[13-11-2011] Cos’è la wikicrazia?

di Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

La democrazia è da sempre un tema “caldo”. Fossimo su twitter la definiremmo trending topic, uno di quegli argomenti che collezionano migliaia di interventi perché tutti sentono di avere qualcosa (di interessante?) da dire. Il che, paradossalmente, è anche il più grande problema di qualsiasi “applicazione pratica” della democrazia: contenere – o quanto meno ordinare – il numero di coloro che esprimono un’opinione, filtrando le buone idee da quelle inutili, o addirittura dannose.

Il problema diventa particolarmente difficile da risolvere quando la partecipazione dei cittadini dovrebbe riguardare l’attività legislativa. Per questo esistono i Parlamenti. La rappresentazione dovrebbe consentire il governo dei cittadini, indirettamente. Ed è per questo che funziona poco, o non funziona affatto. Abolire i parlamenti non è cosa possibile, né saggia. Tentare invece di costruire un sistema di partecipazione complementare (o addirittura alternativo) a quello dei parlamenti è una suggestione affascinante. Ed è anche, per grandi linee, quello che propongono i “wikicrati”. Questa, in sostanza, la teoria: se sfruttiamo le nuove tecnologie, che oggi sono accessibili facilmente e a basso costo dalla gran parte della popolazione, dovremmo riuscire a creare consenso o dissenso intorno a proposte concrete, dovremmo riuscire a votarle, e dovremmo riuscire anche ad approvarle. Non è poco.

Oggi la Wikicrazia va molto di moda. Ha tutte le carte in regola per affascinare i curiosi, dosa sapientemente il lato tecnico (che pure, a ben vedere, è preponderante) con quello divulgativo. Riuscire a farla funzionare è una sfida interessante. In Russia da qualche tempo c’è Wikivote, una piattaforma virtuale alla quale si collegano i cittadini e propongono modifiche agli articoli di legge. Chiunque, registrandosi, può proporre una modifica. Dopo sarà la comunità a decidere se era una buona proposta. I più bravi acquisiscono crediti virtuali, che danno alle loro opinioni maggiore credibilità. In Brasile, attraverso E-Democracia, i commenti dei partecipanti non modificano direttamente le proposte di legge. Però vengono indirizzate ai membri dell’Assemblea parlamentare, che dovranno tenerne conto. Dalle parti nostre, l’Emilia Romagna ha sperimentato un sistema simile. Oltre a monitorare le attività del Consiglio regionale, si possono anche proporre modifiche alle leggi in discussione. Peccato che non esista alcun vincolo in capo ai consiglieri a rispettare le opinioni espresse.

Attenzione però ai facili entusiasmi. Gli autori del Wikivote russo sostengono che il successo della loro iniziativa sia dovuto al fatto che, a livello governativo, scarseggino i tecnici capaci di redigere buoni testi. Tanto vale affidarsi alla consultazione popolare. Il problema è che, così facendo, metti a serio rischio la buona riuscita dell’iniziativa. In Emilia Romagna per esempio il tasso di partecipazione è estremamente scarso. Il progetto non ha funzionato perché, oltre alla cattiva comunicazione, è stato percepito come scarsamente innovativo. Che senso ha darmi la possibilità di vedere a che punto è una proposta di legge, e dire la mia, se so già che non verrò ascoltato? In Russia invece c’è il problema opposto. Sono talmente tanti quelli che si registrano per esprimere un commento che la qualità del dibattito si abbassa. Non possiamo pretendere di essere tutti tecnici del diritto o esperti in ogni materia.

Ecco perché la soluzione dovrebbe essere un ibrido, a metà tra la consultazione popolare indiretta e quella diretta. Un ibrido in tutti i sensi, anche fisico. Come quello che ha progettato l’australiano Andrew Maynard: un Parlamento mobile. Un edificio trasparente, che trasmette all’esterno l’andamento delle votazioni e che, soprattutto, può essere spostato da un posto all’altro. Una sorta di Parlamento “sotto casa”. Avete bisogno di una legge? Chiamate, il Parlamento arriva da voi.

