[14-11-2015] Terrorismo e diritti dopo Parigi

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari

Il 13 novembre 2015 è destinata a passare alla storia come una data cruciale per la comunità internazionale che si stringe intorno alla Francia ferita nel profondo. Oggi siamo tutti parigini, come nel 2001 siamo stati tutti newyorkesi e poi madrileni, l’11 marzo 2004, londinesi, nel luglio 2005 ma anche norvegesi e danesi dopo gli eventi del 2011 e i più recenti di quest’anno. Si è parlato dell’11 settembre come di un discrimine temporale, un momento di passaggio che ha segnato la perdita di innocenza di un popolo (quello americano che, fatta eccezione per Pearl Harbor, prima di allora non aveva mai subito un attacco esterno sul proprio territorio) e uno shock per milioni di persone nel mondo che si riconoscono nella cultura fondata sui crismi della democrazia e dunque della garanzia dei diritti umani e di una gestione equilibrata del potere pubblico. Ed è qui che l’orrore terrorista segna il principale punto a suo favore, riuscendo nell’intento di scardinare l’apparato di principi e valori che faticosamente si è affermato a partire dalle rivoluzioni liberali di fine Settecento, consolidandosi nei gangli degli ordinamenti costituzionali fino a integrarsi nelle radici delle nostre società, incorporandosi nelle coscienze individuali. L’ondata emotiva causata dalla violenza cieca dei terroristi è una scossa portentosa per chi, cresciuto in un contesto di pace, libertà e relativo benessere si identifica nelle vittime e sente visceralmente l’ingiustizia intollerabile della brutalità terrorista. La reazione, comprensibile perché semplicemente umana, è violenta e si traduce in un impeto di punizione e rivalsa contro l’oltraggio subito. Leggi speciali, chiusura delle frontiere, bombardamenti sui territori infestati dalle cellule del terrore sono gli strumenti di reazione annunciati e applicati all’ indomani di ogni attentato, ormai da quindici anni a questa parte, e l’estensione temporale di misure definite straordinarie fa amaramente constatare un fenomeno di normalizzazione di una emergenza che – per definizione- dovrebbe essere circoscritta e limitata nel tempo. Purtroppo, altrettanto tristemente, siamo costretti a prendere atto di una inadeguatezza di questi strumenti che solo in parte hanno mostrato una qualche utilità nella prevenzione di attentati, rivelandosi sostanzialmente inefficaci rispetto all’obiettivo di debellare la rete del terrorismo fondamentalista.

In compenso, queste misure eccezionali intervengono su diritti quali la libertà personale, di movimento e riservatezza cui volentieri si è disposti a rinunciare di fronte alla priorità’ della sicurezza. Ciò che fa riflettere è una tendenziale carenza di attenzione nella verifica del nesso di causalità tra applicazione delle misure restrittive dei diritti e diminuzione del pericolo terrorista. La dinamica dei più gravi attacchi sferrati in occidente dimostra che spesso il nemico proviene dall’interno ed è cresciuto sviluppando il delirio della violenza nell’ambito della stessa società contro cui si ribella. Per intenderci, le serpi terroriste crescono in seno alle democrazie in barba alla chiusura delle frontiere e alla nazionalità di appartenenza. Addirittura, sempre più sovente, queste cellule impazzite vengono esportate dall’occidente, come dimostrano i casi eclatanti del boia dell’Isis Jihadi John ma anche gli italiani Maria Giulia Sergio e Giuliano Delnevo – questo ultimo morto in Siria dove combatteva tra le fila di Assad – che hanno aderito alla dottrina del terrore, facendo proseliti dal fronte.

La normativa straordinaria che deroga ai diritti di libertà non sempre si presta a una mirata strategia di individuazione e annientamento del pericolo, non adattandosi a una guerra atipica, combattuta a livello diffuso negli angoli remoti del nostro territorio e alimentata dalla imponente cassa di risonanza della globalizzazione elettronica e dai social media. Con questo non si vuole gettare un’ombra disfattista sugli strumenti di contrasto al terrorismo tipicamente adottati dagli Stati costituzionali, bensì osservare che la progressiva assuefazione alla limitazione dei diritti di libertà per ragioni di sicurezza rappresenta già una vittoria per i professionisti del terrore, che aspirano a minare i presupposti della civiltà democratica, imponendo le regole del’oppressione violenta.

