[06-03-2011] Serve un’Authority per la sicurezza sul lavoro

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

L’art. 32 della Costituzione tutela il valore fondamentale della salute di ogni cittadino. E, tuttavia, questo diritto viene quotidianamente messo in gioco proprio nell’esercizio di un altro diritto fondamentale: il lavoro. L’occasione di lavoro è anche occasione di esposizione a rischi per la salute. Non è un caso che già il codice civile, all’art. 2087, avesse obbligato il datore di lavoro ad adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Misure che, tuttavia, non hanno impedito che in Italia, soltanto negli ultimi dieci anni, ci siano stati oltre diecimila morti bianche e circa dieci milioni di infortuni. Nessun settore è al riparo da rischi. Basti pensare che circa la metà degli infortuni mortali sono conseguenza di incidenti nel percorso da casa al lavoro. Fortunatamente, si registra ormai da tempo una costante diminuzione degli eventi infortunistici, sia lievi che fatali. Ma, in termini assoluti, siamo ancora di fronte a cifre che non possono essere accettate come fisiologiche. L’obiettivo delle zero vittime è una utopia che si ha il dovere costituzionale di perseguire. Molto è stato fatto a livello normativo, sia in termini di prevenzione che di repressione, ma i progressi sin qui ottenuti non sono sufficienti. E il previsto massiccio ingresso nel nostro paese di immigrati nordafricani che, in larga parte, andranno ad ingrossare le file del lavoro irregolare privo di ogni tutela, rischia di invertire la tendenza. Se poi, come è auspicabile, la ripresa dell’economia mondiale dovesse far ripartire di slancio industria ed edilizia, le vittime del lavoro potrebbero aumentare drammaticamente.

Come far fronte, allora, a questa emergenza? Le leggi non mancano: è del 2008 il testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il vero problema è fare in modo che la disciplina di legge venga rispettata e che si affermi una cultura della sicurezza ancora oggi poco diffusa, soprattutto nelle piccole e piccolissime imprese. Pur non dovendosi mai abbassare la guardia nella tradizionale attività di vigilanza e repressione, ad essa si dovrebbero affiancare strumenti nuovi. Un segnale forte, in questo senso, potrebbe venire dalla istituzione di una sorta di difensore civico per il lavoro: una autorità indipendente che, oltre ad avere poteri di vigilanza, funga da terminale per segnalazioni su sospette carenze in materia di sicurezza, ricorso a forme di lavoro di dubbia regolarità, turni di lavoro eccessivi e, in genere, ogni forma di malpractice nella gestione del personale. Alla autorità garante dovrebbe essere attribuita la funzione di stilare dettagliate linee-guida, valutare le segnalazioni dei cittadini ed emanare specifici provvedimenti nei confronti delle imprese non virtuose. Un organismo super partes, autorevole e vicino ai cittadini, contribuirebbe a mantenere il lavoro nella legalità, tenendolo così lontano dai tribunali e dalle infermerie.