[01-09-2011] Altrimenti ci arrabbiamo

di  Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

La vicenda è sfiziosa, fa ancora molto caldo e per molti la voglia di tornare a lavoro è ancora poca. Sarà per questo motivo che la notizia ha ottenuto tanto risalto sui giornali e tv. Ve la racconto brevemente. Schwabisch Gmund è una cittadina tedesca dal nome impronunciabile. Si trova a pochi chilometri di distanza da Stoccarda e non vanta grandi storie, se non quella di aver dato i natali all’attore Peter Ustinov. Qualche tempo fa il Consiglio comunale ha deciso di consultare i propri cittadini su una questione piuttosto banale: che nome dare al nuovo tunnel stradale? Alla fine si è scelta la via più breve. Hanno messo su una consultazione telematica in cui chiunque poteva esprimere la propria opinione con pochi colpi di mouse. Una soluzione rapida e sicuramente comoda. Ma, al tempo stesso, né innovativa né esente da problemi. In Europa le consultazioni telematiche le usano già da qualche anno. Oramai anche molte amministrazioni locali, comprese quelle italiane, vi fanno affidamento. Peraltro la scelta delle amministrazioni di ricorrere a consultazioni telematiche suscita sempre reazioni contrastanti, positive e negative. I favorevoli ci vedono una soluzione ideale ai tanti problemi delle democrazie contemporanee. Primo su tutti il “distacco” delle sedi decisionali dai cittadini. Per non parlare del risparmio di tempo e denaro rispetto a qualsiasi procedura tradizionale. I contrari – ma forse sarebbe meglio dire gli scettici – sostengono invece che le consultazioni telematiche sono una specchietto per le allodole. Uno strumento utile per generare in chi ne fa uso l’impressione di contribuire concretamente all’assunzione delle decisioni pubbliche, ma che in realtà è molto poco affidabile. Chi garantisce che l’esito della consultazione sia rispettato da chi decide? In effetti, nessuno.

È stato così per la piccola città tedesca. Qui il Consiglio ha deciso di disattendere l’esito della consultazione. Il nuovo tunnel non si chiamerà “tunnel Bud Spencer”, come avevano scelto i cittadini. Aggiungo: con percentuali bulgare. In cambio l’amministrazione comunale darà il nome di Spencer alla piscina comunale (per chi non lo ricordi: prima di diventare attore Bud Spencer, al secolo Carlo Petersoli, è stato un nuotatore professionista e primatista nello stile libero).

È questo il grande problema dei mezzi di consultazione diretta, in particolare quelli telematici. Manca un vincolo diretto sull’amministrazione. Nel nostro caso la scusa del Consiglio per disattendere l’esito della consultazione è stata piuttosto banale. Si è detto che il voto è stato falsato dai troppi “forestieri” che hanno espresso la loro opinione. Ma l’amministrazione avrebbe potuto sostenere anche di aver chiesto un’opinione ai cittadini al solo scopo di orientare le proprie scelte, senza per questo doversi necessariamente legare le mani. Per la verità ce ne sarebbero anche altri di problemi, tutti piuttosto scontati. Per esempio, se mi affido solamente allo strumento telematico non escludo quella parte della popolazione che non ha  a disposizione una connessione internet o non sa usare un computer? Chi garantisce che i gruppi di pressione non mobilitino un numero consistente di votanti per orientare l’esito delle consultazioni a proprio favore?

Insomma, c’è ancora tanto da fare per rendere l’e-democracy uno strumento realmente utile ed efficace, capace cioè di sostituirsi alle forme più tradizionali di consultazione. Da ottimista però registrerei almeno due aspetti positivi. Il primo è che gli abitanti della città tedesca un omaggio al loro (così sembrerebbe) attore preferito lo hanno avuto. E dunque dire che la consultazione non ha prodotto alcun effetto non è corretto. Secondo, anche qualora l’amministrazione decidesse di ignorare la volontà dei votanti, dovrebbe comunque vedersela con le critiche di questi ultimi. Si chiama controllo sociale e non c’è modo di contenerlo. Ironia della sorte, uno dei film più belli di Bud Spencer si chiama proprio “Altrimenti ci arrabbiamo”. Renderli partecipi è una cosa bella, bellissima. Attenzione però a non prenderli troppo sotto gamba. Il rischio è quello di finire sotto i riflettori per le critiche, anziché per i complimenti.

[23-07-2011] Hic manebimus pessime

di  Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

Mercoledì 20 Luglio 2011. Una data che ricorderemo. La Camera dei Deputati vota, a scrutinio segreto, sulla richiesta di arresto di Alfonso Papa, in quota Pdl. Quasi contemporaneamente il Senato della Repubblica si pronuncia, di nuovo a scrutinio segreto, sul Senatore Tedesco, ex PD, oggi nel gruppo misto. Va male a Papa. Era nell’aria. Già da qualche giorno amici e nemici lo avevano soprannominato “pezzo di carne”, dato in pasto alla magistratura e al gossip di giornali e tv. Se la cava, peraltro con un buon scarto di voti, Tedesco. Ironia della sorte, lui stesso aveva chiesto ai colleghi di votare per il sì.

A questo punto di supposizioni ne possiamo fare quante volete. Vogliamo dire che ha prevalso il giustizialismo, che è stato un duro colpo alla casta, un affondo al governo di Berlusconi, ma anche l’ennesimo segnale di una frattura interna alla Lega? Va bene, diciamo(ce)lo. Vogliamo interpretarlo come l’ennesima fonte di imbarazzo del PD? Oppure credere al complotto leghista, che avrebbe garantito la salvezza di Tedesco per imbarazzare i colleghi del centro-sinistra? Ci facciamo andare bene anche questo. Rimangono però supposizioni.

