiva valutazione

la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme di governo che si sono sperimentate”.

Restando in linea con questa sua suggestiva descrizione, si può provare a ipotizzare formule di democrazia nelle quali il rischio della demagogia sia bilanciato da una serie di contrappesi ?

Non si pretende ovviamente di elencare tutte le possibili direttrici di riforma della nostra Carta Costituzionale né le migliori.

Ci si limita per ora ad alcuni spunti molto sintetici, aventi solo lo scopo di creare un dibattito e di contribuire ad un riesame di aspetti fondamentali della Carta Costituzionale, che appaiono in grado di consentire un decisamente netto miglior funzionamento dello Stato.

Sul suffragio universale

Se, come prescritto dall’art. 4.8 della Costituzione, il suffragio è universale, appare opportuno, per evitare derive demagogiche, assicurarsi che il cittadino disponga della preparazione necessaria affinché possa esercitare bene il proprio diritto di votare, evitando ciò che – nello slancio risorgimentale – è stato effettuato, ossia di dare a tutti un fucile, senza insegnar prima come usarlo.

Questo contrappeso potrebbe ad esempio consistere nel requisito, per essere iscritti nelle liste elettorali, di aver seguito con profitto un corso a livello nazionale 8o pluriregionale) di almeno 8 ore sui diritti e doveri del cittadino e, per chi non è nato e vissuto in Italia, sulla conoscenza della lingua italiana.

Sull’esito delle votazioni

Potrebbe prendersi altresì in esame l’eventualità di disporre che una votazione si intende approvata solo se consegue il 60% dei voti, evitando così che una proposta sia approvata con una maggioranza minima, ad esempio anche di un solo voto.

Si potrà prevedere la ripresentazione della proposta, ove essa abbia riportato più del 50% dei voti.

Sul referendum

Per evitare le perplessità che una forma troppo sintetica di quesito può causare, circa una sufficiente comprensione di esso, si potrebbe prevedere che il quesito sia accompagnato da un’illustrazione (in un opuscolo da diffondere tempestivamente a stampa, per televisione e ai seggi elettorali) contenente le finalità del referendum e gli effetti della sua approvazione o reiezione.

Sull’acquisizione della cittadinanza

Oltre all’acquisizione

-          jure sanguinis (escludendo peraltro la possibilità di avere un’altra cittadinanza), e

-          jure soli (per chi sia nato in Italia da un genitore italiano, anche qui esclusa una duplice cittadinanza),

si potrebbe prevedere

-          il requisito della residenza effettiva in Italia (prolungato a 15 anni; non sembra vi sia infatti bisogno di aumentare il numero dei cittadini), purché il richiedente abbia frequentato con risultato positivo un corso standard a livello nazionale o plurigiudiziale di diritti e doveri del cittadino in italiano, abbia conoscenza della lingua italiana e risulti che sia inserito nel modus vivendi italiano;

-          per matrimonio con cittadino italiano, dopo una residenza effettiva in Italia di almeno 4 anni (purché con rinuncia a qualsiasi altra nazionalità e con esito positivo della frequentazione del corso sui diritti e doveri del cittadino e di conoscenza della lingua italiana).

Sui permessi di soggiorno e di lavoro

Si potrebbe ipotizzare:

-          da un lato un permesso di soggiorno o di lavoro fino a 6 mesi per lavori temporanei (debitamente documentati, con la prova dell’avvenuta assunzione) (rinnovabile due volte);

-          permessi annuali rinnovabili di soggiorno e di lavoro (documentato) sino ad un massimo di 15 anni, ove venga superato l’esame sui diritti e doveri del cittadino e verificata la conoscenza della lingua italiana e l’inserimento nel modus vivendi italiano

-          per avvenuto matrimonio fino a 4 anni

-          con disciplina speciale per chi abbia ottenuto l’asilo politico.

Lo status dei meteci in Grecia mostra che la posizione di chi non sia cittadino, ma abbia il permesso di soggiorno e di lavoro era già sin da allora regolamentata.

Sulle cariche pubbliche

Presidente della Repubblica:

-          nomina del Presidente a suffragio universale

-          potere di conferire l’incarico di formare il Governo.

