[9-10-2018] Riforme costituzionali all’ordinamento della Repubblica

di Mauro Rubino-Sammartano

Ove si riuscisse a superare i temi da campagna elettorale e la esasperata automatica contrapposizione dei vari schieramenti politici su qualsiasi proposta, non sarebbe forse del tutto inutile domandarsi se la disciplina costituzionale dell’ordinamento della Repubblica può giovarsi di un’attenta e obiettiva rivisitazione.

Separazione tra Esecutivo e Legislativo

Come è noto, il sistema partitico attualmente in vigore produce la conseguenza che il partito o la coalizione di maggioranza adotta da un lato le decisioni in Parlamento e dall’altro sceglie, per lo più tra i propri aderenti, i componenti del potere esecutivo.

Il principio fondamentale di separazione tra esecutivo e legislativo è così profondamente violato.

Nel quadro delle soluzioni da cercare per eliminare l’attuale commistione tra esecutivo e legislativo potrebbe ad esempio essere presa in considerazione la formazione, da parte del Presidente della Repubblica, di un governo in cui ciascun dicastero abbia a capo un Ministro e dei Sottosegretari che conoscano veramente bene la materia, Governo che dovrà presentarsi naturalmente alla Camera, alla quale competerà se approvarlo o meno.

L’esclusione in tal modo del miraggio della spartizione delle poltrone dovrebbe poter sollevare il livello di quanti scelgono la politica come una carriera remunerativa.

Le Camere

Il ruolo sostanzialmente identico svolto dalle attuali due Camere del Parlamento, il grande allungamento di tempi per l’adozione di provvedimenti legislativi e la sostanziale non diversità dei requisiti per l’elezione ad esse, militano a far ritenere che sia più che sufficiente la riduzione del Parlamento alla sola Camera dei Deputati.

Con l’occasione, verosimilmente, dovrà procedersi anche ad una riduzione del numero dei deputati.

Con le opportune messe a punto, in linea di massima esso potrebbe essere determinato secondo una formula quale, solo a titolo di esempio, di 8 deputati per le regioni più grandi e 4 per le altre.

Nuova legge elettorale

Un ballottaggio tra i due partiti – non tra coalizioni – che hanno riportato nella prima elezione il maggior numero di voti, potrebbe essere una formula da approfondire.

Requisiti di Eleggibilità dei Deputati

L’elezione a membro del Parlamento richiede attualmente, oltre ad un requisito minimo di età, solo il godimento dei diritti civili e politici.

La “carriera politica” appare scelta da molti, troppi, al fine di trarne, come da qualsiasi altra attività, un beneficio economico per sé.

Il combinato effetto di tali due constatazioni, fa sì che non di rado entra a far parte del Parlamento qualcuno che non ha sempre tutte le qualità per svolgere tale funzione, tra le quali in primo luogo lo spirito di servire lo Stato.

Nella ricerca di soluzioni più attente, si potrebbe includere tra i requisiti per la nomina, oltre all’assenza di condanne – e anche solo di rinvii a giudizio – la necessità di un’esperienza almeno quinquennale in un mestiere o professione.

Un requisito importante può anche essere la previsione e la disciplina del mantenimento da parte del deputato di un’altra attività economica, in modo che egli non debba dover dipendere anche economicamente dall’approvazione del proprio partito per la rielezione, il che finisce ad incidere negativamente sulla formazione da parte di esso delle decisioni che è chiamato ad adottare e delle opinioni che è chiamato ad esprimere nell’interesse del Paese.

Indennità dei Parlamentari e Rimborsi ai Parlamentari

Potrebbe essere opportuno sottoporre l’intera normativa attualmente in vigore, in materia di indennità varie e rimborsi, ad un controllo di legittimità costituzionale per essere certi che non vi sia disparità di trattamento rispetto ai cittadini.

Ogni nuova disposizione legislativa in materia potrebbe poi dover essere sottoposta ad un parere preventivo favorevole della Corte Costituzionale.

Il compenso dei Parlamentari da un lato deve incentivare lo svolgimento di tale ruolo ma dall’altro non essere eccessivo.