Combattere il terrorismo con tutti i mezzi è senz’altro la priorità assoluta per gli ordinamenti costituzionali che, in questa missione, devono essere sostenuti dalla coesione popolare. Ma non arrendersi ai tentativi di sopraffazione non significa perdere di vista gli elementi caratterizzanti il nostro modello socio culturale, che deve essere rivendicato e non negato. L’impianto di diritti e guarentigie individuali e collettive rappresenta l’orgoglio della nostra civiltà giuridica ed eroderlo significherebbe tradire la democrazia. Un successo che non possiamo concedere ai terroristi.

[29-03-2013] Verso il governo: memorie della prima Repubblica

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari

Nel seguire il (faticoso) iter di formazione di quello che sarà (forse) il prossimo governo italiano si è sorpresi da continui deja vu.

Già visti il via vai istituzionale di fronte al Presidentente della Repubblica per consultazoni dall’esito incerto; viste le contrattazioni sulla distribuzione delle cariche con il bilancino del peso elettorale; ben noti i do ut des e le dinamiche di spartizione del potere.

Un tuffo nella Prima Repubblica, dove però l’acqua non era più blu.

Tutto diverso rispetto alle fugaci visite di cortesia al Capo dello Stato che precedevano la nomina dei governi nel periodo bipolare (1994-2008) quando – sull’esempio dei modelli di democrazia immediata – maturò la convenzione di affidare al leader della coalizione vincente il ruolo di Presidente del Consiglio.

Gli accordi post elettorali, i governi di coalizione, la spartizione delle cariche, il consociativismo opportunistico sono tutti fattori che dopo aver caratterizzato i primi quaranta anni del sistema politico repubblicano sono stati la causa del suo crollo. Eppure oggi ritornano in auge prepotentemente, nel momento in cui il Presidente del Consiglio pre-incaricato è costretto a uno stillicidio di trattative per ottenere il consenso necessario a ottenere una fiducia che sarebbe – in ogni caso – subordinata al rispetto di condizioni precise. Un sostegno di scopo (o di convenienza, se si preferisce) che prescinde dalla condivisione di un indirizzo politico e mal si concilia con la tendenza al rafforzamento degli esecutivi proclamata da più parti.

Ma questa è solo una delle contraddizioni del sistema che sorprendentemente ricorrono nel tempo, come storia che si ripete. Basti pensare a una normativa elettorale gravata di correttivi dichiaratamente rivolti a promuovere la governabilità, che ha invece reso il Paese ingovernabile; una norma criticata da tutti ma che nessuno ha avuto la forza o la voglia di cambiare.

Oggi, come nel 1992, il cambiamento irrompe sotto forma di protesta e ribellione, l’esasperazione alimenta un movimento efficace nella fase distruttiva di un sistema inefficiente, che ora è però chiamato alla prova della pars construens e si deve cimentare con gli strumenti della democrazia.

Ma il cambiamento reale si misura nel tempo. Ora pare che la bomba 5 Stelle sia esplosa scompaginando irreversibilmente l’assetto tradizionale, ma anche dopo Tangentopoli si pensò che multipartitismo e partitocrazia fossero stati definitivamente spazzati via, mentre è evidente che rivivono sotto nomi e forme diverse.

In Italia le fasi costituzionali sono come la moda, ritornano in cicli: forse il bipolarismo è stata solo una parentesi come il minimal anni Novanta e il governo di coalizione è destinato a sparire come l’ultimo trend di stagione, ma l’Italia ha bisogno urgente di trovare una formula di governo che al pari di un abito di sartoria si adatti perfettamente alla figura del Paese e, traghettandoci fuori dalla crisi, metta pace tra la piazza e il palazzo.