C’è invece un dato secondario che, forse, merita di essere considerato. L’arresto di Papa (oggi in cella singola, con tv, e già in grado di avanzare pretese sul proprio diritto di voto in Parlamento, non esattamente la condizione in cui si trovano tanti altri carcerati in attesa di giudizio) e il salvacondotto concesso a Tedesco rivelano la poca coerenza della politica. Sai che novità, direte. È vero. Come è vero che chi scrive non è affatto un fautore del tritacarne giudiziario. Trovo anzi pressappochista la condanna generalizzata nei confronti della classe politica e, invece, molto giusta (purché discussa sulla base di un confronto serio) la proposta di introdurre nuove forme di responsabilità a carico dei magistrati. Ci sono politici competenti e magistrati inetti.

Il deficit di coerenza di cui parlo è altrove. Si annida anzitutto nella richiesta di voto segreto e nei patetici tentativi di deputati (non i senatori) di dichiarare comunque il proprio voto con dita alzate. Io per la verità devo ancora capire come fanno. Quando ero al Parlamento europeo notai che in molte votazioni a scrutinio segreto alcuni parlamentari alzavano il pollice. Mi spiegarono che in quel modo palesavano il loro voto. A me parve, e pare ancora, un manierismo superfluo (in effetti, devo ancora trovarlo un manierismo utile). Primo, perché nessuno garantisce che mentre alzo pollici, indici o alluci con l’altro ditino pigio il tasto opposto all’intenzione che sto palesando. Secondo perché se decido di votare segretamente allora è giusto che il voto resti tale. Il problema, quindi, è a monte. La vera scelta, e il messaggio che ne deriva per i cittadini, si fa quando si presenta la richiesta di scrutinio segreto. Quello che viene dopo, per dirla in breve, è “fuffa”.

Il deficit di coerenza sta poi nel fatto che il senatore che è stato salvato non si auto-sospenda. Continuo a non capire. Se uno chiede ai colleghi di votare sì alla richiesta di arresto perché, dice lui, ha la coscienza a posto e dimostrerà la sua innocenza, perchè quando salva la pelle resta al posto suo? Perché, dicono, non sarebbe giusto cedere alle pressioni della magistratura. D’accordo, ma allora è più coerente Papa che si dichiara innocente dal primo momento e chiede all’Aula di votare per il no.

Poca coerenza che, facendo uno sforzo di semplificazione, mi spiego pensando che tutti difendono il posto e le prerogative. Poco importa se andando contro logica. Come biasimarli? Siamo o non siamo il Paese dell’hic manebimus? Optime o pessime, poco vale, purché manebimus.

[18-07-2011] Il “belpaese”

di Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

Oggi ho una storia da raccontarvi. Anzi, due storie. Entrambe riguardano borse di studio universitarie per dottori di ricerca. In gergo vengono chiamate post-doc. La prima è bandita dall’università di Amsterdam, la seconda dalla prima università di Roma. I punti in comune però finiscono qui, e cominciano le differenze. Ad Amsterdam la borsa prevede un pagamento di circa 2000 euro netti mensili, con un aumento progressivo durante i tre anni di durata del progetto di ricerca. Si arriva fino a 3000 euro netti al mese. A Roma la borsa ammonta a circa 19.000 euro annui, che però sono lordi. Ma questa, tutto sommato, non è una novità. l’Olanda è un Paese benestante e fortemente assistenzialista: ed è anche per questo motivo che la ricerca universitaria viene riccamente sovvenzionata dal governo, pur rimanendo un affare di pochi, perché sono pochi a trovarla economicamente allettante (sviluppare la propria professione altrove, nel privato ad esempio, rende molto di più) e sono pochi quelli meritevoli abbastanza da superare le selezioni. L’Italia invece arranca. Qui la ricerca ha rappresentato per anni il serbatoio da cui attingere risorse per contenere gli sprechi fatti altrove, e ora che le risorse sono finite l’università perde colpi. Rimane però un desiderio diffuso (e il più delle volte frustrato) per tanti che si accontenterebbero anche di poco, sanno bene che la tranquillità di cui godono nei ritmi lavorativi sarà compensata da soprusi e ingiustizie. Sanno e tacciono, perché in fondo sperano di essere graziati e godere anche loro di quei benefici. Ma quanta fatica…

Ecco, appunto, fatica. Il bando dell’Università di Amsterdam viene pubblicato in due lingue (inglese e olandese) sul sito dell’università, ma anche sui principali motori di ricerca europei. Impossibile perderselo, anche a volerlo. Quello romano invece viene relegato nella paginetta sperduta del sito web dell’ateneo. Non ce n’è traccia nelle novità, e cercarlo è un’impresa che chiede attenzione e pazienza. Meglio avere un amico gentile che te lo racconta. Provare a telefonare è inutile. Numeri telefonici inesistenti, oppure fantasma. Qualcuno a volte risponde, ma non sa nulla o fa supposizioni. Il problema, purtroppo, è che il bando italiano è oscuro in molti punti e gli aspiranti candidati fanno, appunto, fatica a capire come devono comportarsi. Addirittura non si capisce se sia necessario allegare un progetto di ricerca completo, oppure solo un titolo provvisorio, e manca il fac-simile di domanda allegato al bando. Si va su carta (e, per alcuni, forse, anche a ruota) libera. Quello di Amsterdam, è appena il caso di dirlo, contiene tutte le informazioni necessarie. Sbagliarsi è davvero impossibile.

