[07-07-2013] Riorganizzazione delle Province e Corte Costituzionale: una sentenza che non deve sorprendere

di Angelo Soragni Junior, dottore di ricerca, Università Bocconi

Mercoledì 3 luglio la Corte Costituzionale ha bocciato, soprattutto nella forma, non tanto nella sostanza, i contenuti dei Decreti Legge (in particolar modo, il cosiddetto Salva-Italia, D.l. 201/2011, nello specifico l’art. 23) che annunciavano l’abolizione e, poi, la mera riorganizzazione dell’Ente provinciale in Italia, in base a criteri di estensione e popolazione, in quanto tale materia non è disciplinabile con decreto bensì con legge costituzionale.

Infatti, la Consulta ha ritenuto lo strumento decretale inappropriato per la paventata riorganizzazione delle Province in quanto: “il decreto-legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio” ma ancor di più, in quanto mirava  allo svuotamento di competenze, per non dire all’abolizione vera e propria, di un Ente più volte richiamato in Costituzione (si pensi al dettato dell’art. 114) che, quindi, godeva e gode tuttora di tutela giuridica di rango costituzionale e non meramente ordinario.

Infatti, l’art. 114, introduttivo del Titolo V della nostra Costituzione, menziona quale Ente fondamentale e parte integrante della Repubblica, la Provincia, con pari dignità rispetto ai Comuni, base di tale piramide di poteri, le Città metropolitane (ancora in divenire), le Regioni e lo Stato. Detto ciò, appariva, come ricordato da molta dottrina durante l’anno passato, sin dal principio illogico utilizzare lo strumento normativo decretale. In base a quale logica, infatti, la necessità e l’urgenza, possibili riferimenti per la formazione di una norma ordinaria poi da convertire in legge, potevano essere applicate alla normativa costituzionale che richiama le Province, che può essere modificata, chiaramente e senza grandi sforzi di immaginazione, solo da una legge costituzionale?

Il ragionamento della Consulta, pertanto, appare molto lucido e pienamente condivisibile ed, in definitiva, non entra nella sostanza del dibattito sulla abolizione o riorganizzazione dell’Ente provinciale che probabilmente avverrà comunque, seguendo ovviamente le direttive del Giudice delle Leggi, stante la manifesta volontà dell’esecutivo Letta di risolvere tale scoglio, ma ritiene, nel proprio dettato, assolutamente inefficace il tentativo portato avanti sin qui di modificare o rimuovere detto Ente mediante una legge ordinaria o un atto con forza di legge convertibile, nel pieno rispetto della gerarchia delle fonti normative previste nel nostro ordinamento.

[07-03-2011] Quale festa della donna in un Paese maschilista?

di Angelo Soragni Junior, dottorando, Università Bocconi

Prendendo spunto dall’imminente festa della donna dell’8 marzo, appare ancora lontana, perlomeno da un punto di vista di partecipazione alle istituzioni, la tanto sospirata parità tra uomo e donna nel nostro paese. Tuttavia, la partecipazione delle donne alla politica, in Europa, è sicuramente superiore rispetto ad altre regioni del mondo.

Le donne in politica sono poche da sempre in Italia. Uno squilibrio di genere particolarmente marcato fin dalla prima legislatura repubblicana del lontano 1948.
L’andamento delle presenze in rosa alla Camera, in realtà, è stato oscillante: si parte dal 7,7% della prima legislatura del 1948, si scende al minimo storico nella quarta e nella quinta (rispettivamente nel 1963 e nel 1968), si raggiunge l’11,5% nel 2001. A Palazzo Madama, invece, la situazione è ancora più preoccupante. Si parte nel 1949 con l’1,2%, si scende al minimo storico nel 1953 con lo 0,5%, si raggiunge il 9,8% nel 1992, per poi riscendere all’8,1% nel 2001.

Dalla scorsa legislatura (la XV), però, si registra una beneaugurante quota complessiva pari al 17%, confermata dal responso delle urne delle elezioni politiche del 2008. In totale, oggi, abbiamo come elette 162 donne: 51 al Senato, contro le 44 della XV legislatura, 111 alla Camera, contro le 109 del 2006.
Notevole resta, però, la distanza della nostra Repubblica dalle democrazie dei Paesi del Nord Europa, soprattutto se compariamo la nostra presenza nelle istituzioni comunitarie: in Svezia, per esempio, la percentuale di donne è pari al 45,3%, seguita da Finlandia e Danimarca a quota 38 per cento.

Molto ben rappresentate anche le donne spagnole con oltre il 35% di presenze nei ruoli chiave considerando Governo, Congreso e Europarlamento.