[28-04-2012] L’antipolitica e la confusione tra democrazia e demagogia

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

L’ondata di antipolitica che imperversa sul colpevole sistema partitico italiano spinge a rispolverare un illuminante libretto in cui Gustavo Zagrebelsky, all’indomani delle elezioni politiche del 1994, evoca il processo a Gesù come paradigma della democrazia negata. E’ il paradosso del «crucifige», gridato a gran voce dalla folla interrogata da Ponzio Pilato in merito alla sorte del «figlio di Dio e re dei Giudei», accusato dal Sinedrio di laesae majestatis, per essersi autoproclamato re, sobillando il popolo. Non riuscendo a trovare un accordo sul destino dell’imputato, le autorità coinvolte convergono sulla folla, attivando un processo che è però solo apparentemente democratico. In realtà, infatti, il popolo non è chiamato in causa perchè considerato un’autorità superiore, capace di decidere meglio degli esponenti del potere costituito ma è sono un mezzo cui il vero decisore fa capo per imporre la propria posizione, avvalorata e resa insindacabile dalla potenza dell’appoggio di massa.  In questo caso il popolo ha la percezione di essere determinante in una scelta che è invece presa da altri, si illude di essere protagonista mentre è solo una pedina mossa nell’interesse del potere. E’ l’uso strumentale della democrazia, che contempla la manipolazione dell’opinione pubblica in ragione di interessi di parte ed è reso possibile dalla presenza di un popolo che non è capace di agire autonomamente, ma soltanto di reagire alla scossa di una forza esterna.

La capacità popolare di attivarsi, organizzarsi e compiere scelte razionali e ponderate – non limitandosi a unirsi al coro di protesta di chi alza più la voce – è espressione delle democrazie mature. E’ questa, secondo Zagrebelsky, la differenza tra il popolo della democrazia (che agisce) e quello della demagogia (che reagisce).

In Italia, la popolarità dei movimenti partitici è proporzionale al livore con cui si esprime il malcontento verso la classe dirigente del Paese, ma il futuro della politica non può essere nei partiti di sfogo, che servono solo per incanalare la (pur legittima) frustrazione dell’elettorato. Prendere coscienza della propria responsabilità ed esercitare consapevolmente la sovranità sancita dal primo articolo della nostra Costituzione è un dovere che ricade sulla cittadinanza.

Un popolo protagonista è capace di agire, di scegliere, di controllare, di chiedere conto delle decisioni assunte e di punire politicamente chi si renda incapace o indegno del mandato di rappresentanza ricevuto. Un popolo pedina è capace di protestare, acclamando il Savonarola di turno, che si proclama paladino delle masse contro i poteri forti. Ma se è vero che «tutti coloro i quali santificano il popolo fanno così per poterlo usare»[1] non ci si stupisca se – ciclicamente –  anche i più popolari tra i populisti si rivelano non diversi dagli altri e cadono nella polvere.

Solo i bambini si affidano ciecamente a chi è chiamato a prendersi cura di loro e infatti non sono responsabili delle proprie azioni. Un popolo di adulti, che si ritenga tradito da chi è stato investito dell’autorità di governare nell’interesse collettivo non può limitarsi a lamentare l’oltraggio subito, ma deve assumersi le responsabilità delle scelte compiute nella cabina elettorale. Ciò significa  pretendere il rispetto delle regole, esercitare il diritto di intervenire nella selezione dei candidati, investire nella formazione della classe politica e – perché no -  attivarsi in prima persona per cambiare le cose che non vanno, con cognizione di causa.