[06-02-2011] Giovani: emergenza lavoro

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

In questi ultimi due anni di durissima crisi economica le politiche a sostegno dell’occupazione si sono prevalentemente concentrate sugli strumenti a sostegno della occupazione esistente, finanziando con quasi dieci miliardi di euro la cassa integrazione, mentre solo una minima frazione delle risorse messe in capo sono state destinate ad aiutare l’accesso al lavoro, in particolare dei giovani in cerca di prima occupazione. Il dramma della disoccupazione involontaria è stato, cioè, prevalentemente affrontato ponendosi nella prospettiva di chi un lavoro già lo aveva e non di chi lo cercava invano. Il risultato di questo approccio è crudamente riassunto nelle più recenti statistiche: secondo l’ultimo rapporto “noi Italia” elaborato dall’Istat, mentre il tasso generale di disoccupazione è cresciuto dal 6,7 per cento del 2008 al 7,8 del 2009, nello stesso periodo il tasso disoccupazione dei giovani tra i 15 ed i 29 è cresciuto di oltre quattro punti percentuali, superando il 25%. Insomma, lo tsunami della recessione ha colpito soprattutto i giovani. In qualche modo questi dati danno ragione a chi ha osservato che l’Italia, grazie soprattutto all’ammortizzatore sociale della cassa integrazione guadagni, ha retto meglio di altri paesi all’emergenza occupazionale generata dalla recessione. Ma l’esplosione del numero di giovani senza un lavoro ha assunto proporzioni tali da ipotecare il futuro stesso del nostro paese. Un paese che invecchia non solo nella sua struttura demografica ma ancor di più nella composizione della popolazione attiva è destinato ad un declino inesorabile. Il confronto con le economie emergenti è impietoso, ma anche nella “vecchia” Europa stiamo scivolando agli ultimi posti nella classifica dei giovani occupati, riuscendo a tener testa, per ora, solo all’Ungheria e a Malta. Cosa ha portato a questa situazione? Le difficoltà dei nostri giovani a trovare uno sbocco nel mercato regolare del lavoro ha origini che risalgono a ben prima della crisi iniziata due anni fa. Ha pesato, innanzitutto, l’incapacità del sistema formativo di trasmettere competenze professionali al passo con la rapida metamorfosi del tessuto economico. E’ stato sottovalutato il moltiplicarsi delle realtà imprenditoriali non solo dei servizi avanzati, ma anche del settore manifatturiero, che ha subito una radicale innovazione dei processi produttivi. Purtroppo le scuole tecnico-professionali, strozzate dalle difficoltà finanziarie, stanno scomparendo invece che moltiplicarsi, e l’offerta formativa non incrocia quanto è richiesto dal mercato. Ma, ciò che più conta, è che si sono rivelate inefficaci le politiche per l’occupazione giovanile, che ragionevolmente hanno puntato sui contratti a contenuto formativo, ma poi li hanno gravati di procedure di attivazione e gestione complesse e farraginose e non li hanno sostenuti con adeguati incentivi finanziari. La recessione iniziata alla fine del 2008 ha fatto il resto e oggi gli ultimi sconfortanti dati statistici ci impongono di prendere atto che quella dei giovani senza lavoro è un’emergenza da affrontare con misure economiche straordinarie, che diano un senso concreto a quel patto generazionale di cui tanto si va parlando, ma sul quale poco si è fatto. Per dare una risposta immediata a questa emergenza c’è bisogno di dirottare una parte delle risorse che, fin qui, sono state destinate ad arginare l’emorragia di posti di lavoro. Si potrebbe, ad esempio, utilizzare la consistente quota di fondi non utilizzati per la cassa integrazione per finanziare i nuovi contratti di lavoro con i giovani fino ai 29 anni, prevedendo sgravi contributivi estesi ad ogni settore, in una misura intermedia fra l’aliquota piena e quella prevista per l’apprendistato. Si tratterebbe di una misura eccezionale e costosa, certo. Ma è arrivato il momento in cui riconoscere che l’investimento sul lavoro dei giovani non è più una delle opzioni possibili, ma una necessità. Perché lo stallo delle nuove generazioni è il peggior nemico del benessere di tutti.