Occorrerà verosimilmente determinare un importo di alcune migliaia di Euro esentasse al mese (oltre al rimborso delle spese di viaggio e di soggiorno a Roma solo per i deputati che non vi abitino, o non vi lavorino, o non vi si trovino per altri motivi).

L’eventuale trattamento pensionistico dovrà essere determinato in base ai versamenti contributivi effettuati.

Qualsiasi vitalizio sarà da escludersi. Analogamente qualsiasi altra facilitazione o rimborso di sorta.

L’utilizzo di auto di servizio a cariche pubbliche dovrà essere rigorosamente limitato all’accompagnamento per specifici impegni, escludendo la messa a disposizione dell’automezzo per intere giornate.

[27-04-2013] #qualegoverno?

di Valerio Lubello, dottorando in istituzioni e politiche comparate, Università di Teramo

Volendo  preservare il prezioso patrimonio di neologismi accumulato in questi mesi “senza” Governo, riporto alcune definizioni di Esecutivo che stanno colorando le tinte fosche della  vita istituzionale:

Governo di unità nazionale; Governo di solidarietà nazionale; Governo di larghe intese; Governissimo; Governo tecnico; Governicchio; Governicchio semi- balneare; Governo balneare; Governo del Presidente; Governo quale che sia; Governo senza indugio; Governo non a tutti costi; Governo a tempo; Governo di cambiamento; Governo in prorogatio; Governo delle banche; Commissariamento; Governo di responsabilità; modello belga; Governo dei saggi; Governo  dei facilitatori; Governo politico; Governo di alto profilo; Governo di alto profilo internazionale; Governo del “golpetto”; Governo in streaming; Governo di minoranza; Governo di coalizione; Governo di emergenza; Governo di scopo; Governo di scopone scientifico (On. Civati); Governo di ammucchiata; Governo della non sfiducia; Governo minestrone; Governo di servizio al Paese.

Spetta ancora una volta al Capo dello Stato mettere ordine: «Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera. Al Presidente non tocca dare mandati, per la formazione del Governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall’articolo 94 della Costituzione: un Governo che abbia la fiducia delle due Camere».  Così il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel messaggio di inizio del suo secondo mandato il 22-4-2013.

[08-04-2013]Mancata istituzione delle Commissioni permanenti, a chi giova?

di Valerio Lubello, dottorando in istituzioni e politiche comparate, Università di Teramo

L’intera attività parlamentare di questa prima concitata fase di inizio legislatura è stata svolta dalle  due Commissioni speciali, la  “Commissione speciale per l’esame di Atti del Governo” alla Camera e la  “Commissione speciale per l’esame dei disegni di legge di conversione dei decreti-legge” al Senato. Detta  attività, in condizioni normali, viene invece ripartita tra le numerose Commissioni permanenti che filtrano e velocizzano i lavori del Parlamento. Il carico di lavoro che le Commissioni speciali stanno sopportando è dunque notevole e soltanto in parte alleggerito dall’inserimento dei due Presidenti delle Commissioni in seno al “collegio dei saggi ” pensato dal Presidente della Repubblica. Da qui l’ovvia considerazione di chi vede nell’istituzione delle Commissioni permanenti una tappa ormai necessaria per permettere al Parlamento di funzionare a pieno regime, seppur con gli evidenti limiti derivanti da un Governo in prorogatio.

Ma perché non vengono istituite le Commissioni permanenti?

Stando ad una recente dichiarazione del Presidente del Senato, il motivo sarebbe da ricondurre ad una «questione regolamentare» che renderebbe impossibile l’istituzione delle Commissioni permanenti «sino a quando non ci sarà un governo che ha la fiducia del Parlamento».

Ad una rapida lettura dei regolamenti parlamentari risulta, però, piuttosto evidente che la  fiducia del Parlamento ad un governo è questione assai distante ed indipendente dalla composizione delle Commissioni permanenti. I regolamenti delle due Camere sono chiari nel sancire che per la composizione di questi organi il solo criterio da rispettare è quello della proporzionalità tra i diversi Gruppi parlamentari (Art. 19, reg. Camera e art. 21 reg. Senato). A nulla rilevando, quindi, le dinamiche proprie del potere esecutivo e dei rapporti di questo con il Parlamento, la vicenda sembrerebbe tutta interna all’Assemblea.