Governo:

-          composto da tecnici di ciascun specifico settore (e non da politici di carriera o iscritti a partiti)

-          sottoposizione del Governo al voto di fiducia da parte della Camera dei Deputati

-          quorum necessario per la fiducia : 55% dei votanti.

Parlamento:

-          unica Camera.

Camera dei Deputati:

-          nomina per suffragio universale

-          un deputato per ciascuna circoscrizione e votazione per circoscrizione

-          divieto di cumulo di incarichi (tra cui quale funzionario di partito, o componente di amministrazioni locali, dirigente/dipendente di imprese pubbliche)

-          esclusione della pensione (eccetto per chi sia stato deputato ininterrottamente per 30 anni ed abbia partecipato almeno all’85% delle sedute per ogni anno)

-          il deputato è invitato a svolgere un altro lavoro di modo di non aver bisogno della rielezione che può limitarne la libertà di opinione.

Remunerazione :

-          emolumento € 3.000,00 lorde al mese

-          presentazione della dichiarazione dei redditi

-          rimborsi spese mensili solo contro rigorosa documentazione

-          il tutto sotto il controllo da parte della Corte dei Conti.

Corte Costituzionale:

-          riequilibramento della composizione: un componente nominato dalla Corte di Cassazione, tre per votazione da parte dell’assise costituita dai Presidenti di tutte le Corti d’Appello, tre dal Consiglio Nazionale Forense, tre dal Consiglio Superiore della Magistratura, tre dal Parlamento, due dal Presidente della Repubblica.

Consiglio Superiore della Magistratura:

-          esercizio da parte del Presidente della Repubblica della Presidenza effettiva dell’organismo,

-          riequilibramento della composizione : tre componenti di diritto : 1/3 da Camera dei Deputati, 1/3 dall’Assise costituita dai Presidenti dei Consigli degli Ordini Forensi, 1/3 da tutti i componenti ordinari della magistratura giudicante.

Magistratura giudicante :

-          messa a punto di sistema di nomina che abbandoni il metodo del consenso e punti, con la collaborazione dei Consigli Giudiziari, al modello inglese di nomina come giudici di Avvocati che, attraverso l’esercizio della professione per non meno di 10 anni, abbiano dimostrato di possedere doti di equilibrio e di assoluta correttezza, rilevabili solo sul campo e non attraverso esami scritti e interrogazioni orali di tipo scolastico.

Magistratura requirente :

-          cessazione della qualifica quali magistrati e assunzione della funzione di avvocati dello Stato adibiti alla Sezione Penale dell’Avvocatura dello Stato, a fianco degli avvocati civili dello Stato

-          attribuzione agli avvocati penali dello Stato delle stesse guarentigie – mutatis mutandis – della magistratura giudicante.

[14-11-2016] Preferirono morire combattendo tra di loro piuttosto che prosperare insieme

di Mauro Rubino-Sammartano

Tale fu per studiosi della storia della Grecia la causa dell’incapacità di essa di prosperare al di là delle singole polis e di restare a lungo indipendente.

Le pagine ammantate di gloria di Maratona, delle Termopili e di Salamina testimoniano d’altro canto che, quando unita, essa ha saputo difendersi egregiamente da un invasore numericamente molto superiore.

Amara constatazione che, anche sotto questo profilo, ci accomuna alla di noi giustamente amata ed ammirata civiltà greca.

L’incapacità di prosperare in armonia è da sempre infatti il vessillo che siamo stati e siamo capaci di innalzare e questa è la nostra triste risposta al titolo di queste riflessioni.

Il nostro temperamento, senza giungere – in quanto verosimilmente valutato troppo drammatico – ad un cupio dissolvi, mostra una irrefrenabile volontà di contrastarsi che non solo guasta l’esistenza, ma blocca qualsiasi progresso.

L’interminabile battaglia in corso nei confronti del referendum costituzionale, approvato dal Parlamento in ben 6 letture, ne costituisce una puntuale conferma.

Poiché non era concepibile che i senatori accettassero di abolire tout court il Senato, era inevitabile dover procedere in almeno due tempi. La riforma approvata dal Parlamento è manifestamente solo la prima fase di tale mutamento.

Come ogni testo, essa non è verosimilmente perfetta, ma è necessaria per poter compiere il secondo passo.