La rappresentativa femminile italiana a Strasburgo, invece, in termini percentuali, è la penultima, seconda solo alla piccola Malta, rappresentata da soli uomini.

I paesi del Nord Europa dominano le classifiche pur non avendo leggi che impongano quote elettorali, che rimangono una scelta dei partiti in tali realtà. L’alto tasso di partecipazione femminile alla vita politica dipende probabilmente da fattori culturali, ma anche da un welfare che da tempo sostiene le donne. Le quote rosa sono una scelta dei partiti in Danimarca, Svezia, Norvegia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. In Francia e di recente anche in Polonia, invece, il sistema delle quote è imposto per legge. Nella Nostra Repubblica, un simile tentativo per una rappresentanza femminile nelle candidature per il Parlamento pari al 33% è fallito nel 2005.

Oggi, però, in Italia, ogni comune, regione, provincia autonomamente può prevedere, all’interno dello statuto, delle misure che favoriscano il riequilibrio della presenza femminile nella composizione delle giunte e dei consigli. In alcune città si è addirittura inclusa, nello statuto comunale, una clausola che prevede la parità dei sessi in Giunta: 50% di donne e 50% di uomini.

Alla luce di tale analisi si può forse concludere che probabilmente il problema è di natura culturale non tanto di possibilità concrete per le donne, in quanto comunque gli sforzi sono serviti solo in parte.

Ci serva da stimolo il caso pressoché clamoroso di un piccolo stato africano martoriato negli anni scorsi da una tremenda guerra civile: il Ruanda.

In un uno stato dove appena un decennio fa era vietata la proprietà privata alle donne, oggi, le donne superano gli uomini nel Parlamento nazionale e sono ricoperte da personalità del genere femminile le più alte cariche istituzionali e governative. Un’eventualità che, nella nostra oramai longeva Repubblica, è ancora lontana.

[08-02-2011] Tra i due litiganti, il terzo (polo) gode

di Angelo Soragni Junior, dottorando, Università Bocconi

Qualche giorno fa a Todi (Perugia), il coordinamento parlamentare delle forze politiche centriste, tra le quali il Fli di Gianfranco Fini, l’Udc di Pierferdinando Casini e l’Api di Francesco Rutelli, ha ufficialmente dato vita al “Nuovo Polo per l’Italia”, il cosiddetto Terzo Polo.

Un insieme di forze, provenienti dal centro-destra e dal centro-sinistra, capaci a oggi di circa 100 parlamentari e, in numerosi sondaggi, di circa il 15% delle future intenzioni di voto dei cittadini italiani.

Una percentuale che, checché ne dicano gli esponenti dei due storici duellanti poli, risulterà senza ombra di dubbio determinante per i futuri assetti politici ed esiti elettorali nel paese.

A seguito della riforma elettorale del 2005, a partire dalle politiche del 2006 non vige più nel nostro paese un sistema maggioritario di elezione con collegi uninominali a turno unico, capace di dare una sostanziale maggioranza alla coalizione vincitrice della consultazione elettorale, ma un sistema proporzionale con premio di maggioranza per entrambe le aule parlamentari.

Qui sorge il problema; mentre a Montecitorio la ripartizione dei seggi tra le coalizioni appare molto chiara, alla luce di un lauto premio di maggioranza nazionale che, seppur opinabile nel quantum, rende merito alla coalizione uscita vincitrice dalle consultazioni assegnando alla stessa il pieno controllo della Camera dei Deputati in termini numerici (il 55% dei seggi), ciò non è del tutto scontato per quanto riguarda il riparto a Palazzo Madama.

Il premio di maggioranza regionale, vigente per l’elezione del Senato, come già assistito nel 2006, non garantisce matematicamente alla coalizione uscita vincitrice dalle urne, un controllo effettivo dell’aula.

Pertanto, a partire dal 2005, a un bicameralismo perfetto, storicamente presente nel nostro paese e mai cancellato, nonostante gli innumerevoli tentativi di riforme costituzionali per snellire il sistema, non si collega più (come dovrebbe) una modalità di assegnazione dei seggi perfettamente identica, come invece avveniva in passato, aspetto sempre conservato anche dalle modifiche apportate alla legge elettorale susseguitesi dal 1948, seppur con il vincolo costituzionale, della ripartizione su base regionale per il Senato della Repubblica.

Questo aspetto crea evidentemente la possibilità per il Terzo Polo di risultare determinante per la formazione dei futuri governi del paese, nel caso non si modifichi la legge elettorale.