La prassi seguita sino ad ora è stata quella di formare le Commissioni  permanenti soltanto dopo la definizione della squadra di governo, in modo da poter distinguere nettamente le maggioranze dalle opposizioni. Non si può tuttavia dimenticare che al momento la richiamata prassi ha già di fatto subito una sostanziale alterazione, nel momento in cui tutte le attività parlamentari sono state fatte confluire nelle Commissioni speciali. Una via alternativa alla prassi è stata, allora, già intrapresa.

La procedura di istituzione delle Commissioni speciali è del tutto simile a quella delle Commissioni permanenti. Il criterio guida è solo quello della proporzionalità dei diversi Gruppi parlamentari (art. 23 reg. Camera e art. 24 reg. del Senato). Pertanto, se la maggioranza e le opposizioni si sono potute individuare al momento della realizzazione delle Commissioni speciali, non si capisce perché gli stessi rapporti di forza non possano essere replicati all’interno delle Commissioni permanenti.

Inoltre, l’attesa incondizionata di un governo, con tanto di voto di fiducia, lederebbe il principio di separazione dei poteri,  il quale risulterebbe oltremodo compromesso qualora il funzionamento del Parlamento fosse del tutto subordinato alle pittoresche vicende che caratterizzano la formazione dell’esecutivo.

La questione allora diventa più che altro politica. Evidentemente l’instabilità dello scenario non si addice ad una cristallizzazione dei rapporti di forza in seno a delle Commissioni, per definizione, permanenti.

Le alternative possibili rimangono due: o le Commissioni verranno istituite a stretto giro, oppure, come suggerisce lo stesso Presidente del Senato, potranno essere formate altre commissioni speciali su particolari delicate materie. Se sarà così, le anomalie costituzionali non riguarderebbero più il solo Governo, ma influenzerebbero, con un effetto domino del tutto evitabile, anche l’intero Parlamento … a chi giova? Certamente non al Paese.

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[01-11-2011] Sindaco e Parlamentare. Mai più!

di Valerio Lubello, dottorando in istituzioni e politiche comparate, Università di Teramo

Tra le norme introdotte con il decreto anticrisi del 13 agosto 2011 va letta con favore quella che limita, dalle prossime elezioni, la possibilità di ricoprire più incarichi contemporaneamente.

Infatti, specifica l’art. 13 del decreto richiamato,  le cariche di deputato e di senatore, nonché quelle di Presidente del Consiglio dei Ministri, di Ministro,  Vice Ministro, sottosegretario di Stato e commissario straordinario di Governo, sono incompatibili con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica e relativa ad organi di governo di enti pubblici territoriali (Province e Comuni) con popolazione superiore ai 5000 abitanti.

Ma quale è lo scenario in materia di cumulo di cariche in attesa delle prossime elezioni? La risposta è piuttosto scontata in questa fase della Repubblica. Il vuoto normativo lasciato dal legislatore ha permesso che i  parlamentari in carica anche come Sindaci siano attualmente una decina: 6  appartenenti alla Camera e 4 al Senato. Tutti in quota Pdl tranne uno in quota Lega.

Questa cifra, evidentemente patologica, è destinata però a ridursi nelle prossime ore a seguito di una sentenza della Corte costituzionale (la n. 277 del 2011) che ha dichiarato illegittimi alcuni articoli della legge sulle incompatibilità parlamentari nella parte in cui, per l’appunto, non prevedono l’incompatibilità tra la carica di Parlamentare e quella di Sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti.

Nei prossimi giorni, i dieci sindaci-parlamentari dovranno dunque scegliere: o Parlamentare o Sindaco.