[1] G. Zagrebelsky, Il «Crucifige!» e la democrazia, Einaudi, Torino 1995, p. 99

[08-03-2012] L’Italia è un Paese per donne

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

Chiunque viva nel mondo non può fare a meno di constatare la presenza diffusa in ogni campo di eccellenze femminili. Sembra incredibile che fino al 1948 le donne italiane fossero considerate dalla legge subordinate al «capofamiglia» (padre o marito), eppure le pari opportunità sancite dalla Costituzione repubblicana a lungo sono rimaste lettera morta. Per anni il diritto di eguaglianza è stato contemperato con il principio dell’unità familiare, sull’altare del quale è stato spesso sacrificato. I passi compiuti verso la conquista della parità sono enormi. Solo nel 1960 la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo il disposto di una legge che precludeva alle donne l’accesso alle funzioni giurisdizionali; oggi il 40% dei magistrati è donna e la percentuale è destinata a salire, visto che tra i vincitori dei concorsi circa 60 su 100 sono di sesso femminile. Solo nel 1977 venne abrogata una legge del 1934 che accomunava donne e fanciulli, considerandoli «mezze forze di lavoro», meritevoli di protezione contro lo sfruttamento; oggi una legge impone la presenza di una quota minima di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate. Alla Rai, in Confindustria, nel sindacato, nel mondo delle professioni e dell’imprenditoria le donne hanno conquistato ruoli di leadership e, nonostante nella maggioranza dei casi le posizioni di vertice siano ancora occupate da uomini, il tempo sta facendo il suo corso e, se il riconoscimento del merito verrà affermato nel naturale avvicendamento nelle funzioni, si giungerà necessariamente a un riequilibrio della situazione.

C’è però un settore in cui le donne – in contrasto con quanto accade nel mondo reale – restano confinate a ruoli decorativi e  tendenzialmente umilianti. E’ l’ambito della comunicazione e dello spettacolo, soprattutto televisivo, in cui alla varietà di personaggi maschili, eterogenei per età, ruolo sociale e funzioni si accompagna un modello unico di ragazza giovane, spensierata ed esteticamente omologata. Nelle trasmissioni di intrattenimento e divulgazione le donne sono prive di competenze e hanno quasi sempre un ruolo superfluo, prescindente da doti specifiche che non siano legate all’aspetto. Lo stile soubrette impera e si applica a tutte le categorie televisive, dalle giornaliste alle “metereologhe”, sminuendo chi ha studiato e lavorato per acquisire una professionalità. Ci sono eccezioni eccellenti che non sono però sufficienti a smentire la regola. La raffigurazione standardizzata e riduttiva delle donne televisive preoccupa perché in una società in cui la tv funge da alternativa economica alla babysitter, i bambini – bisognosi di modelli – da lì traggono ispirazione. Non si intende criminalizzare né escludere le vallette dalla ribalta televisiva, tuttavia l’assenza di figure alternative cui guardare con ammirazione può condurre a identificare nel modello vedette l’ideale femminile di successo, mentre è vero il contrario.  Basta guardarsi intorno per riconoscere donne straordinarie sulle cui spalle gravano le responsabilità lavorative e le incombenze familiari, eppure la tv non si occupa di loro e loro, d’altra parte, loro sono troppo impegnate per curarsi della tv.

[08-01-2012] Non demonizziamo le liberalizzazioni

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

La notizia della cessazione dei vincoli per l’apertura degli esercizi commerciali disposta dalla manovra salva Italia ha interrotto la tregua concessa alla vis polemica dall’atmosfera sobriamente festosa di un Natale di crisi.

Anno nuovo, vecchia questione. Non è necessario un grande sforzo mnemonico per ricordare che  l’idea di liberalizzare le attività economiche non è una novità dettata dalla gravità della situazione del Paese: basti pensare alle “lenzuolate” di bersaniana memoria, accolte da alcuni come interventi provvidenziali e aspramente osteggiate da altri. Oggi come allora, gli interventi di deregulation scuotono l’opinione pubblica, provocando reazioni nettamente contrapposte. C’è chi ritiene si tratti di un passaggio necessario per dettare un nuovo passo al modello economico e innescare la tanto agognata ripresa e chi, d’altra parte, denuncia l’ennesimo attacco sferrato alle garanzie dei più deboli per favorire i privilegiati. Ma questa è una prospettiva distorta che cela una guerra tra poveri.