[17-01-2011] Mirafiori oltre il referendum

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Cosa cambia il referendum di Mirafiori? Sotto il profilo giuridico, niente, ma gli equilibri delle relazioni industriali ne escono profondamente scossi. Il referendum fra i lavoratori di una azienda rientra tra gli strumenti di azione sindacale, ma non ha alcuna capacità di produrre effetti giuridicamente vincolanti. A differenza dello strumento referendario previsto dalla Costituzione, quello previsto dallo Statuto dei lavoratori non può propriamente considerarsi una forma di democrazia (sindacale) diretta. Esso non esprime, infatti, la volontà di un comitato promotore alternativo ai comuni canali di rappresentanza; né intende porsi come forma di azione sindacale sussidiaria, laddove l’istituzione associativa venisse ritenuta inadeguata alla gestione di specifiche emergenze. Il referendum è, a tutti gli effetti, un istituto a disposizione dei sindacati. Lo Statuto dei lavoratori lo ha previsto come strumento di verifica ex post dell’apprezzamento, da parte dei lavoratori, delle scelte operate dal sindacato.  Se la trattativa sindacale ha un esito positivo e le parti raggiungono un accordo, il sindacato può scegliere di sottoporre i termini dell’accordo alla approvazione della “base”, cioè dei lavoratori direttamente interessati. Normalmente il testo sottoposto alla approvazione dei lavoratori è presentato unitariamente dai sindacati e – normalmente – è scontato l’esito positivo. Ciò in quanto – normalmente – l’accordo produce risultati migliorativi per i lavoratori rispetto alla regolamentazione precedente. Se la vicenda di Mirafiori ha fatto tanto rumore non è soltanto per il ruolo storico della Fiat nel panorama industriale italiano. Infatti, quello che è avvenuto nel lo stabilimento torinese della Fiat ha ben poco di “normale”, volendo intendere con tale termine la consueta prassi sindacale. A differenza di quanto avviene normalmente, questa volta il testo da sottoporre all’approvazione dei lavoratori non prevedeva il miglioramento dei parametri economici e normativi: al contrario, operai ed impiegati erano chiamati ad accettare un sacrificio per conservare il lavoro e sperare in un futuro di sviluppo, peraltro incerto nei tempi e nei modi. Così è successo che la Fiom, il sindacato tradizionalmente più rappresentativo del settore metalmeccanico, abbia duramente contestato l’accordo. Con la conseguenza che a Mirafiori non si è celebrato il consueto rito della ratifica plebiscitaria, ma si è consumata una vera e propria battaglia all’ultimo voto. Ecco perché il referendum di Torino segna, dopo il precedente di Pomigliano, un passaggio cruciale per le relazioni industriali. Si tratta di capire se questi sono i prodromi di una evoluzione in senso competitivo fra le diverse anime del sindacato, che avrebbe come conseguenza l’esclusione della componente minoritaria dal governo della contrattazione collettiva; oppure se – e non sarebbe la prima volta – si tratta soltanto di una separazione momentanea, destinata a ricomporsi  attraverso un percorso di ricomposizione di una linea unitaria. Visto il disinteresse sin qui mostrato dal governo, il futuro è più che mai nelle mani dei contendenti.

[06-01-2011] Il nuovo Quarto Stato

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Partita più di un secolo fa da Volpedo, piccolo paesino alle pendici dei colli tortonesi, la marcia di lavoratori del Quarto Stato è approdata in piazza del Duomo, al nuovo museo del novecento.

Sono poche le opere d’arte italiane che sono riuscite a riassumere in una singola icona un’intera epoca storica. Il Quarto Stato rappresenta da oltre un secolo, secondo le parole di Pellizza da Volpedo, “una massa di popolo, simboleggiante tutta la grande famiglia dei figli del lavoro, i quali intelligenti, forti, uniti, s’avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo che si frappone”. Il Quarto Stato è la sintesi iconografica di tutti i movimenti operai del novecento, delle lotte di un classe sociale che irrompeva nella storia per affermare con orgoglio la propria identità, rivendicando con forza il diritto a non rimanere ai margini dello straordinario sviluppo sociale ed economico che la rivoluzione industriale stava producendo in Europa e al di là dell’atlantico.

L’apertura nel cuore di Milano del museo dedicato all’arte del ventesimo secolo offre l’occasione per gettare lo sguardo oltre la celebrazione e domandarsi cosa resta oggi non solo della spinta propulsiva dei movimenti operai, ma degli stessi confini tradizionali del lavoro. Se, uscendo dalla tela e prendendo vita, i lavoratori di Pellizza riempissero oggi il sagrato del Duomo, quale accoglienza riceverebbero dai loro colleghi milanesi? Cosa li accomunerebbe? Su quali battaglie troverebbero consenso?