Terminata la procedura, e inviato il materiale, i candidati per l’Olanda ricevono una comunicazione scritta che li ammette al colloquio con la commissione, e contestualmente un modulo per il rimborso delle spese di viaggio e soggiorno in cui incorreranno. A Roma nessuno sa nulla fino al giorno dell’orale. Si apprende del voto ricevuto da un foglietto volante appeso malamente alla porta di ingresso dell’istituto. Sul “pizzino” ci sono i voti e una classifica, ma nessun criterio logico. Sono stati ammessi al colloquio due candidati che, non avendo raggiunto il punteggio minimo indicato dal bando, non avrebbero alcuna speranza (e nemmeno titolo) a partecipare, perdendo tempo loro e facendolo perdere agli altri.

Chi siede di fronte la commissione olandese trova tre professori che hanno letto approfonditamente il project proposal, sono critici ma realmente interessati a conoscerne i contenuti. Fanno domande. Vogliono sapere le motivazioni del candidato, farsi raccontare le esperienze pregresse e le aspettative riposte. Si discute, ma il clima è sempre rilassato. Sul tavolo ci sono dei pasticcini e del succo di frutta. A Roma si entra tutti assieme in una sala infuocata, l’aria condizionata è spenta. Nessuno dei componenti della commissione ha letto nulla dei progetti. Non c’è da stupirsi dal momento che più di un candidato non lo ha allegato il progetto visto che il bando non ne faceva menzione. Ma anche quelli che, diligentemente, lo hanno presentato, sanno bene che la commissione ha a malapena scorto il loro curriculum. E così, sollecitati da un candidato inadempiente, si rimanda di una settimana, per dare modo a chi non aveva presentato il progetto di farlo. Tutti a casa, sudati. Poco importa se ci sono persone che hanno dovuto rinunciare ad altri impegni per essere qui oggi.

La settimana dopo, quando finalmente c’è il colloquio, il pizzino è stato aggiornato con alcuni ripescaggi e la classifica è cambiata ancora. La sala è sempre infuocata e la commissione non ha letto i progetti, non ne sa nulla, vuole che siano i candidati a illustrarli. Si crea così un contraddittorio fittizio, animato dallo spirito del momento. A qualcuno va bene, a qualcun altro meno. L’impressione è che si debba compiacere il commissario piuttosto che difendere una tesi scientifica. A proposito di tesi: mancando qualsiasi indicazione al riguardo nel bando, si trova di tutto. Alcuni hanno scelto temi europei, altri processuali, altri internazionali. Non si stupirebbe nessuno se arrivasse un biologo marino con un progetto sul recupero della fauna ittica o, che so, un criminologo forense.

A conclusione dei colloqui i candidati di Amsterdam tornano a casa. Un mese più tardi ricevono un messaggio di posta elettronica che li informa del giudizio della commissione, dei punti di forza del progetto ma anche, e soprattutto, di cosa non ha funzionato. Per tutti è un’occasione di crescita importante. Chi ha vinto la borsa riceve, oltre alle motivazioni della commissione, precise indicazioni sulle future incombenze amministrative. A qualche migliaio di chilometri di distanza, ma in realtà in tutt’altra galassia, i candidati di Roma sono costretti a recarsi al dipartimento, cercando il foglietto volante che, nel frattempo, si è arricchito di altri dati e riporta la graduatoria finale. Nessuna motivazione, solo numeri. Tra i primi c’è un candidato privo di dottorato di ricerca (e quindi tecnicamente privo delle condizioni per presentare domanda), un candidato che non ha rispettato i limiti posti dal bando sulla presentazione dei titoli (e ottenuto così un punteggio più alto, a discapito dei colleghi), e mano a mano tutti gli altri, ordinati (presumibilmente) secondo una miscela di attenzione al grado di affiliazione all’amico e, forse, al merito. Nessuna informazione aggiuntiva. è tutto. Fine. Si torna a casa con un senso di smarrimento simile a quello che segue lo schiaffo di un genitore, affaticati. Sarà per la prossima volta…

[21-06-2011] C’eravamo tanto amati

di Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

L’uomo con il forte accento veneto e la barba colorata di verde che inveisce contro gli immigrati e Roma “ladrona”. I giovani che hanno dormito in tenda sul pratone. Le biciclette, il chiosco con le salsicce e il palco centrale con Bossi, che ripete a memoria gli slogan di sempre: ministeri via da Roma, poteri ai comuni, moniti all’alleato Berlusconi, secessione.

Il rito di Pontida ha perso la freschezza di un tempo. Per qualche anno ha rappresentato quello che, un tempo, avevano rappresentato le feste dell’unità. Veri e propri momenti di aggregazione popolare e di discussione. Un modo di fare la conta e dire a sé stessi e agli altri: “siamo in tanti”. Oggi però l’idillio sembra essersi interrotto e il raduno di Pontida appare ridimensionato a piccolo contenitore di provincia, una festa casereccia da osteria, contornata da slogan politici.