Senza scomodare la tanto auspicata ed agognata legge elettorale alla tedesca con sbarramento al 5% e formazione delle coalizioni all’esito delle consultazioni, lo sbarramento al 4% nazionale della Camera dell’attuale legge italiana, ma soprattutto lo sbarramento regionale all’8% del Senato, permetterà a questa nuova coalizione di risultare determinante in futuro, soprattutto alla Camera alta, anche con esiti elettorali poco soddisfacenti per la stessa.

La coalizione di centro-sinistra o di centro-destra vincitrice sarà sempre costretta, vuoi per conservare la maggioranza, vuoi per raggiungerla e dare stabilità al nominando Governo, a scendere a patti con il nuovo Terzo Polo.

Potrebbe capitare un po’ quello che, in svariate occasioni, è capitato al Partito Liberal Democratico tedesco (FDP) nei decenni passati, risultato determinante per la formazione degli esecutivi tedeschi a guida cristiano democratica (centro-destra) piuttosto che a guida social democratica (centro-sinistra).

Concludendo, senza una seria riforma elettorale, la formazione del cosiddetto Terzo Polo renderà ancora più difficile raggiungere, per le altre due storiche e più forti coalizioni, la maggioranza al Senato, concretizzando de facto una situazione alla “tedesca” senza la necessità di modificare la legge elettorale in tale direzione, come invece più volte in passato suggerito, proprio da forze come quella dell’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, oggi appartenenti al Nuovo Polo per l’Italia.

[08-01-2011] Caso Battisti, delicato scambio epistolare

di Angelo Soragni Junior, dottorando, Università Bocconi

Qualche giorno fa, tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento dalla LEGA all’IDV (non ha partecipato la sola sinistra estrema), con una manifestazione bipartisan, hanno urlato a gran voce il loro disappunto per l’incomprensibile decisione del Presidente uscente della Repubblica Federale Brasiliana Luiz Inacio Lula di non estradare il terrorista rosso Cesare Battisti, artefice di ben 4 omicidi nel corso degli anni del terrorismo nel nostro Paese.

Fortunatamente, in questo clima di tensione politica, le parti avversarie del nostro arco costituzionale, sono riuscite a trovare una comunanza d’intenti nel condannare un simile comportamento delle Autorità brasiliane.

E’ vero che si tratta di un diritto costituzionale riconosciuto al Presidente dalla Costituzione federale del 1988, ma non è chiaro come Lula ed il nuovo Ministro della Giustizia Josè Cardozo abbiano potuto ritenere l’Italia un Paese dove “vi sarebbe rischio di morte per Battisti”, violandone, a conti fatti, la sovranità internazionale ed abbiano, così, disconosciuto la sofferta decisione (5 voti favorevoli contro 4) del Tribunale Federale Brasiliano di qualche tempo fa.

A dispetto di quanto sostenuto dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, appare una decisione capace di ledere fortemente ai buoni rapporti di amicizia da tempo instaurati tra le due Nazioni. L’Ambasciatore d’Italia a Brasilia è stato, infatti, richiamato a Roma “per consultazioni”.

Il nostro Presidente Napolitano, nella lettera inviata all’ex Presidente (proprio il giorno seguente alla decisione di Lula  è entrata in carica la neo-eletta Dilma Roussef) ricorda come “la Costituzione della Repubblica federativa del Brasile considera delitti particolarmente gravi quelli di terrorismo e l’azione di gruppi armati, civili o militari, contro l’ordine costituzionale e lo stato democratico” come quelli commessi da Battisti, ed il Presidente continua affermando con forza che “non è assolutamente possibile considerare la legislazione di emergenza degli anni di piombo del nostro Paese lesiva dei diritti inviolabili dell’uomo” come invece sostenuto dal Ministro della Giustizia e dal Presidente brasiliano.

Ancora più sconcertante appare la connessa decisione di concedere al terrorista rosso Cesare Battisti lo status di rifugiato politico in Brasile, decisione che contrasta chiaramente con le convenzioni internazionali che definiscono le condizioni per il riconoscimento di tale status e implica un giudizio di valore estremamente negativo sull’ordinamento costituzionale e giuridico italiano, ignorando totalmente ed arbitrariamente i diritti che esso assicura ai condannati.

È sorprendente, inoltre, ricorda Napolitano che “una decisione del genere provenga da un paese come il Brasile che ha ben conosciuto in anni recenti il carattere autoritario di una dittatura soffrendo la negazione di ogni libertà!”

“Non è accettabile che crimini come quelli commessi da Cesare Battisti – prosegue Napolitano nella sua appassionata lettera – siano dimenticati o peggio ancora assolti in considerazione di una loro indefinita e inesistente natura politica”.