La Corte nulla dice sulla figura del Presidente di provincia, figura che la legge stessa accosta usualmente a quella del Sindaco. Ma se, come è probabile, la sentenza troverà applicazione anche nei confronti di quei parlamentari che sono contemporaneamente Presidenti di provincia, altre 10 persone (9 alla Camera e 1 al Senato, 6 in quota Pdl, 3 Lega e 1 UdC) che attualmente siedono nel nostro Parlamento dovranno esercitare l’opzione.

Sono dunque ben 20 i parlamentari che in forza della decisione saranno di fronte al paradossale bivio che avrà probabilmente conseguenze sulla tenuta della maggioranza e quindi del Paese.

Nel caso in cui il pluri-incaricato opti per mantenere la carica di Sindaco (o, eventualmente, di Presidente di Provincia) subentrerà il primo degli esclusi appartenente alla medesima lista; tra questi potrà esservi anche un “futurista” o un “frondista” dell’ultima ora, con evidenti ripercussioni sugli equilibri parlamentari, soprattutto alla Camera.

Qualche ora fa, il primo a presentare le proprie dimissioni dalla carica di Senatore è stato  il Sindaco di Catania, direttamente interessato dalla sentenza richiamata.

Diverso il caso in cui il pluri-incaricato voglia mantenere la carica di Parlamentare: in questi casi la legge prevede la decadenza della Giunta comunale e lo scioglimento del Consiglio con il conseguente ritorno alle urne cittadine.

Si tratta evidentemente di una scelta politica dai risvolti fastidiosi: sciogliere un Consiglio comunale (o provinciale) recentemente eletto o mettere in crisi una maggioranza Parlamentare che pare quotidianamente vacillare?

Un aut aut che si sarebbe potuto evitare con ingredienti ovvi: senso di responsabilità istituzionale e rispetto per l’elettorato.

[28-11-2010] La mozione di sfiducia nei confronti del Ministro Bondi: scacco al Re

di Valerio Lubello, dottorando in istituzioni e politiche comparate, Università di Teramo

Le sfiducia individuale mossa contro il Ministro Bondi da parte di PD e IDV per i fatti di Pompei finirà probabilmente su un binario morto. I sintomi sono almeno un paio. Innanzitutto, le dichiarazioni di alcuni esponenti di Fli sembrano spostare la partita tra finiani e Berlusconi su campi diversi da quello della sfiducia al Ministro. Inoltre, la discussione, inizialmente prevista alla Camera per lunedì 29 novembre, è stata fatta slittare a venerdì 3 dicembre o a data da destinarsi.

Per quanto però le strategie di Fli non sembrino voler cavalcare la sfiducia individuale, vale tenere a mente che la stessa può essere un repentino strumento in mano ai finiani per portare la crisi di Governo all’interno del Parlamento ben prima del 14 dicembre, giorno in cui si voterà la fiducia all’intero esecutivo.

Difatti, prospettando l’improbabile scenario in cui il gruppo di Fli volesse anticipare di qualche giorno l’apertura della crisi, quale occasione più ghiotta di una sfiducia nei confronti di un singolo Ministro?

Qualora infatti il Ministro per I Beni e le Attività Culturali dovesse essere sfiduciato dalla Camera dei Deputati (ramo del Parlamento nel quale è stata proposta la mozione), l’esecutivo ne uscirebbe in frantumi e al Presidente del Consiglio non resterebbero che le dimissioni. Viste le circostanze, infatti, è poco credibile che una sfiducia espressa nei confronti del solo Ministro Bondi non travolga immediatamente anche il rapporto fiduciario esistente tra il Parlamento ed il Governo inteso nella sua collegialità.

La nostra Costituzione sul punto afferma (art. 94) che il rapporto di fiducia si instaura tra il Governo e le due Camere e non tra le Camere ed i singoli Ministri. Ciò tuttavia non ha evitato che, dal 1984 in poi, l’opposizione utilizzasse di frequente le mozioni di sfiducia individuali per sondare, di solito in prossimità di crisi di governo, l’esistenza e la consistenza di eventuali maggioranze alternative all’interno del Parlamento oppure per forzare le dimissioni del Ministro di turno coinvolto in qualche scandalo (come recentemente avvenuto con il Ministro Brancher, di diversa natura invece la questione Caliendo).