Non vi è chi non veda che l’approvazione o meno del referendum non è il problema principale del paese. Posto che il governo comunque la ritiene una pietra fondamentale del proprio programma, chi vuole far cadere il Governo si è schierato contro di essa, mentre chi ne vuole la prosecuzione si è schierato a favore.

Il contrasto, ridimensionato così a quello che è, ossia una lotta per il potere fatta non di rado per tornaconto personale e non per servire lo Stato, sta assorbendo energie che potrebbero essere utilizzate più proficuamente nei vari e troppi altri settori in cui si registrano gravi urgenze, cui il Presidente del Consiglio cerca di far fronte.

Credo che si debba dargliene atto e riconoscere che vi sono segni che egli – per la prima volta dopo molti decenni – potrebbe riportare la pace sociale nel nostro paese, evitando tante inutili automatiche contrapposizioni.

È con questo spirito che possiamo forse ancora sperare di prosperare insieme, pensando non poco – perché no – alle nuove generazioni.

L’esordio dell’inno nazionale del Sudafrica “United We Stand” ci rammenta la premessa per poter conseguire il risultato.

[29-3-2016] Proprio nessuna formazione per poter esercitare cariche pubbliche?

di Mauro Rubino-Sammartano

La prima edizione del Saggio sulle classe sociali di Paolo Sylos-Labini (che risale al 1974 ed è stata arricchita in una nuova edizione nell’ottobre 2015), mantiene interesse ed attualità in quanto consente di studiare i mutamenti dello spaccato sociale.

Un analogo studio meriterebbe o merita un’indagine sui mutamenti della classe politica dal Regno alla Seconda Repubblica.

Mutamenti di grande momento si sono infatti all’evidenza verificati anche solo dai decenni in cui la Democrazia Cristiana ha avuto la maggioranza sino ai tempi attuali.

Se alla classe politica di allora veniva rimproverato, tra l’altro, un lungo carrierismo, in cambio essa formava – nel bene o nel male – i propri politici, che spesso potevano avvantaggiarsi da un lato di proprie ampie esperienze e dall’altro di colleghi altrettanto preparati.

Lo scenario politico attuale non sembra avere però questa connotazione. Molti entrano in politica senza alcuna preparazione ed il loro comportamento, sia a livello internazionale che a livello regionale e comunale, ne è spesso l’inevitabile conseguenza.

È quindi legittimo domandarsi se non vi sia alcun rimedio a questa situazione e pertanto che abbia una “licenza di legiferare e/o di governare” sia a facile portata di mano di chiunque sia stato designato dalla propria segreteria politica (o movimento organizzatore), anche se sprovvisto di un’adeguata formazione.

Contrasto stridente con la soluzione data al problema dalla Francia in cui l’Ecole Nationale d’Administration (ENA), che ha sede a Strasburgo, è stata costituita nel 1945 dal Governo provvisorio francese per garantire la formazione di una nuova classe dirigente.

L’obiettivo dell’ENA è per giunta non solo di fornire allo Stato una classe dirigente preparata, ma anche di garantire a tutti un accesso alla funzione pubblica fondato sul merito.

I partecipanti al corso vengono selezionati con un concorso rigoroso. Viene segnalato che su 3000 candidati, solamente 80 vengono ammessi. Si tratta di una formazione interdisciplinare che dura 24 mesi, di cui la metà di studio e la residua metà consista in un tirocinio effettuato presso uffici pubblici.

Tra la bibliografia sull’ENA vedasi La Fabrique des Enarques, EYMERI, Paris Economica, giugno 2001 e L’ENA, Miroir de l’Etat. De 1945 à nos jours, GAILLARD, Complexe 1995 (Questions au XXe siècle).

Non è forse male che anche nel nostro Paese il cittadino sia tutelato, a livello sia nazionale che regionale o comunale, nonché per qualsiasi altra funzione pubblica, da un requisito di avvenuta partecipazione con esito positivo ad un serio corso di preparazione, che potrà essere modulato a seconda delle varie funzioni.

Ad esso, così come alla scelta dell’Esecutivo da parte del Capo dello Stato (soggetta al vaglio e votazione da parte del Parlamento) sembra affidata la speranza di un incanalamento del nostro potere legislativo ed esecutivo in una direzione che dia, almeno alle future generazioni, prospettive meno insoddisfacenti delle attuali.