Concludendo, sembra quantomeno necessario ed auspicabile, un pronto intervento europeo e della comunità internazionale a tutela e sostegno delle inequivocabilmente legittime pretese della Repubblica italiana in tale frangente volto ad ammorbidire la posizione intransigente delle Autorità brasiliane al fine di evitare una crisi che potrebbe avere risvolti diplomatici ma soprattutto economici per entrambi i paesi coinvolti.

[27-12-2010] Una maggioranza debole può indebolire il regolamento parlamentare?

di Angelo Soragni Junior, dottorando nell’Università Bocconi

Palazzo Madama ha da pochi giorni approvato la contestata riforma Gelmini dell’università con 161 voti favorevoli.

Ma nella giornata di martedì [21-12-2010], l’aula del Senato ha vissuto ore concitate durante la presidenza della Senatrice leghista Rosi Mauro, per l’approvazione di alcuni emendamenti per i quali l’opposizione aveva legittimamente richiesto l’utilizzo dello strumento del voto elettronico.

Di fronte alle contestazioni, la VicePresidente del Carroccio ha deciso di andare avanti, senza sospendere le votazioni, gridando: «Vergogna, più rispetto per la presidenza». La bagarre è aumentata e la seduta è stata sospesa successivamente, non prima, però, di aver votato a raffica, e senza verificare l’effettività delle votazioni stesse, una serie di emendamenti rilevanti proposti dall’opposizione.

Tale condizione avrebbe costretto il testo della riforma Gelmini a tornare alla Camera dei Deputati dove potevano palesarsi per il Governo notevoli problemi numerici.

I senatori degli schieramenti avversi si sono però divisi nell’interpretazione delle fasi concitate delle votazioni. Tra gli emendamenti per i quali la Presidenza di turno ha preteso il “voto”, la Sen. Mauro ha pronunciato “approvato” sugli emendamenti numero 6.26, 6.21, 6.23 e 6.303.

Poca chiarezza ed un evidente mancanza di certezza e legittimità dello stesso voto, nonché la altrettanto plausibile ragione della paura di tornare a Montecitorio, hanno convinto il Presidente Schifani ad annullare le summenzionate concitate votazioni che si sono tenute nuovamente e ripetute il giorno successivo, mercoledì 22 dicembre.

L’articolo 6 “emendato” riguarda lo stato giuridico dei professori e dei ricercatori di ruolo. L’emendamento la cui approvazione avrebbe rinviato alla Camera la riforma, riguardava la retribuzione dei professori e dei ricercatori a tempo pieno. Stabiliva per lezioni e seminari, collaborazioni e altri contributi da loro svolti in maniera occasionale, oltre a quelli istituzionali, un tetto lordo alla possibile retribuzione di 6.500 euro l’anno.

Il presidente del Senato, dopo numerosi contatti con i capigruppo ed i vicecapigruppo di maggioranza e opposizione, ha deciso, come detto, di far ripetere le votazioni. La decisione è stata motivata sulla base dell’art. 118, comma 1, del Regolamento che consente di rinnovare le votazione immediatamente. Ma il testo, per l’appunto, riporta la parola “immediatamente” ed, inoltre, va ricordato che il Presidente non presiedeva, avendo delegato l’aula alla Vice Rosi Mauro in tale momento.

Ed allora? Legittimo strumento utilizzato considerando anche le fasi assolutamente tumultuose ed incomprensibili di martedì, oppure abuso del testo dell’art. 118 del Regolamento Senato nei confronti di emendamenti votati e registrati?

Partito Democratico e Italia dei Valori si sono detti contrari a tale abuso, mentre il cosiddetto Terzo polo si è allineato alla maggioranza nella seduta della Giunta del Regolamento, appoggiando la proposta di annullamento della Presidenza.

Il Senato, ha poi rivotato e bocciato gli emendamenti dati erroneamente per approvati da Rosi Mauro. Schifani ha anche deciso di accantonare altri tre emendamenti dichiarati approvati dalla vicepresidente leghista nelle fasi assembleari burrascose verificatesi lo scorso martedì.

[11-12-2010] Fini bifronte

di Angelo Soragni Junior, dottorando nell’Università Bocconi

Come tutti noi sappiamo il 14 dicembre, prima l’aula del Senato e poi, a distanza di poche ore la Camera dei Deputati, decideranno attraverso il voto di fiducia, le sorti del boccheggiante Governo Berlusconi quater.