All’infuori del “caso Mancuso” (ministro isolato anche all’interno del Governo di cui era parte), però, le mozioni di sfiducia mosse nei confronti di singoli ministri non hanno mai avuto successo sicché gli effetti di una sfiducia individuale sulla tenuta dell’intero esecutivo non si sono mai potuti toccare con mano. Nelle attuali dinamiche invece potrebbero essere un po’ più tangibili: che senso avrebbe per il Governo (ri)chiedere la fiducia al Parlamento dopo che il gruppo di Fli abbia, per ipotesi, contribuito (anche con l’astensione) a sfiduciare un Ministro? Nessuno.

La sfiducia individuale nei confronti del Ministro Bondi, per quanto strategia remota e con elevati costi in termini di immagine, è così un ulteriore pezzo in mano ai finiani da poter muovere all’occorrenza da qui sino al 14 dicembre.

La partita a scacchi prosegue e con essa l’agonia istituzionale del Paese.

[01-11-2010] immigrazione, quali principi?

Il 18 ottobre 2010 la Corte costituzionale ha pronunciato una interessante sentenza in tema di immigrazione (sent. n. 299 del 2010).

La Corte – affrontando la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo nei confronti di una legge della Regione Puglia avente ad oggetto “l’accoglienza, la convivenza civile e l’integrazione degli immigrati” – ha richiamato alcuni significativi principi in materia di immigrazione, sia dal punto di vista del riparto di competenze tra lo Stato e le Regioni, sia con riferimento ai diritti che spettano all’immigrato soggiornante nel nostro territorio.

Riguardo al riparto di competenze, la Corte ricorda che alle Regioni, in materia di immigrazione, è sempre stata riconosciuta una potestà legislativa, vincolata, però, ai principi fondamentali fissati dallo Stato (enucleati tendenzialmente nel Testo unico sull’immigrazione, il d.lgs 286 del 1998, attuativo della c.d. legge “Turco-Napolitano” ed emendato, tra l’altro, nel 2002 con la c.d. legge Bossi-Fini). Il contrasto con le disposizioni della Costituzione che riservano l“immigrazione” (art. 117 Cost., comma 2, lett. b,) e la “condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea” (art. 117 Cost., comma 2, lett. a) alla competenza esclusiva dello Stato è soltanto apparente. Si è soliti affermare, infatti, che mentre allo Stato spetta legiferare con riferimento alle politiche “per l’immigrazione” – aventi grossomodo ad oggetto la definizione dei flussi migratori e il soggiorno degli immigrati all’interno della Repubblica – alle Regioni spetterebbero invece le “politiche per gli immigrati” volte a garantire l’effettività di alcuni diritti anche agli immigrati (istruzione, formazione professionale, abitazione, assistenza sociale etc.). In altre parole: «l’intervento pubblico concernente gli stranieri non può … limitarsi al controllo dell’ingresso e del soggiorno degli stessi sul territorio nazionale, ma deve necessariamente considerare altri ambiti – dall’assistenza sociale all’istruzione, dalla salute all’abitazione – che coinvolgono molteplici competenze normative, alcune attribuite allo Stato, altre alle Regioni» (vedi anche le sentenze n. 156 del 2006 e n. 300 del 2005)

Con riferimento invece ai diritti spettanti al non cittadino, la Corte ribadisce un concetto già espresso in passato ovvero che lo straniero è «titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce come spettanti alla persona» (sent. 148 del 2008).

Si tratta di quei diritti che l’articolo 2 della nostra Costituzione riconosce e garantisce all’uomo in quanto tale senza alcuna discriminazione tra cittadini e non cittadini. Con riferimento ad essi la Corte si è spesso pronunciata riconoscendo anche al non cittadino, ad esempio, il diritto alla vita, il diritto alla salute, la libertà personale, la libertà religiosa e quella di associazione.