L’attrito tra il recente ridimensionamento politico della Lega e l’attesa per l’evento ha reso il tutto più surreale e grottesco. Le elezioni amministrative e, in parte, i referendum hanno consegnato la Lega al ruolo di qualche anno fa: un partito promettente ma incapace di affermarsi con risultati positivi al di fuori del proprio territorio. Anche per questo motivo la sconfitta della Lega ha dato nuova importanza al raduno annuale. Tutti gli occhi erano puntati su Bossi, per ascoltare cosa avrebbe detto del governo. E qualcosa, in effetti, l’ha detta. Abbiamo ascoltato le stesse critiche e le stesse proposte che la Lega rilancia da oltre un anno. Il copione è quello. Il vago minacciare di una rottura all’alleato Berlusconi, le promesse di decentramento e gli slogan per raccogliere i consensi dei presenti.

In realtà la Lega è quello tra i partiti che ha subito i danni maggiori dal clima politico degli ultimi mesi. Anche PDL e PD hanno fatto i conti con un calo significativo di compensi, che in parte hanno premiato i partiti minori e, in parte, hanno premiato la società civile, come nel caso dell’elezione a sindaco di Milano. C’è però una differenza sostanziale tra la prima e i secondi. L’emorragia di consensi è un problema che i grandi partiti, o le coalizioni, possono fronteggiare ricorrendo alle risorse consistenti di cui dispongono.

Per le Lega è diverso. Il partito di Bossi ha costruito la sua fortuna parlando direttamente alla base di problemi concreti. C’è sempre stata una buona dose di demagogia nel messaggio leghista, ma è stata una demagogia funzionale alla proposizione di un modello efficiente di amministrazione. Quando si è arrivati finalmente alla prova del nove, la Lega è venuta meno con clamorosi cali di stile. Il tentativo sfacciato di costruire una carriera politica per il figlio di Bossi, la difesa a spada tratta del premier su temi delicati, il mercimonio di voti, congiuntamente al calo di consensi per il governo in carica, hanno corroso la legittimazione del partito del nord presso i propri elettori e consegnato la Lega a un futuro anonimo.

Pontida poteva diventare l’occasione per scrollarsi di dosso un abito troppo stretto e dimostrare di non aver perso lo smalto di un tempo. Invece l’unica nota di originalità è venuta dalla presentazione (ufficiosa) di Roberto Maroni in qualità di futuro leader del partito. Troppo poco per una forza politica che ambiva a cambiare l’Italia e, invece, è stata catturata dalle logiche di palazzo. Si consolino gli elettori di Bossi. Pare che le salsicce, almeno quelle, siano sempre eccezionali.

[14-06-2011] Il ruggito della democrazia

di Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

A volte è necessario riconoscere di aver sbagliato. Nel corso degli ultimi cinque anni gli analisti della politica, in buona compagnia di studiosi, giornalisti e bloggers, hanno decretato l’agonia prima, e subito dopo la morte, della democrazia e dei suoi istituti. Da una parte, il cambio di rotta di molti governi europei (alle coalizioni di centro-sinistra sono subentrate coalizioni di destra, attestate su posizioni più o meno estremiste, è il caso di Spagna, Francia, Olanda, Irlanda e Italia) e, dall’altra, gli “scarti culturali” prodotti dalla crisi dei mercati finanziari – soprattutto il ritorno in auge del nazionalismo – hanno spinto molti a supporre che fosse in atto un cambiamento importante: meno società civile, più governo. Nell’opinione degli analisi il prezzo da pagare, salatissimo, sarebbe stato la delegittimazione degli istituti di democrazia diretta, destinati a perdere in appeal. Ne avrebbero guadagnato invece la stabilità, la sicurezza e (questo l’auspicio) il benessere economico.

Che errore di calcolo madornale. Gli eventi di questi mesi ne rivelano tutta la gravità. Sul piano interno non si può non prendere atto del fresco successo referendario, come del fatto che la tornata elettorale abbia consegnato una città importante come Milano al candidato di una lista civica (e in altre città, come Napoli, abbia sancito la sconfitta dei partiti maggiori). Entrambi voti di rottura, non c’è dubbio. Sta di fatto che entrambi i voti hanno palesato la volontà dei cittadini di dire la propria, dando un segnale forte alla classe politica, sia di governo che di opposizione. Se poi usciamo fuori dall’Italia è tutto un fermento di democrazia oppure, se preferite, del ritorno prepotente della “base”, i cittadini, che pretendono di essere ascoltati. In Spagna i giovani si incontrano nelle piazze di Madrid e danno vita a un fenomeno nuovo, anche questo di rottura, ma ben chiaro nel suo funzionamento: assemblee, dibattito e voto. In Africa sono ancora i giovani a essere protagonisti. Lo fanno con lo strumento più democratico di tutti: i social networks. Quando poi un Vescovo della Chiesa d’Inghilterra attacca l’idea di Big Society di Cameron, tacciandola di demagogia, riceve un appoggio molto tiepido, per non dire freddo. Sarà forse una scommessa, ma l’ipotesi di Cameron piace a tanti.