Negli ultimi due decenni si è discusso molto sulla fine della fabbrica fordista, sulla smaterializzazione dell’impresa, sulla economia immateriale, sulla natura ubiquitaria dei nuovi lavori legati alle tecnologie informatiche e, persino, sulla stessa fine del lavoro, almeno secondo i paradigmi con i quali è stato sin qui inteso. I due decenni che ci hanno traghettato dall’avvento del personal computer al social network di Facebook hanno diffuso la sensazione che le imprese fossero destinate a trasformarsi da luoghi di lavoro a nodi connettivi di competenze senza nazione e senza luogo. Ma la storia più recente ha riportato sulla terra una visione del lavoro che guardava troppo all’immaginifico e troppo poco alla più prosaica ma concreta realtà. E’ successo, infatti, che la crisi della finanza abbia travolto l’economia materiale, quella fatta da fabbriche e uffici dove persone reali si riunisco ogni mattina per affrontare la propria giornata di lavoro. Allora, improvvisamente, c’è stato per tutti un brusco risveglio dal sogno di un mondo che procede sicuro nell’etere della economia virtuale. Così, ci si è ricordati che è nelle fabbriche e negli uffici che si concentra oltre il 95% di tutto il lavoro e ci si è anche accorti che i colletti bianchi di Mirafiori hanno problemi molto simili alle tute blu di Pomigliano. E allora c’è da credere che se, in questo primo scorcio di 2011, i lavoratori venuti da Volpedo potessero scendere dall’Arengario e camminare per le strade, non si sentirebbero degli alieni.

(pubblicato sul Corriere della Sera – Milano -  del 4-01-2011)

[04-12-2010] Ripresa e formazione

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Incerto, a strappi, condizionato dalle continue pertubazioni monetarie internazionali: il cammino della ripresa economica pare una corsa ad ostacoli, ma in Lombardia le imprese hanno ricominciato a ricevere ordinativi e la produzione industriale mostra incoraggianti segni di crescita. Il terribile 2009 sembra lontano e, benché in pochi siano disposti a scommettere sulla solidità di questa ripresa, i volumi di fatturato crescono e si respira aria di rinnovata fiducia. Ma come si tradurrà questa ripresa in termini di lavoro? Negli ultimi due anni si sono avute innumerevoli ristrutturazioni aziendali, con tagli di personale che, non di rado, hanno colpito ben oltre la contrazione dei livelli produttivi. Insomma, la crisi ha fatto, fra i lavoratori, ancor più vittime di quante non fossero strettamente necessarie. Ma la crisi ha pesantemente penalizzato anche gli investimenti sulla qualità del lavoro, in particolare riducendo le già non abbondanti occasioni di formazione professionale continua. Ora che la produzione sta ripartendo, viene al pettine il vero nodo sullo scenario che ci aspetta in fondo al tunnel. Possiamo confidare in una strategia di sviluppo che, oltre a compensare la perdita quantitativa della occupazione negli ultimi due anni, intenda investire nella qualità delle risorse umane, oppure si continuerà a navigare a vista, contando semplicemente sull’effetto trascinamento delle economie più avanzate? Oggi non ci sono più alibi. Alleggerite da ogni peso superfluo, le imprese hanno la grande opportunità di concentrare le risorse disponibili nella formazione e riqualificazione del capitale umano, assumendo giovani con contratti a contenuto formativo come l’apprendistato e dotando stabilmente tutti i lavoratori di conoscenze e professionalità adeguate alla domanda dei mercati più evoluti.
(Pubblicato sul Corriere della Sera del 3-12-2010)

[09-11-2010] L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ma quale?

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Articolo 1 della Costituzione: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Ma quale lavoro? Possono le fondamenta di una nazione posare sul lavoro precario?

Il richiamo alla stabilizzazione dei precari, pronunciato dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nella sua Lezione Magistrale dello scorso 5 novembre su “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica”, ha riportato l’attenzione attorno ad un tema che, negli ultimi due anni, era scivolato ai margini del dibattito politico e mediatico, sovrastato dalla emergenza occupazionale conseguente alla crisi della economia globale iniziata nell’autunno del 2008.

La straordinaria eccedenza di offerta di lavoro in rapporto ad una domanda in caduta libera ha fatto sì che il bene-lavoro si sia rapidamente deteriorato; e ciò rispetto ad una situazione pre-crisi che già era stata segnata da un andamento particolarmente asfittico, sia in termini di retribuzioni che di stabilizzazione dei contratti a tempo determinato o – più in generale – non standard.