La legislatura, nell’ormai lontano aprile del 2008 era iniziata sotto i migliori auspici con una larga maggioranza nelle aule del Parlamento per la coalizione di centro-destra, vincitrice della competizione elettorale, guidata dall’attuale Premier e con una generale semplificazione del panorama politico nazionale.

Per la prima volta, infatti, nella storia sessantenaria della Repubblica Italiana, si costituivano solo sei gruppi parlamentari alla Camera e addirittura cinque al Senato.

Ma fin dall’inizio, e precisamente dal momento in cui a marzo del 2009 Forza Italia e Alleanza Nazionale, dopo il cartello elettorale dell’anno precedente, si fondevano materialmente in quello che diventerà il Popolo della Libertà, si potevano intravedere le forti tensioni che a distanza di poco più di un anno avrebbero portato ad una crisi quasi irreversibile dell’attuale esecutivo.

Continue schermaglie tra i due cofondatori ed i rispettivi fedelissimi (si possono ricordare le parole di Fini sul Monarca assoluto, oppure le accuse dei fedelissimi di Berlusconi – ex AN – sulla famigerata casa di Montecarlo), fino al personale scontro messo in scena alla direzione nazionale del partito dell’aprile 2010 e la successiva dichiarazione di incompatibilità di Fini con i valori del partito da lui fondato insieme a Silvio Berlusconi.

In tutto questo anno di sgambetti e accuse reciproche il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha sempre chiesto maggiore attenzione per il ruolo e le prerogative del Parlamento, a suo giudizio esautorato dal comportamento dell’attuale esecutivo e del Premier, e maggiore collegialità per le decisioni all’interno del Partito PdL, diventato una sorta di partito azienda guidato da un fantomatico Leader Maximo a dispetto dei proclami libertaristici dell’inizio di tale avventura politica.

Tutto ciò ha portato il Presidente della Camera a fondare in questi mesi un nuovo movimento politico, Futuro e Libertà, che si dichiara vicino agli ideali della destra moderna ed europea e che oramai, senza ombra di dubbio, convolerà a nozze con i movimenti API di Rutelli e UDC di Casini per la formazione del così detto terzo polo.

Lo stesso movimento, che gode di 34 rappresentanti alla Camera e 10 al Senato, eletti tutti nelle file del PdL, si accinge a votare la sfiducia all’attuale esecutivo nella seduta calendarizzata per martedì prossimo.

Voti assolutamente determinanti, come già dimostrato nella seduta del 29 settembre o nelle votazioni relative alla riforma Gelmini.

La Camera è, quindi, appesa ad un filo, mentre la situazione appare più favorevole per il Governo a Palazzo Madama.

Ma sembra oggi alquanto strano ed incoerente che il Presidente di un’aula parlamentare, Gianfranco Fini, che fino ad ora voleva ergersi a paladino delle prerogative parlamentari, auspichi una crisi extra parlamentare senza voto delle Camere che sancisca la fine del Berlusconi quater e chieda a gran voce le dimissioni del Premier.

Può un Presidente della Camera, Presidente tra l’altro del neonato partito Futuro e Libertà, che dovrebbe solo avere un ruolo di arbitro e che già si avoca un ruolo politico mai rivestito prima da un Presidente (Bertinotti e Casini si dimisero dai rispettivi incarichi politici) sperare ed auspicare una crisi al buio senza parlamentarizzazione della stessa, lui garante di una delle due aule parlamentari e per di più quella dove si accinge ad essere affossato l’esecutivo?

Berlusconi, in tal senso, sta rispettando i suoi doveri di Capo del Governo: verificare se effettivamente manca una maggioranza numerica alla Camera bassa.

Già in passato, ebbe lo stesso atteggiamento Romano Prodi che, nonostante una manifesta crisi dell’esecutivo, pretese, sia nel 1998 che nel 2008, per ben due volte, che tale situazione venisse certificata dal Parlamento.

In Italia si parla spesso di sistema elettorale alla tedesca, ma forse più che la legge elettorale dovremmo mutuare dal modello costituzionale teutonico la sfiducia costruttiva.

Soprattutto in un momento di crisi, tale metodo di sfiducia potrebbe dare più certezze e razionalizzerebbe oltreché velocizzerebbe l’eventuale sostituzione dell’esecutivo con uno proposto da una maggioranza parlamentare certa, capace di entrare nel pieno dei poteri in tempi brevissimi.

Ci accingiamo, invece, ad una crisi al buio, un buio pesto oserei dire, senza certezze; il voto potrebbe essere senz’altro problematico per il Paese in questo momento, ma è altrettanto vero che difficilmente potrà configurarsi una maggioranza alternativa a Berlusconi a Palazzo Madama.