È il ruggito della democrazia. Possiamo trovarne tante interpretazioni, anche discordanti, e di certo gli esempi che ho riportato sono molto diversi tra loro. Ma c’è un filo conduttore, anzi tre, che li legano. Il primo elemento comune è quello dei protagonisti: finalmente i giovani. Il secondo è l’intento: rompere col passato e con gli schemi di un sistema politico che non funziona più. Il terzo è l’esito: incerto per ciascuno dei casi citati. Può darsi che il ruggito democratico sia frutto del malessere diffuso dei giovani europei. In questo caso saremmo noi a sbagliarci. Oppure, ma ci muoviamo nel campo delle ipotesi, si sta aprendo una nuova fase della politica nella quale i governi dovranno tornare a dialogare più intensamente con i cittadini, assecondandone le esigenze, e i cittadini dovranno imparare nuovamente a usare gli strumenti di partecipazione che mettono a disposizione le Costituzioni. In questo caso, il ruggito lascerebbe il posto al dialogo.

[22-05-2011] La fortuna del principiante

di Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

I periodi di campagna elettorale sono affascinanti. Non mancano mai il colpo di scena, lo scontro, poi la mediazione, poi di nuovo lo scontro. Le percentuali di ascolto dei programmi televisivi salgono alle stelle e i nostri politici, anche quelli meno propensi ad apparire in televisione, riscoprono una verve inaspettata e diventano presenzialisti accaniti.

Naturalmente la campagna elettorale è anche il momento in cui è doveroso spararle grosse. Vendere lo slogan all’elettore indeciso, convincerlo con proclami altisonanti, sono imperativi di cui non si può fare a meno. Tenere un profilo basso non funziona più. Se anche la classe politica decidesse di abbassare i toni (e di tanto in tanto lo fanno, generalmente con proclami tanto eclatanti quanto inascoltati) basterebbe una sola voce fuori dal coro, un solo intervento sopra le righe, per riportare la situazione al punto di partenza.

Prendiamo Grillo. Ha costruito la sua campagna elettorale sulla visibilità, un po’ casereccia, un po’ altisonante. Il suo blog è uno dei più visitati al mondo. Immagino che lo sia perché Grillo è un bravo comunicatore, sa inventare gli slogan e sa comunicarli. E poi cavalca l’onda come un navigato surfista. Raccoglie i consensi dei disillusi, di quelli che odiano Berlusconi ma anche la sinistra. Per questo lo sentirete passare disinvoltamente dall’attacco allo “psiconano” all’accusa al fronte opposto, dichiarando manifestamente di voler mandare al macero gli esponenti della sinistra italiana, nessuno escluso.

Grillo reclama spazio politico per i suoi. Per esempio sostiene da tempo la necessità di ridare il Parlamento ai cittadini. Consentire cioè che siano persone comuni e non politici di professione a rappresentare gli italiani. La proposta è affascinante, e condivisibile. Senza bisogno di scomodare l’idea di democrazia diretta degli ateniesi, basta leggere tra le righe della nostra Costituzione per rendersi conto che la concezione della vita politica è costruita sull’apporto di tutti i cittadini, non necessariamente di professionisti della politica. Il parlamentare non dovrebbe essere un mestiere per la vita, ma una “parentesi civica”, terminata la quale ciascuno torna al proprio mestiere.

Proposta condivisibile, a patto di essere onesti fino in fondo. Oggi accusiamo la classe politica di ignoranza e pressappochismo. Ci sono bellissimi servizi de Le Iene che, di tanto in tanto, rivelano la scarsa preparazione (per non dire ignoranza abissale) dei nostri politici su temi importanti, ultimo tra tutti quello dell’unità d’Italia. Lo stesso Grillo torna a più riprese sul tema. Se però vogliamo un Parlamento di salumieri, giardinieri, rappresentanti di prodotti di pulizia, piccoli commercianti o, non so, portavalori e guardie giurate (tutte categorie rispettabilissime, sia chiaro) dobbiamo pure accettare l’idea che queste persone metteranno a servizio del Paese la loro passione, non necessariamente la loro cultura.

Per questo trovo le proposte di Grillo interessanti, ma un poco ipocrite se mescolate al j’accuse nei confronti della classe politica italiana. Per questo, tornando al punto di partenza, mi piacerebbe che l’elettore medio sapesse comprendere che in campagna elettorale si pongono provocatoriamente temi sul tavolo, in modo a volte approssimativo, e lo si fa volontariamente. Riflettere seriamente sulle proposte dei grillini (ma il loro è solo un esempio eccellente, ce ne sono tanti altri) richiederebbe una riflessione più matura. Altrimenti restiamo nel contesto dello slogan, dietro il quale manca la sostanza. Senza contare – e lo dico scherzosamente – che Grillo dimentica di menzionare un argomento decisivo: la fortuna che i suoi dilettanti allo sbaraglio, in quanto principianti del Parlamento, avrebbero a proprio favore.