Del resto, l’importanza del riconoscimento agli stranieri di questi diritti era ben chiara già in assemblea costituente: «lo Stato assicura veramente la sua democraticità ponendo a base del suo ordinamento il rispetto dell’uomo guardato nella molteplicità delle sue espressioni, l’uomo che non è soltanto singolo, che non è soltanto individuo, ma che è società nelle sue varie forme, società che non si esaurisce nello Stato» (così l’onorevole Moro chiamato in Assemblea Costituente a fare una sintesi delle diverse posizioni sorte sulla formulazione dell’articolo 2 della Costituzione).

[10-10-2010] Privatizzare (ancora) la RAI

di Valerio Lubello

Giovedì scorso Gianfranco Fini ha dichiarato che il gruppo di Futuro e Libertà proporrà a breve un disegno di legge per privatizzare la RAI.  Gli obiettivi, ha affermato il Presidente della Camera, sono da un lato quello di far cassa e dall’altro quello di tirare fuori i partiti dalla gestione della società.

La questione, antica e dibattuta da anni, è già oggetto di previsioni normative apparentemente chiare. Ed infatti, la privatizzazione sostanziale della RAI, o meglio il passaggio delle azioni da mani pubbliche a mani private, è disciplinata dal Testo unico dei  media audiovisivi e radiofonici (il d.lgs n. 177 del 2005) il quale, richiamando la c.d. legge Gasparri (l. 112 del 2004), afferma che la dismissione della Rai-radiotelevisione Italiana deve avvenire per mezzo di un offerta pubblica di acquisto. Vi è di più: la privatizzazione, secondo le tempistiche dettate dalla legge, sarebbe già dovuta avvenire tra gli anni 2004 e 2005 ed il ricavato, per espresso disposto normativo, sarebbe dovuto servire per un 75% a rimpinguare il Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, mentre il restante 25% avrebbe dovuto finanziare gli incentivi per l’acquisto dei decoder necessari a ricevere il c.d. digitale terrestre. Nulla di tutto ciò è stato fatto e, come conseguenza, l’ingerenza dei partiti all’interno delle strutture societarie è rimasta immutata.

Con riferimento a quest’ultimo punto, occorre ricordare che la presenza dei partiti all’interno della RAI non è soltanto una questione di “affinità elettive” o di parentele, come le ultime cronache hanno ancora una volta fatto emergere, piuttosto è la legge stessa a prevedere il coinvolgimento del Parlamento (e dunque dei partiti) in importanti fasi della società come, ad esempio, la nomina dei consiglieri di amministrazione, del Direttore generale e del Presidente. In particolare il testo unico prevede una disciplina transitoria ed una disciplina a regime. La prima, da attuarsi sin tanto che non viene ceduto almeno il 10% delle azioni, afferma che i nove membri del Consiglio di amministrazione vengano nominati dall’assemblea in base ad una lista di candidati presentata dal Ministro dell’Economia e delle finanze e così composta: sette candidati sono indicati dalla Commissione di vigilanza Rai e due dal Ministero dell’Economia e delle Finanze in qualità di socio di maggioranza. Spetta poi al Consiglio di amministrazione nominare il Direttore generale ed il Presidente. La disciplina a regime prevede, invece,  che la lista presentata all’assemblea dal Ministero dell’Economia e delle finanze (redatta secondo i criteri visti per la disciplina transitoria) concorra con le liste degli altri soci. (Direttore generale e Presidente sono anche in questo caso nominati dal Consiglio).  Siffatta concorrenza delle liste avrebbe dunque dovuto garantire una graduale ritrazione del ruolo della Commissione di vigilanza Rai e dell’esecutivo a vantaggio di nuovi investitori estranei al circuito politico. Tuttavia, la mancata collocazione presso il pubblico delle azioni RAI ha reso fisiologica ed ancora in vigore la disciplina nata come transitoria, con evidenti squilibri in favore dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare di turno.

La rinnovata proposta di privatizzazione si inserisce in un dibattito parlamentare quanto mai vivace: è del luglio scorso la proposta di legge Bersani- Finocchiaro (giacente nella VII Commissione Cultura) tesa ad abrogare le norme poc’anzi richiamate circa la privatizzazione della RAI.