Demonizzando il cambiamento si sposta il focus del problema: la libertà di scegliere i giorni e gli orari di apertura non comporta una automatica compromissione dei diritti dei commessi. La riforma risponde a un’esigenza del mercato e si presta a rivelarsi negativa solo nel caso di situazioni patologiche in cui i  datori di lavoro abusino della propria posizione di vantaggio rispetto ai dipendenti. Ma è questo il punto su cui bisogna intervenire, assicurando il rispetto dell’apparato di garanzie dei diritti dei lavoratori, vigilando sull’applicazione delle regole esistenti per l’organizzazione dei turni e la retribuzione degli straordinari e curandosi di impedire la determinazione di situazioni ricattatorie. E’ qui che gli attori istituzionali, i rappresentanti di categoria e le parti sociali dovrebbero agire, confrontandosi senza cedere sui diritti dei lavoratori. Sono molte le figure professionali che non conoscono domeniche od orari di lavoro consueti e nessuno si stupisce né, tantomeno, si scandalizza. Medici, infermieri, farmacisti, operatori ecologici, pasticceri, edicolanti, per citare solo alcuni, non seguono schemi di lavoro tradizionali e per questo sono giustamente  tutelati da una regolamentazione speciale, pensata appositamente per evitare che la irritualità dei tempi di lavoro comprometta la qualità della vita. Lo stesso deve avvenire per chi lavora negli esercizi commerciali che scelgono di avvalersi della possibilità di restare aperti.

Più controlli sul rispetto delle regole, più rigore nell’applicazione delle sanzioni: così si proteggono i diritti dei più deboli. Cristallizzare la situazione, impedendo ai commercianti, agli artigiani e ai piccoli imprenditori di organizzare la propria attività nel modo più vantaggioso non serve a tutelare i dipendenti ma può anzi danneggiarli perché se gli esercizi chiudono si viene licenziati.

Le liberalizzazioni non sono certamente la soluzione miracolosa per i mali della crisi ma  non sono nemmeno la causa di tutti i guai.

[29-07-2011] I luoghi comuni del terrorismo

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

Il 22 luglio 2010 ci siamo sentiti tutti norvegesi come dieci anni fa siamo stati – per un giorno -  tutti americani. Questo perché siamo consapevoli del fatto che la dinamica dei fatti di Oslo, Utoya, New York e Washington si sarebbe potuta produrre in maniera identica in qualunque ordinamento occidentale, anche in Italia. E’ un deja vu, un macabro ripetersi di reazioni attonite ed esternazioni sinceramente commosse a commento di un dramma che ci tocca profondamente perché ci appartiene.

C’è però una sostanziale differenza tra i fatti del 2001 e quanto accaduto in Norvegia pochi giorni fa. Gli attentatori delle Torri gemelle venivano da lontano, portatori di un messaggio di rifiuto del modello socio politico occidentale e di ribellione contro l’egemonia culturale ed economica filo americana.

Il terrorismo, che prima dell’11 settembre aveva mille facce, dopo l’attacco al World Trade Center assume le fattezze di un arabo-musulmano e acquista, nell’opinione comune, una dimensione univoca riconducibile all’estremismo islamico.

La tendenza all’identificazione della minaccia terrorista con il mondo arabo-musulmano è  alimentata dal comportamento delle istituzioni come dimostrano – per esempio –le dichiarazioni avventatamente rilasciate dall’allora capo del governo spagnolo Aznar che, l’11 marzo 2004, attribuì al terrorismo islamico la responsabilità degli attentati alla stazione madrilena di Atocha, salvo poi ritrattare di fronte alla rivendicazione dell’azione da parte della frangia violenta del movimento indipendentista basco. Il pericolo veniva dunque dall’interno, in Spagna come nel Regno Unito dove l’11 luglio 2005 si consuma l’attacco alla metropolitana londinese, frutto del piano insano di un gruppo di cittadini britannici, nati e cresciuti in Inghilterra. Anche a Oslo, la prima reazione dopo le esplosioni ai palazzi del governo è di accusa alla rete islamica del terrore, ma ben presto si chiarisce che la natura della minaccia è squisitamente intestina, coltivata fino a maturazione su territorio nazionale.