[17-12-2015] Guerra al modo di vivere dell’occidente: qualche mea culpa?

di Mauro Rubino-Sammartano

La tradizionale nozione di guerra quale scontro tra eserciti, di cui i conflitti in Vietnam, poi tra Iraq e Iran, tra Iraq e Kuwait sono ricordi non così lontani, non aiuta a catalogare i conflitti che si stanno verificando in più paesi.

La Jugoslavia, l’Algeria, l’Uganda e la Rhodesia, e poi Tunisia, Libia, Egitto, Siria (i quali dopo aver dato l’illusione di una primavera, hanno ospitato gravi scontri) sono stati teatro di autentiche guerre civili, molte in corso e altre forse spente solo all’apparire.

Una serie di esplosioni terroristiche sta ora colpendo l’Occidente da un lato e paesi arabi dall’altro. Secondo taluni i vari attacchi sono coordinati centralmente. Secondo altri il seme dell’odio e di violenza – che è stato diffuso – si traduce in attacchi a volte estemporanei, altre simultanei, come New York e ora di Parigi.

Se non ci si ferma a spiegazioni banali, l’individuazione del loro movente non è forse agevole neppure per gli esperti.

Una componente di tale stato d’animo può essere costituita da una grave disapprovazione del “modo di vivere” occidentale.

Sembra che sullo sfondo degli assalti all’Occidente vi sia una rabbia di molti per il miglior livello di vita occidentale, rilevato ormai ovunque grazie a televisione e a internet.

Sentimento diffuso, anche se solo in misura pacifista, in altre fasce di paesi arabi e condivisa forse anche molti altri paesi e civiltà.

Questa ricostruzione – se corretta – chiama noi occidentali ad un esame di coscienza circa il nostro modo di vivere e nello specifico ci chiede di domandarci se l’impressione che diamo all’esterno è di condurre una vita retta da valori che meritino rispetto oppure riprovevoli.

Una risposta generalizzata non è possibile né in assoluto né in questa sede. Essa richiederebbe infatti un’analisi sociologica molto complessa in quanto da un lato i comportamenti di vari strati della popolazione dell’Occidente non sono uniformi e dall’altro l’Occidente ha – è ben noto – sfaccettature molto diverse, così come tra Europa meridionale da un lato ed Europa centrale e del Nord dall’altro, e così pure tra Europa e Stati Uniti.

Non si può peraltro trascurare che se è il modo di vivere occidentale che facilita o addirittura causa una reazione diffusa di disapprovazione (che in taluni ambiente si tramuta in odio, o concorre a crearlo) tale disapprovazione non si basa sui risultati di un’analisi approfondita, ma verosimilmente solo su un’impressione che nell’insieme – a torto o a ragione – diamo all’esterno.

Con doverose riserve, l’impressione – sia pur superficiale – che i media danno del modo di vivere dell’Occidente, non sembra essere positiva, anche se essa ignora tutti coloro che lavorano, che fanno il loro dovere e si dedicano alla loro famiglia, e dunque i componenti positivi della nostra società, più numerosi forse di quanto appare a prima vista.

Ciò che luccica, e colpisce l’attenzione di chi ne riceve l’immagine, è un modo di vivere basato sul benessere, sull’abbondanza, sulla ricerca di piaceri materiali, su una corsa a mettersi in mostra, ad accaparrarsi vantaggi e a prendere il più possibile.

La ricerca del piacere, la glorificazione della ricchezza e del lusso, la non riservatezza di molti abbigliamenti e comportamenti, l’esaltazione di questo insieme di comportamenti come un obiettivo supremo del vivere, tutto ciò colpisce la fantasia di osservatori esterni, soprattutto se lontani, molto più che il senso del dovere, la correttezza, le opere di volontariato e i tanti comportamenti eroici nell’umiltà e nella quotidianità, quali ad esempio l’opera di molti maestri, delle scuole elementari, che non hanno dimenticato i profondi valori spirituali dell’Occidente.

Se l’immagine deteriore che si ha dell’Occidente è intrisa di materializzazione e ricerca del piacere, il rafforzamento delle misure di sicurezza, il lavoro di intelligence, il controllo di chi entra nei nostri territori e della sua identificabilità e identificazione, è sufficiente a prevenire la reazione selvaggia costituita da attentati che colpiscono persone che non hanno fatto nulla di male agli aggressori?