[06-05-2011] Quel Pasticciaccio brutto di viale Trastevere

I tempi del giornalismo, è risaputo, procedono a passi spediti, molto più rapidamente di quelli del diritto e, spesso, della politica. Ed è per questo che, venuto meno il movente ed esaurita la scorta di supposizioni, valutazioni di merito, opinioni e proiezioni, i quotidiani hanno rapidamente declassato la riforma Gelmini dell’Università da notizia di primo piano a nota di seconda pagina, fino a farla scomparire del tutto. Immagino che non tutti ne siano rammaricati. Presumibilmente, per chi è impegnato nell’attuazione della Legge 240/2010 poter lavorare lontano dai riflettori è un sollievo. Il “silenzio stampa” giova un po’ meno all’opinione pubblica che – se si escludono i diretti interessati – è a digiuno di informazioni. Ne diamo una: la riforma procede a passi spediti, o quasi. È proprio di queste settimane il parere interlocutorio del Consiglio di Stato che regala una doccia (se non fredda, quantomeno) tiepida ai piani alti di Viale Trastevere, sede del Ministero.

Il parere riguarda uno dei punti chiave della riforma: il regolamento sull’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso alla prima e seconda fascia dei professori universitari. Per chi non lo ricordasse, nella riforma il possesso dell’abilitazione è requisito necessario per la “presa di servizio” presso le Università. Accade così in Francia. Lo scoglio per gli aspiranti professori non è il concorso locale (notoriamente oggetto di spartizione famelica tra le baronie territoriali) ma un concorso nazionale che decide se il candidato è meritevole e, quindi, idoneo all’insegnamento.

Dati questi presupposti – peraltro molto condivisibili – il Consiglio di Stato formula obiezioni di forma e di sostanza. Delle prime possiamo fare a meno, si tratta di poca cosa. Molto più interessanti le seconde. Ce ne sono tre particolarmente “rognose”.

1.      La prima obiezione fa riferimento alla trasparenza dei lavori della Commissione. Il Consiglio di Stato chiede che sia sancito espressamente il diritto dei candidati di conoscere chi siano e quali titoli vantino gli altri candidati. Perché negare l’opportunità ai partecipanti di capire se il proprio curriculum è in linea con quello degli altri concorrenti?

2.      Anche la seconda obiezione riguarda la Commissione giudicatrice. In sostanza, dice il Consiglio di Stato, chi controlla la coerenza dei curricula dei Commissari rispetto ai criteri scientifico-disciplinari dell’area cui appartengono? La scelta del Ministero di affidare la parametrazione della qualificazione scientifica dei commissari, sostengono a Palazzo Spada, è impropria. Finirebbe per rendere il Decreto ministeriale determinante per la formazione delle liste da cui estrarre a sorte i Commissari e, di conseguenza, per la valutazione degli abilitandi.

3.      La terza obiezione riguarda l’individuazione delle sedi universitarie idonee per lo svolgimento delle procedure di abilitazione, che il regolamento affiderebbe al Ministro senza una predeterminazione precisa dei criteri cui attenersi; mentre il Consiglio di Stato preferirebbe vincolata al rispetto di criteri più chiari.

Pochi punti, ma molto chiari. Si deve lavorare ancora, e molto, per trovare il giusto equilibrio in un passaggio cruciale della riforma. Che poi, risolto il problema, la via sarà in discesa è altro discorso.

[26-04-2011] I’ll take it plain, please

di Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

Il tema del plain language è un caso formidabile di informazione ciclica, soggetta cioè a fasi ascendenti e discendenti, in grado di suscitare interesse e dibattito, per poi sparire nel nulla in modo altrettanto eclatante.

Le ragioni di questa ciclicità sono quattro. Per un verso, il tema è politicamente spendibile (chi non vorrebbe che la comunicazione delle amministrazioni migliorasse in qualità?) e, come si dice in gergo, “a costo zero” (è legittimo pretendere che i funzionari pratichino una sintassi lineare e ricorrano ad un vocabolario comprensibile sin da subito, già in sede di concorso).

Sul versante opposto, gli scarsi successi di simili iniziative trovano almeno due spiegazioni. La prima è quella dei costi sommersi del plain language. Altro che costo zero. Pretendere dai funzionari che migliorino il modo di scrivere i documenti amministrativi è un’operazione che richiede, anzitutto, investimenti ingenti sulla formazione del personale (salvo cedere ingenuamente all’idea secondo cui il concorso pubblico selezioni effettivamente i migliori, anche nella capacità di comunicazione). È poi necessario un serio ripensamento delle procedure interne (lo scoglio contro cui si infrangono molto spesso le buone intenzioni). La seconda spiegazione non è meno rilevante. Comunicare senza voler dire tutto, e dirlo chiaramente, è una scelta che tanti uffici amministrativi (e la politica) compiono volontariamente. Per questo le regole sulla comunicazione semplificata esistono ma raramente vengono applicate.