A fronte di una improvvisa e generalizzata ondata di licenziamenti collettivi per riduzione o cessazione di attività, anche un “lavoro purchessia” – precario, sottopagato e senza prospettive di crescita professionale – è stato per lo più vissuto come una benedizione del cielo: in particolare dai giovani e dalle loro famiglie. E questa accettazione del male minore sembra vada a consolidarsi in sempre più larghi strati della popolazione attiva, ormai assuefatta ai foschi orizzonti dell’economia e dello stato sociale.

Ma la rassegnazione al progressivo depauperamento del lavoro, nella sua dimensione economica, professionale e di prospettiva, è la migliore alleata del declino sociale e culturale di un paese.  Osserva il governatore Draghi che “Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità.” Una analisi, questa, molto lontana da ogni spirito polemico, che non demonizza il lavoro a termine in quanto tale, ma sottolinea l’importanza, per lo sviluppo del paese, che la temporaneità del lavoro rappresenti solo una fase transitoria nel naturale percorso di una carriera professionale. Una prospettiva di lungo respiro stimola l’impresa ad investire nel lavoro di qualità, che è lo strumento più efficace per competere con successo in un mercato globalizzato.

Ma – oltre alla dimensione economica – non si può non osservare che un lavoro stabile e di qualità rappresenta anche la migliore condizione per consentire ad ogni cittadino di realizzare, in modo stabile e duraturo, il suo dovere costituzionale di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività che concorra davvero al progresso materiale o spirituale  della società.

[26-10-2010] Marchionne e sindacati insieme per la Fiat

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Le parole che Sergio Marchionne ha pronunciato durante la trasmissione di Fabio Fazio hanno immediatamente scatenato la bagarre politica e saturato l’arena mediatica con le opinioni di tifosi e detrattori, con una generale prevalenza di questi ultimi, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione per lanciare anatemi  nei confronti dell’ AD Fiat, in una inusuale consonanza fra i settori più eterogenei dell’arco parlamentare. Ma cosa ha detto Marchionne di così sconvolgente da suscitare tanto  scandalo? L’osservazione del manager Fiat è stata  – come è suo solito – di una sconcertante semplicità: nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo previsto per il 2010 arriva dall’Italia. Apriti cielo! Marchionne parla da canadese e non da italiano, la Fiat è stata pagata dagli italiani in decenni di aiuti di Stato, è l’Italia che farebbe volentieri a meno della Fiat, le sue sono frasi offensive e indegne e… via di questo passo.

Insomma, un problema grave e reale come quello della competitività dell’unica grande impresa automobilistica nazionale viene miseramente ridotto a scontro fra tifoserie, nella speranza – forse – di intercettare gli istinti più irrazionali dell’opinione pubblica.

In realtà, i dati preoccupanti richiamati da Marchionne sulla bassa competitività non solo di Fiat Italia, ma del nostro sistema-paese, sono noti da molto tempo e forse sarebbe il caso di occuparsi di questo problema più che di chi lo ha ricordato. La competitività e l’attrattività di un paese passa oggi per l’efficienza e la  moralità della pubblica amministrazione, il rispetto delle Istituzioni, la qualità della istruzione e delle infrastrutture, l’equità sociale e – non da ultimo – un affidabile sistema di relazioni industriali, in grado di assicurare una equilibrata distribuzione della ricchezza, nel rispetto dei fondamentali diritti dei lavoratori. Non è un caso che, proprio su quest’ultimo aspetto, l’AD della Fiat abbia riconosciuto il disallineamento verso il basso dei nostri lavoratori al confronto con i colleghi europei. È necessario rimuovere le ragioni oggettive per le quali la retribuzione di un operaio della Fiat è mediamente inferiore alla metà di quella di un operaio della Volkswagen. A condizioni omogenee di produttività, Marchionne ha dichiarato che Fiat riconoscerà ai propri dipendenti un trattamento allineato a quello dei paesi europei più virtuosi. E c’è da credergli, se si considera che il costo del lavoro rappresenta per Fiat meno del dieci per cento dei costi totali di produzione. Ma allora è proprio sul terreno della riorganizzazione del lavoro che si deve inchiodare  il metalmeccanico italo-canadese – come egli stesso si è autodefinito –, con la laurea in filosofia ma con un approccio pragmatico che concede poco ai bizantinismi del politically correct. Il sindacato ha l’occasione di raccogliere una sfida storica e di vincerla non contro, ma insieme alla azienda. Una sfida che non può mirare alla conservazione dell’esistente ma, al contrario, deve rimetterlo radicalmente in discussione. Perché non c’è nessuna prospettiva, né per l’impresa né per il sindacato, nel proseguire una politica delle relazioni industriali che negli ultimi quindici anni ha finito non solo per depauperare i salari, ma il ruolo e la dignità del lavoro.