Tutto questo mette in luce quanto sia sfibrato il nesso di causalità esistente tra la fonte del pericolo terrorista e le misure introdotte per debellarla. Le strategie di lotta al terrorismo adottate dopo l’11 settembre sono incentrate su un irrigidimento delle politiche migratorie, sulla restrizione dei diritti degli stranieri e su procedure assimilabili all’ethnic profiling, focalizzate su componenti nazionalistiche ben identificate. E’ un orientamento che,  a distanza di dieci anni, si ha ragione di ritenere sfasato.

Il terrorismo è un metodo che si presta a servire una gamma potenzialmente infinita di cause eterogenee. Quella di accollare alla rete di estremisti islamici la responsabilità del terrorismo degli anni 2000 è una scelta fuorviante, in odore di strumentalizzazione che, esacerbando le fratture culturali tra mondi differenti ma di per sé non incompatibili, rischia di produrre più danni che benefici.

[30-06-2011] Wind of change

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

Qualche settimana fa la conferma dei risultati referendari apre il sipario su piazze colme e festanti, espressione di un bisogno di condivisione e di un sentimento collettivo che pareva sopito e invece è riemerso con forza dirompente. Quello andato in scena all’esito del referendum non è uno spettacolo nuovo agli occhi di un pubblico che, negli ultimi mesi, è stato abituato a immagini di manifestazioni di massa: l’onda invernale degli studenti contestatori, i cortei della primavera delle donne, la gioia dei vincitori delle elezioni amministrative. La festa del 13 giugno è solo l’ultima tappa di un percorso di ritorno alla piazza iniziato da tempo, ma si distingue dagli altri episodi per due aspetti fondamentali: l’assenza di bandiere politiche sventolanti all’aria della vittoria; la presenza maggioritaria dei giovani.

La generazione che la vulgata considera imbambolata di fronte allo schermo di un computer, inebetita dai social networks e incapace di una sana e reale socializzazione è stata capace di riportare in vita il referendum abrogativo, strumento in crisi, la cui morte era stata annunciata dai fallimenti che hanno caratterizzato le ultime chiamate alle urne.

Il dato più eclatante di questa tornata referendaria è il superamento del quorum, un’impresa resa possibile dallo spiegamento in forze dei giovani, che hanno saputo sfruttare le potenzialità delle nuove risorse mediatiche per rivendicare il diritto a essere protagonisti e invocare la partecipazione.

«Andate a votare»,«ce la possiamo fare», sono esortazioni che mal si conciliano con l’archetipo del bamboccione e si pongono in netta controtendenza rispetto all’indolenza di cui la gioventù italiana è spesso accusata. Le bacheche di facebook, i messaggi di twitter, i gazebo nelle strade sono stati veicolo di una sorta di voto pride che rappresenta un segnale di speranza e una lezione per chi ci governa.

Raggiunto il traguardo i giovani hanno lasciato il pc per scendere nelle vie e incontrarsi. L’esaltazione, i canti, i balli, le lacrime di chi ha creduto nella campagna referendaria e ha sperimentato la vittoria, possono far sorridere i più maturi e disincantati dalle cose della vita e della politica ma sono un richiamo importante per chi ha bisogno di un modello in cui credere, un esempio che dimostri che le cose possono cambiare.

Dopotutto, se un self made man di colore è diventato presidente degli Stati Uniti, è anche possibile che la classe giovanile, nel Paese gerontocratico per eccellenza, riesca a mettere in moto un processo virtuoso che porti a un mutamento di sistema nel processo decisionale ora monopolizzato da un’oligarchia decadente.

[16-06-2011] Dalle amministrative al referendum: un bilancio della stagione elettorale 2011

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari

Nel dibattito post-elettorale, i risultati non sono mai pacifici: puntualmente, a conclusione delle tornate di votazioni politiche, amministrative e referendarie, i dati finali vengono enfatizzati o minimizzati a seconda della prospettiva di osservazione ed è difficile individuare un vincitore assoluto. Dagli esiti delle ultime chiamate alle urne è però possibile ricavare un dato oggettivo: un nuovo protagonismo del corpo elettorale.