Quello attuale è un periodo di andamento crescente. Tra le varie iniziative promosse sul tema ci sono quelle dell’Accademia della Crusca e del CNR, che organizzano una tre giorni full-immersion per insegnare ai funzionari a scrivere e comunicare semplicemente, e quelle delle amministrazioni locali. La Giunta regionale del Lazio, per esempio, nel 2011 ha finanziato un corso di formazione intensivo per i funzionari dell’Assessorato lavoro e politiche sociali. Si parla (ma non c’è ancora nulla di certo) di un gruppo di lavoro per la redazione di un manuale di buone prassi, di cui possano fruire tutti i dipendenti. Anche la Regione Lombardia è molto attiva. È recente, ad esempio, la pubblicazione di un prontuario per la redazione dei bandi regionali. I casi non mancano oltreoceano. Un caso su tutti: il 13 aprile l’Office of Management and Budget della Casa Bianca ha diffuso un memorandum contenente le linee guida per l’applicazione del Plain Language Act del 2010.

A chi e perché conviene la semplificazione del linguaggio? Sicuramente conviene ai cittadini e alle imprese. Un caso limite: il centro studi Cigl ha calcolato che le imprese italiane impiegano mediamente 285 per far fronte agli obblighi fiscali. In Spagna ne bastano 197.

Ma il plain language conviene soprattutto alle amministrazioni che, comunicando semplicemente, riducono il rischio di contenzioso e le (ingenti) spese di burocrazia. Basti pensare che a Roma una buona percentuali di avvocati – i famosi “parafangari” – sopravvive grazie alla mala-comunicazione, lavorando quasi esclusivamente per l’annullamento delle contravvenzioni (che 8 volte su 10, mancando di informazioni essenziali, sono annullabili).

Così (con buona pace dei poveri parafangari) una migliore comunicazione darebbe sostegno concreto al circuito economico.

[28-03-2011] Cosa resta delle celebrazioni?

di Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

Il clima che si respira al termine di una festività è sempre triste. Il 27 dicembre, il 2 gennaio, il 2 maggio, sono tradizionalmente giornate “no”. Soprattutto se cadono durante un giorno feriale e non sono parte di un ponte vacanziero. In realtà servono due condizioni affinché i postumi di una festa siano realmente patiti: una vigilia lunga e un lasso di tempo considerevole tra la festa che si è appena conclusa e quella immediatamente successiva.

Col 17 marzo 2011, centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, non ci siamo fatti mancare nulla. L’attesa è stata lunga e tormentata. Ne abbiamo parlato già sulle pagine de Il Ricostituente. Riassumo brevemente: da una parte c’era il partito dei possibilisti, favorevoli alla festa nazionale. Dall’altra quello degli impossibiliti, ovviamente contrari. I primi si sono poi divisi in fazioni: quella dei possibilisti tout-court, e quella dei moderati, poco favorevoli a far “pagare” ai lavoratori la festa, imponendo loro di usufruire di una festività soppressa. Hanno prevalso i possibilisti tout-court. Pare, peraltro, che si voglia preservare la festa anche per gli anni a venire. Dubito fortemente che se ne farà qualcosa, ma almeno se ne parla.

C’è anche la seconda condizione. Sarà lunga l’attesa per la prossima festività, dal momento che il 2011 ne è particolarmente avaro.

Eppure, l’impressione che le celebrazioni siano scivolate via troppo rapidamente resta. Qualcuno sa che, da programma, dureranno fino a novembre 2011 e che a breve si inaugureranno alcuni dei pezzi forti, tra cui la Mostra delle Regioni italiane? È più probabile che se ne torni a parlare il 2 giugno, quando si festeggerà con i Capi di Stato e di Governo che verranno a farci visita (quali saranno non è ancora chiaro), condendo la festa con il sapore del 150°. Qualcuno ha trovato sulle pagine dei giornali uscite dal 19 marzo in poi articoli dedicati all’evento? Poche, pochissime le notizie, anche a causa di eventi mediaticamente monopolizzanti: la crisi libica e il terremoto in Giappone.

Fare riflessioni sul senso di appartenenza degli italiani mi sembra fuori luogo. Farle sulla compagine politica in carica altrettanto. Farle sulla macchina organizzativa sarebbe masochista. Tutto sommato, mi limiterò ad una riflessione generica. Queste celebrazioni sono le prime ad avere avuto un contesto proprio, e dibattuto. Quelle del cinquantenario celebravano un risultato raggiunto e consolidato, e furono a malapena l’occasione per riesumare un ricordo collettivo. Quelle del centenario passarono in sordina, ma per motivi diversi da quelle attuali. Anche lì si diede quasi per scontato l’evento. A scuola si insegnava già il Risorgimento (in modo molto semplicistico peraltro) e non esistevano opposizioni politiche. Bastò poco anche lì. Ma queste dei 150 anni sono state celebrazioni tormentate, vissute in clima ostile, cadute durante una crisi economica profonda. Ecco perché hanno meritato tutto il polverone che le ha precedute, e oggi scompaiono nell’indifferenza (quasi) generale.

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