Proposte molto diverse tra loro, per contenuto e matrice, dall’attuazione delle quali, però, pluralismo e libertà di essere informati, garantiti entrambi dalla nostra Costituzione, non possono uscire ancora feriti.

Privatizzare (ancora) la RAI

Giovedì scorso Gianfranco Fini ha dichiarato che il gruppo di Futuro e Libertà proporrà a breve un disegno di legge per privatizzare la RAI. Gli obiettivi, ha affermato il Presidente della Camera, sono da un lato quello di far cassa e dall’altro quello di tirare fuori i partiti dalla gestione della società.

La questione, antica e dibattuta da anni, è già oggetto di previsioni normative apparentemente chiare. Ed infatti, la privatizzazione sostanziale della RAI, o meglio il passaggio delle azioni da mani pubbliche a mani private, è disciplinata dal Testo unico dei media audiovisivi e radiofonici (il d.lgs n. 177 del 2005) il quale, richiamando la c.d. legge Gasparri (l. 112 del 2004), afferma che la dismissione della Rai-radiotelevisione Italiana deve avvenire per mezzo di un offerta pubblica di acquisto. Vi è di più: la privatizzazione, secondo le tempistiche dettate dalla legge, sarebbe già dovuta avvenire tra gli anni 2004 e 2005 ed il ricavato, per espresso disposto normativo, sarebbe dovuto servire per un 75% a rimpinguare il Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, mentre il restante 25% avrebbe dovuto finanziare gli incentivi per l’acquisto dei decoder necessari a ricevere il c.d. digitale terrestre. Nulla di tutto ciò è stato fatto e, come conseguenza, l’ingerenza dei partiti all’interno delle strutture societarie è rimasta immutata.

Con riferimento a quest’ultimo punto, occorre ricordare che la presenza dei partiti all’interno della RAI non è soltanto una questione di “affinità elettive” o di parentele, come le ultime cronache hanno ancora una volta fatto emergere, piuttosto è la legge stessa a prevedere il coinvolgimento del Parlamento (e dunque dei partiti) in importanti fasi della società come, ad esempio, la nomina dei consiglieri di amministrazione, del Direttore generale e del Presidente. In particolare il testo unico prevede una disciplina transitoria ed una disciplina a regime. La prima, da attuarsi sin tanto che non viene ceduto almeno il 10% delle azioni, afferma che i nove membri del Consiglio di amministrazione vengano nominati dall’assemblea in base ad una lista di candidati presentata dal Ministro dell’Economia e delle finanze e così composta: sette candidati sono indicati dalla Commissione di vigilanza Rai e due dal Ministero dell’Economia e delle Finanze in qualità di socio di maggioranza. Spetta poi al Consiglio di amministrazione nominare il Direttore generale ed il Presidente. La disciplina a regime prevede, invece, che la lista presentata all’assemblea dal Ministero dell’Economia e delle finanze (redatta secondo i criteri visti per la disciplina transitoria) concorra con le liste degli altri soci. (Direttore generale e Presidente sono anche in questo caso nominati dal Consiglio). Siffatta concorrenza delle liste avrebbe dunque dovuto garantire una graduale ritrazione del ruolo della Commissione di vigilanza Rai e dell’esecutivo a vantaggio di nuovi investitori estranei al circuito politico. Tuttavia, la mancata collocazione presso il pubblico delle azioni RAI ha reso fisiologica ed ancora in vigore la disciplina nata come transitoria, con evidenti squilibri in favore dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare di turno.

La rinnovata proposta di privatizzazione si inserisce in un dibattito parlamentare quanto mai vivace: è del luglio scorso la proposta di legge Bersani- Finocchiaro (giacente nella VII Commissione Cultura) tesa ad abrogare le norme poc’anzi richiamate circa la privatizzazione della RAI.

Proposte molto diverse tra loro, per contenuto e matrice, dall’attuazione delle quali, però, pluralismo e libertà di essere informati, garantiti entrambi dalla nostra Costituzione, non possono uscire ancora feriti.