E ciò è sufficiente a frenare anche l’invasione pacifica di milioni di persone alla ricerca di condizioni di vita molto migliori che l’Occidente dà loro l’impressione di offrire?

Un ritorno ai nostri valori fondanti, il recupero della nostra spiritualità, la sua traditio ai giovani da parte delle famiglie e della scuola non potrebbero eliminare o ridurre la materialità dilagante, la smania di denaro e/o potere?

Se l’Occidente saprà dare di sé l’immagine diversa di attaccamento al lavoro, di impegno, di serietà, di fede in ideali, di una vita da uomini (e donne) giusti, ciò significherà – credo – non solo che abbiamo “ritrovato la strada” ma potrà evitare che l’Occidente sia visto come “una ronda del piacere” che crea in taluni disapprovazione, in altri invidia e nei più pericolosi odio e violenza.

Un qualche mea culpa è quindi proprio del tutto fuori luogo?

[6-9-2015] Insediamenti di massa ostacolanti?

di Mauro Rubino-Sammartano

Solo qualche prima considerazione su un tema così ampio e delicato e sulle misure adottabili al riguardo, tema una cui adeguata trattazione sotto i vari profili sociologico, politico e strategico va ben al di là di queste poche righe.

Dovere cristiano di ospitalità e insediamenti forzati

Se non si può certo dimenticare il dovere cristiano di ospitare il proprio prossimo nei limiti delle proprie possibilità, non può non farsi una netta distinzione tra la concessione di ospitalità e il subire insediamenti di massa da parte di terzi, siano essi a mano armata o pacifici.

Anche il dovere di ospitalità ha peraltro dei limiti precisi nella disponibilità di chi intende concederla.

Se così un privato potrà ospitare presso la propria abitazione due o tre persone, non potrà certo ospitarne cinquanta. Lo stesso criterio deve applicarsi agli Stati che in ipotesi potranno ospitare alcune centinaia di migliaia di persone, ma non vari milioni di esse.

La prova di resistenza

E se tutti i cinesi volessero insediarsi in Europa?

L’ipotesi paradossale che tutti i cinesi vogliano insediarsi in Europa offre la prova di resistenza della tesi di un’apertura illimitata. Evidentemente si tratterebbe di una soluzione che corrisponderebbe ad un’invasione non accettabile.

Anche per chi non voglia rifarsi alla lettera alle restrizioni degli Stati Uniti per l’immigrazione, non possono non esserci dei limiti precisi all’accoglimento di persone provenienti da altri Stati.

Presa di posizione dell’Unione Europea

Il grande afflusso di extracomunitari che si verifica in Europa da qualche anno richiede una chiara e decisa presa di posizione dell’Unione Europea.

Essa passerà attraverso la classica distinzione tra diritto di asilo, che il diritto internazionale consuetudinario riconosce legittimo, e il tentativo invece di molti altri di entrare alla ricerca di una migliore fortuna.

Inoltre, poiché l’installazione permanente comporta la nascita di figli e l’attribuzione ai figli e prima o dopo anche ai genitori della nazionalità, un altro requisito per l’accoglimento è l’accettazione del modo di vivere del paese ospite.

Nei non rari casi in cui invece il nucleo sempre crescente di cittadini di un altro Stato mostra chiaramente di desiderare di mantenere totalmente il proprio modus vivendi, esso finisce a divenire un corpo estraneo alla comunità nazionale e tale aspetto negativo deve essere tenuto in considerazione.

Tale accoglienza potrà essere consentita, ma inevitabilmente essa dovrà essere contingentata e indirizzata a chi sia in grado di inserirsi operativamente in Europa attraverso la conoscenza della lingua e il possesso di un mestiere o una professione, nel qual caso egli può ben essere benvenuto. Ciò può significare avere persone costrette a procurarsi di che vivere in maniera diversa e non sempre lecita.

Occorrerà inoltre inevitabilmente la precisa identificazione di chi venga ammesso, anche con il prelievo delle impronte, l’obbligo di comunicazione degli spostamenti e il suo monitoraggio.