I cittadini hanno privilegiato l’affidamento personale, facendo prevalere la ponderazione dell’opinione personale e trascurando gli indirizzi dettati dall’establishment politico.

E’ un processo di rivendicazione cominciato da tempo e manifestatosi con forza nelle diverse fasi delle recenti elezioni amministrative e nelle campagne referendarie.

A Milano, per esempio, nella sfida per la conquista di Palazzo Marino, la scelta di condurre una campagna elettorale al vetriolo si è rivelata controproducente. La ragione recondita degli attacchi personali rivolti all’avvocato Pisapia dal sindaco uscente non è sfuggita agli elettori che, più sensibili di quanto forse si creda, hanno colto dietro le cadute di stile della signora Moratti, una sostanziale carenza di argomenti politici di fronte al profilo dell’avversario. I cittadini hanno operato le proprie scelte secondo uno spirito di autonomia e consapevolezza, esprimendo la volontà di partecipare criticamente alla selezione dei propri rappresentanti, anche discostandosi dalle direttive partitiche.

E’ un esigenza di democrazia immediata quella che si respira in questa primavera elettorale.

In questo senso si rivela eloquente – e precursore del grande successo dell’ultima tornata referendaria -  il caso del referendum sul nucleare indetto in Sardegna lo scorso 15 maggio, che ha visto una partecipazione massiccia dell’elettorato e una netta vittoria del fronte contrario all’adozione di sistemi di produzione di energia nucleare.

Il popolo sardo ha mostrato una capacità di mobilitazione imponente e trasversale, che ha spinto a muoversi in un’ottica estranea agli interessi di partito, per affermare la propria coscienza rispetto a una questione di cruciale importanza per il futuro del territorio. La forza con cui si è espressa la volontà della cittadinanza è una spia indicativa di come la comunità non sia addormentata ma, al contrario, pronta ad attivarsi nel momento in cui riconosce il peso della propria responsabilità.

A fare la differenza è la percezione della capacità di influenzare le decisioni pubbliche, esercitando un peso nella determinazione delle scelte politiche, rendendosi così artefici del proprio destino.

L’esito della consultazione referendaria sarda, al pari di quella nazionale, è un grande input di riscossa contro uno dei nemici più pericolosi per la democrazia: il senso di impotenza, che allontana gli individui dalla vita pubblica, spesso considerata riserva di esponenti istituzionali che, talora, si ritiene agiscano secondo percorsi diversi da quelli  ispirati esclusivamente al bene collettivo.

[06-04-2011] Indigniamoci!

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari

Le sedute dell’Assemblea parlamentare da un po’ di tempo a questa parte evocano scenari decadenti, triste segno di declino. Il 30 marzo, un Ministro della Repubblica rivolge al Presidente della Camera improperi che potremmo eufemisticamente definire espliciti.

Il culmine si raggiunge giovedì 31 marzo, quando  la deputata Ileana Argentin, affetta dalla nascita da amiotrofia spinale, patologia che le impedisce i movimenti più semplici, viene insultata con violenza inaudita da suoi colleghi parlamentari.

Non c’è impeto né passione politica che serva da attenuante per un oltraggio ignobile, gridato a gran voce nell’Aula di Montecitorio, un luogo simbolo, massima espressione della sovranità popolare e sintesi delle voci che formano lo spirito del nostro Paese.

Non è la prima volta che il Parlamento italiano si trasforma in teatro di risse verbali e fisiche o sceneggiate che umiliano l’istituzione, ma mai come ora il sentimento di vergogna fa sentire che si è toccato il fondo.

Non ci resta che risalire la china, lo si può fare cominciando a pretendere da chi ha ricevuto il mandato a svolgere la propria funzione di rappresentanza con responsabilità e onore un comportamento consono a un Paese civile, fondato sui principi costituzionali di uguaglianza e democrazia che dovrebbero essere tradotti in pratica proprio grazie all’azione quotidiana degli organi rappresentativi.