[14-10-2010] Dopo il terremoto di Pomigliano le relazioni industriali aspettano la ricostruzione

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Il difficile e incerto processo di ristrutturazione degli stabilimenti produttivi Fiat continua ad essere segnato da laceranti divisioni interne al sindacato e da forme conflittuali alle quali non eravamo più abituati da qualche tempo. Su di un punto, però, il “terremoto di Pomigliano”  registra un largo consenso: dopo lo strappo di Marchionne, nulla potrà più restare come prima. E, così, già ci si chiede quante altre imprese saranno tentate di seguire la strategia di Marchionne, ipotizzando che Pomigliano non sia che l’avanguardia di un nuovo corso, con un potenziale effetto domino che potrebbe imprimere una svolta radicale agli attuali equilibri sindacali e contrattuali. Ci si chiede, in particolare, cosa resterà della contrattazione collettiva nazionale e dei diritti che fino a qui essa ha garantito ai lavoratori, se il sistema delle cosiddette deroghe ad opera dei livelli di contrattazione decentrata diverrà a tal punto diffuso e penetrante da far saltare il rapporto fra regola ed eccezione, superando nei fatti lo stesso concetto di “deroga”.

Intendiamoci: lo spostamento verso l’azienda del baricentro della contrattazione collettiva ed il processo di erosione dell’area di influenza del contratto nazionale non nascono a Pomigliano, ma hanno origini ben più remote. E tuttavia è innegabile che Pomigliano possieda un valore simbolico nuovo e una forza potenzialmente dirompente: perché si tratta della Fiat, l’impresa che più di ogni altra ha segnato la storia industriale del nostro paese; perché esprime una visione manageriale molto più sintonica con il pragmatismo calvinista che con i sofisticati equilibri della vecchia Europa; perché mostra in tutta la sua cruda realtà il conflitto fra la spinta della globalizzazione e l’emergenza perpetua del mezzogiorno d’Italia; perché ha il sapore di un’ultima chiamata per la sopravvivenza stessa della grande impresa nazionale. In questo quadro dai contorni sfuocati, ma dalle tinte forti, si è sviluppato un chiassoso dibattito mediatico che – spesso invocando l’intervento politico – non ha saputo proporre molto di meglio che l’antica contrapposizione tra diritti dei lavoratori e ragioni dell’economia, così implicitamente chiamando il pubblico a schierarsi dall’una o dall’altra parte.

Ad oltre sessant’anni dalla promulgazione della Costituzione, nel nostro paese si fatica ancora ad accettare l’idea che economia e diritti compongano le facce di una stessa medaglia e si dimentica che gli articoli 39 e 40 hanno indicato proprio nelle relazioni industriali la via maestra per il miglior contemperamento possibile degli interessi contrapposti.

La storia delle relazioni industriali nel dopoguerra ha conosciuto momenti di scontro ben più drammatici di quelli registrati nella vicenda di Pomigliano. E ad ogni fase di crisi, imprese e sindacati sono puntualmente riusciti a trovare risposte efficaci e lungimiranti. E se, dopo Pomigliano, dovesse davvero emergere un novo assetto di relazioni sindacali, imperniato sul decentramento contrattuale e su un ruolo più partecipativo del sindacato nelle scelte organizzative e strategiche dell’impresa, non ci sarebbe né da sorprendersi né da dispiacersene: sarebbe soltanto un’altra tappa di una storia di cui non possiamo permetterci il lusso di fare a meno.