Se, come secondo alcune voci accadrebbe, molti degli immigrati ad un certo punto scompaiono, la situazione che ne deriva sfugge alla sicurezza non solo nazionale, ma europea.

Cooperazione internazionale per rimuoverne le cause

Inevitabilmente, la soluzione migliore del problema è il farne venir meno la necessità, attraverso interventi in sede di cooperazione internazionale con gli Stati interessati, rendendo più umane o comunque più vivibili le condizioni di vita di chi è ora indotto ad abbandonare il proprio paese.

Accesso solo tramite centri di smistamento sulle sponde Sud e Medio Oriente del Mediterraneo

Anziché intervenire per salvare chi viene trasportato attraverso il Mediterraneo con mezzi di fortuna e tenerli poi dei mesi in attesa di identificazione o di decisioni (periodo nel quale, come si è visto, non pochi sembrano scomparire addirittura) tale risultato potrà essere ottenuto – se la decisione dell’Unione Europea è di effettuare un controllo serio e responsabile delle situazioni che legittimano l’ingresso nel paese nei limiti del contingentamento consentito – attraverso l’apertura di centri di smistamento dell’Unione Europea, collocati sulla sponda sud e sulla sponda Medio Oriente del Mediterraneo.

Lì si potrà procedere a controlli, a verifiche e all’ammissione di persone che a quel punto saranno trasportate attraverso il Mediterraneo addirittura a spese della Comunità o con un contributo ragionevole degli interessati e poi distribuite tra gli Stati europei.

Guerra agli scafisti

Se tale è la decisione di fondo che sarà adottata in sede europea, occorrerà adottare le misure per farla rispettare.

Tra gli strumenti che potranno essere utilizzati a tal fine, non mancano alla Marina Militare le soluzioni per sbarrare con la forza l’accesso di imbarcazioni non autorizzate.

Occorrerà anche introdurre nell’ambito del codice penale militare un reato ad esempio di associazione a delinquere per favoreggiamento di violazione dei confini dello Stato, il quale preveda la condanna ai lavori forzati e – per le entrate via terraferma – sanzioni penali nei confronti di persone o guardie compiacenti.

Un’energica attuazione di tali misure sarà destinata a far diventare note agli interessati tali regole attraverso la televisione e altri mezzi di comunicazione e di diffusione.

Non è detto che queste siano le uniche o le migliori soluzioni. Esse sono dirette solo a mettere in moto un’analisi seria e precisa e a far sì che essa venga portata a conoscenza della popolazione europea, procedendo a verifiche dell’accordo generale anche attraverso un referendum.

[7-1-2014] Due uomini di Stato sullo sfondo del baratro

di Mauro Rubino-Sammartano

Una delle tante specialità “nazionali” è forse quella di saper toccare con facilità il fondo del baratro.

Come dalle conquiste di Cesare si è finiti al Basso Impero, impersonificato dalla cena di Trimalcione (e alla scelta e poi destituzione dell’imperatore da parte dei suoi pretoriani) e come dal nostro Rinascimento artistico si è passati, a causa delle nostre continue discordie interne e del prevalere del “particolare” di ciascuno, a varie dominazioni straniere, così, duemila anni circa dalla conquista della Gallia, il Paese ha nuovamente, dopo il miracoloso risollevamento dall’ultima Grande Guerra, toccato il baratro e ci sta permanendo.

All’incapacità ormai cronica di sbarazzarsi definitivamente della delinquenza organizzata si sono aggiunti l’egoismo e la mancanza di lungimiranza di buona parte della classe dirigente, la forza di ideologie capaci di distruggere, lo scempio paesaggistico e urbanistico, una serie di opere pubbliche incompiute, e di rifiuti anche tossici emergenti qua e là dal terreno, nonché la protezione anche di chi non ha voglia di lavorare, il clientelismo e la corruzione. È infine caduta anche l’ultima illusione : ossia che tutti coloro che facevano politica lo facessero per servire lo Stato.

Sono così riemersi gli aspetti più negativi del volto nero del nostro modo di essere. Le mele marce – è noto – si notano molto di più di quelle sane, che sono di gran lunga più numerose. Ma anche se il raffronto numerico tra di esse potesse mai consolare, ciò che – a mio avviso – dà il colpo di grazia al nostro “sistema” è che chi trasgredisce, non rispetta il prossimo ed è indisciplinato, non è guardato dalla maggioranza con riprovazione, ma ammirato perché considerato “furbo”.