In un libello diventato best seller in pochi giorni, il novantatreenne ex partigiano francese Stéphane Hessel rivolge alla collettività una esortazione chiara «Indignez-vouz!». Dovremmo raccogliere l’appello e indignarci di fronte a casi che superano in limite dell’accettabile, obbligando chi si comporta indegnamente a rispondere delle proprie azioni.

Nel caso specifico le scuse non bastano a giustificare l’ingiustificabile. L”ingiuria proferita è un oltraggio che tocca  tutti noi – in quanto esseri umani – perché va ben oltre l’invettiva personale, esprimendo ignoranza o, peggio, disprezzo del concetto di dignità.

Il rispetto verso il prossimo non si studia sui libri, non si impara sui banchi di scuola ma deve essere trasmesso con l’esempio, ben prima di essere in grado di leggere e  assimilare la norma che sancisce che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3, comma 1 Cost.).

Fortunatamente l’immobilità degli arti non ha niente a che fare con le facoltà intellettive e la Argentin lo ha dimostrato efficacemente, offrendo una lezione di superiorità e stile che ci consola, assicurandoci che in Parlamento siedono ancora Onorevoli non solo di nome ma anche di fatto.

A chi la insulta, imponendo il silenzio all’assistente che in sua vece applaude l’intervento di un esponente dell’opposizione, l’On. Argentin risponde così: «ricordo all’aula che io non posso muovere le mani, ma se non posso applaudire con le mie, lo  faccio con le mani di chiunque».

Una lezione di dignità di cui si sentiva tanto il bisogno.

[13-03-2011] Celebrating Constitution

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari

Marzo è ufficialmente il mese delle ricorrenze: dopo l’8 marzo che celebra le donne e prima del 17 che festeggia (con qualche eccezione) l’Unità d’Italia, ecco il 12, designato giorno «a difesa della Costituzione».

Lasciando da parte le considerazioni di ordine politico, il pregio di una manifestazione come questa -  espressione della società civile organizzata (Popolo Viola, Articolo 21, Valigia blu e Libertà e Giustizia) -  è quello di attirare l’attenzione sulla nostra Carta Costituzionale, che è molto più di un documento formale.

La Costituzione, questa sconosciuta: un testo che racchiude lo spirito della Nazione ma che resta ignoto ai più. Un contenuto prezioso, quello della Carta del 1948 su cui si fonda la nostra realtà istituzionale, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2) – senza riuscire sempre a evitare le sperequazioni – che favorisce lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, salvo poi assistere all’esodo dei cervelli in fuga.

Centotrentanove articoli che dovrebbero rispecchiare un’immagine fedele del nostro Paese ma che spesso, purtroppo, rappresentano solo un ideale, un’aspirazione, un voler essere.

L’Italia dei costituenti è la Repubblica democratica, una e indivisibile, che riconosce e promuove l’espressione delle autonomie locali (art. 5); che è fondata sul lavoro (art. 1) e riconosce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità delle prestazioni svolte e comunque sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. L’ordinamento che agevola la famiglia e protegge la maternità (art. 31), che prevede che le condizioni di lavoro debbano consentire alle donne l’adempimento della essenziale funzione familiare e garantire a madre e figli una speciale e adeguata protezione. La democrazia in cui tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva.

Ma l’Italia scritta in Costituzione non è il Paese in cui viviamo.

La Costituzione esprime un patrimonio comune e condiviso, che prescinde dagli orientamenti politici. Ben venga la ribalta conquistata dal dibattito sulle riforme, se serve a gettare luce sugli elementi caratterizzanti la nostra Repubblica. La Costituzione rappresenta la base della piramide della conoscenza di un popolo e dovrebbe essere conosciuta da tutti, a livello  trasversale e diffuso.

Così come non si può fare a meno di conoscere i dati personali segnalati nei nostri documenti di riconoscimento, si dovrebbe avere coscienza dei principi e dei valori indicati nella Costituzione, che  è la Carta di identità della nostra democrazia.

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