In questa gara a chi riesce ad andare più in basso, e in cui tanti, tacendo, di fatto acconsentono, l’obiettivo di livellare è stato così raggiunto, ma purtroppo allineando quasi tutti, anziché in alto, al livello spirituale più basso.

Siamo, sembra, al fondo del baratro e allo stato non si vedono grandi segni di risalita.

Non poteva non conseguirne uno sdegno profondo della parte sana del Paese, aggravato dalla mancata adozione di soluzioni che, soprattutto per le fasce sociali economicamente più lese, devono ridurre le gravi difficoltà in cui esse versano, e cui larga parte della classe politica non dà l’impressione di dare l’assoluta priorità cui esse hanno diritto o di essere comunque in grado di trovare la soluzione.

Sdegno che trova di conseguenza crescente espressione in varie parti del Paese.

Da questo sfondo, si distacca ancora gente per bene, che fa il proprio dovere e anche tra chi fa politica vi è certamente qualche persona di “buona volontà”.

Su di essi spiccano peraltro di gran lunga, per nostra fortuna, due persone di grande rilievo.

In primo luogo, il nostro Presidente della Repubblica, un grande servitore dello Stato, che con il suo equilibrio e con la costante individuazione di ciò che è bene per il nostro sfortunato paese, ci sta rendendo un servigio che forse non meritiamo.

Egli è, e resterà a lungo – come lo è stato Einaudi – un grande esempio per tutti. Il suo recentissimo invito a “intraprendere e a innovare” è uno stimolo e un messaggio di speranza per i giovani.

Da minor tempo, ma con un’eccezionale pazienza e senso del servire lo Stato, il Presidente del Consiglio. Con un saggio e costante impegno diretto a cercare di far quadrare cerchi (che varie forze politiche sembrano quasi divertirsi a creare, alcuni nell’interesse della loro parte), anch’egli serve il nostro Paese e cerca il bene dei cittadini.

Verso entrambi non può che esservi – e non sempre vi è – una profonda gratitudine.

[21-05-2013] Una breccia in un grande muro aperta da un grande presidente (Un altro saggio esercizio delle prerogative presidenziali)

di Mauro Rubino-Sammartano, Presidente, European Court of Arbitration

Dopo la breccia di Porta Pia, un’altra breccia è stata aperta in un muro ancor più importante, grazie ad un altro ben calibrato intervento del Presidente della Repubblica.

Nel muro di astio che ha diviso il nostro paese (come ce lo ricorda il contrasto antico tra guelfi e ghibellini) tra la democrazia cristiana e la sinistra e poi nell’ultimo ventennio tra il centro-destra e la sinistra nelle sue varie articolazioni, e che ha avvelenato il tessuto sociale a danno non solo della pace sociale, ma anche del progresso economico, è stata infatti aperta una breccia che solo un grande Presidente, alla ricerca del bene del Paese, vi poteva apportare.

L’opera di convincimento e la presa di posizione ferma e coraggiosa del Capo dello Stato ha portato all’insperato risultato di un Governo di coalizione, in cui i due partiti tradizionalmente opposti hanno accettato di governare insieme.

Anche se la celebrazione di un matrimonio non è sempre purtroppo garanzia che la convivenza sarà felice, e l’adesione all’accorato invito del Presidente della Repubblica potrebbe – Dio non voglia – essere da qualcuno intesa come una semplice tregua d’armi, è lecito auspicare e doveroso confidare che si sia in presenza di un importante passo avanti per la pace sociale, di cui il paese ha un enorme bisogno.

In primo luogo, sul piano spirituale, per rasserenare gli animi, e in secondo luogo perché se l’unione fa la forza, la divisione provoca debolezza non solo nei rapporti internazionali della nostra Italia, ma anche sul piano economico, tra l’altro in quanto assorbe preziose energie, sottraendole al loro utilizzo per costruire insieme un paese meglio strutturato, meglio organizzato e più attento ad eliminare un mare di sprechi e di abusi e a favorire la crescita economica di tutti, ceti meno abbienti in testa.

Dopo la scelta di un governo tecnico, di grande rilievo sul piano del ritorno alla separazione dei poteri, la spinta ad una così indifferibile pace sociale è un ulteriore grande contributo del Capo dello Stato.

I ricambi generazionali non sono solo giustificati, ma inevitabili.

La giovinezza di cui il paese ha bisogno è tuttavia quella dello spirito, più che quella anagrafica.

Un vecchio professore napoletano diceva “c’è chi nasce vecchio e chi invecchia muore giovane”.

Il nostro Presidente, ben saldo malgrado l’età, è un esempio della fondatezza di questo saggio proverbio della scuola napoletana.

[31-01-2012] Costituzionalizzare i governi tecnici (per una vera Terza Repubblica)

di Mauro Rubino-Sammartano, Presidente, European Court of Arbitration

L’iniziativa del Capo dello Stato di dare vita ad un Governo Tecnico è stata accolta  con largo conforto, essendo la risposta migliore all’emergenza.

Al di là della contingenza, essa induce tuttavia ad una riflessione di fondo, la quale  trae le mosse dall’individuazione di alcuni dei non pochi mali della Seconda Repubblica.

Anzitutto, essendo il Governo l’espressione della maggioranza in Parlamento, viene a  mancare il contrappunto naturale tra potere legislativo ed esecutivo. Quest’ultimo,  emanazione del primo, traduce infatti inevitabilmente le intenzioni della maggioranza.

Il Governo viene inoltre formato mediante criteri di ripartizione degli incarichi tra le  correnti del partito unico di maggioranza o tra i partiti che la compongono. Ne consegue che non è raro che il titolare di un dicastero e i suoi sottosegretari non siano esperti del relativo settore.

Soluzione poco accettabile in quanto chi si trova in tale situazione rischia di dover accettare la posizione proposta dai suoi Direttori  Generali o di adottare soluzioni autonome, non sostenute da una profonda conoscenza ed esperienza della materia. Inoltre, tali cariche, nell’effettuare scelte politiche, sono portate a dover tenere spesso conto della loro popolarità, al fine di non ostacolare il successo del proprio partito, nonché la propria rielezione alle successive elezioni.

Infine il Ministro e i suoi sottosegretari non possono essere insensibili ai desideri della segreteria del proprio partito. Viene così totalmente meno la separazione dei poteri, così nitidamente teorizzata da Montesquieu ed essenziale per l’equilibrio tra i poteri dello Stato, e la segreteria del partito di maggioranza cumula in sé il controllo dei poteri legislativi ed esecutivi.

Il risultato congiunto di tali deviazioni non può essere soddisfacente.

La soluzione adottata saggiamente dal Capo dello Stato apre allora una nuova prospettiva di portata generale, ovvero di costituzionalizzare i Governi Tecnici, soluzione che può evitare le negatività sopra considerate.

L’ipotesi che in tal caso si prospetta è che il Governo, attraverso una modifica della Costituzione, venga  sempre costituito dal Capo dello Stato, e sia composto  solo da tecnici, ossia non da politici né da persone ad essi vicine.

Un Governo che presenta al Parlamento il proprio programma e man mano le proprie proposte legislative, che restano soggette alla sua approvazione.

Si ripristina in questo modo la separazione dei poteri.

I componenti del Governo saranno in tal caso dei tecnici, ciascuno esperto nella propria materia. Avendo mandato per quella legislatura, con esclusione del rinnovo del mandato da parte del Presidente della Repubblica, essi non dovrebbero essere influenzati nelle loro decisioni da speranze elettorali.

La nomina del Capo dello Stato da parte di cittadini, attraverso un’elezione diretta, dovrebbe produrre l’effetto di rafforzare il ruolo e la sua posizione super partes anche ai fini di tale ulteriore ruolo.

Ci si dovrebbe forse anche domandare se siano ancora necessari due rami del Parlamento, posto che i criteri per l’elezione dei  loro componenti non sono più molto diversi.

Una riforma piuttosto profonda, come quella qui delineata, non sarà verosimilmente facilmente effettuata.

Peraltro, un ruolo propositivo non è forse privo di una qualche utilità quale contributo ad una continua ricerca di soluzioni che possano migliorare l’assetto della comunità.