[14-1-2019] INTEGRAZIONE? SE E COME

di Mauro Rubino-Sammartano

Il fenomeno migratorio che da anni investe l’Europa è generalmente oggetto di due opposte reazioni.

Da un lato vi è chi ad essa si oppone totalmente, dall’altro chi ritiene che sussista un dovere di accogliere quanti si presentano ai confini (atteggiamento quest’ultimo naturale per la Chiesa, essendo il frutto di uno slancio caritatevole), per altri infine visto sotto il profilo di un vantaggio per lo Stato di accoglienza sotto vari profili, tra cui – secondo l’INPS – addirittura per mantenere il livello delle pensioni.

La varietà delle varie prospettive non rende agevole l’inquadramento del problema.

Un raffronto

Un possibile approccio alla questione, che qui si propone, è costituito dal raffronto tra una famiglia ed una nazione.

È patrimonio comportamentale comune che chi desideri entrare in una casa debba essere invitato dalla famiglia che vi abita e da essa accettato.

Varie persone sentiranno un dovere di accogliere che abbia bisogno, anche se non invitato. La religione invita a farlo. I più poveri sono spesso i più generosi al riguardo.

Si tratta peraltro di un obbligo morale e non giuridico.

Una nazione è l’insieme di tutte le famiglie dei suoi abitanti.

Se così è, l’accesso ad una nazione non appare troppo dissimile dall’accesso alla casa di una famiglia.

Da tale considerazione consegue una serie di effetti.

In primo luogo, occorrerà la volontà dello Stato ospite di accogliere chi – ai suoi confini – lo richieda.

Consenso che – come per una famiglia – non può non essere soggetto ad alcuni limiti.

Il primo di essi, di natura economica, vuole che come una famiglia normalmente potrà accogliere due o tre persone e non di più, anche una nazione è soggetta ad un limite numerico.

Se la Cina intera, o l’Africa intera, desiderasse installarsi in Italia, o anche solo in Europa, si tratterebbe di un’invasione non gestibile.

La prima verifica

La prima verifica che appare necessaria è al momento della richiesta di entrare nello Stato.

Una verifica solo al momento dell’arrivo ai confini presenta gravi inconvenienti, in particolare ove l’arrivo abbia luogo – come è ben noto – con mezzi di fortuna e malsicuri via mare.

La soluzione di istituire dei Centri di Accoglienza in alcuni stati di provenienza (quali – nella congiuntura attuale – la Tunisia, la Libia, l’Egitto e il Libano) presenta – come rilevato in precedenti interventi – l’enorme vantaggio di poter effettuare in loco la verifica della sussistenza del diritto all’asilo o di altri gravi motivi, anziché dover ospitare centinaia di migliaia di persone per lungo tempo (attualmente sembra circa 3 anni e mezzo, con un costo pro-capite di circa € 40.000) fino a che venga deciso sul ricorso presentato da tutti quanti non vengano accolti.

Inoltre le persone, che vengono accettate dai Centri di Accoglienza potrebbero ben essere portate, gratuitamente, in Europa mediante navi messe a disposizione dell’Europa.

Questione Europea

Di fronte al molto serio fenomeno migratorio in corso, il problema non è della nazione più vicina sul Mediterraneo, ma dell’intera Europea.

Come ha molto propriamente rilevato il Governo italiano, chi arriva in Italia arriva in Europa.

Problema che non può essere risolto solo mediante contributi economici dagli altri Stati, in quanto non si tratta affatto di un problema risolvibile mediante pagamenti.

Se l’Unione Europea esiste e non è solo una facciata, l’accoglienza non può che essere fronteggiata da tutti gli Stati membri dell’Unione, senza alcuna eccezione, a pena dell’esclusione dall’Unione e non solo della sospensione del diritto di voto.

Vantaggi per il Paese ospite

Non vi è dubbio che l’acquisizione di nuove risorse qualificate possa costituire un vantaggio per uno Stato che abbia bisogno di rinforzare le proprie risorse umane in vari settori quali quello degli artigiani, operai e contadini.

Sussistono quindi ragioni che possono indurre ad un approccio non negativo all’ingresso di altri nel proprio Paese.

Indispensabile formazione di chi viene ammesso

L’accesso di cittadini di paesi in via di sviluppo esige comunque inoltre che essi siano disponibili ad essere formati e che lo vengano attraverso un percorso a più tappe.

Anzitutto l’apprendimento della lingua, poi dei comportamenti da tenersi nel paese di accoglienza, poi l’apprendimento di un mestiere ed infine il collocamento per un lavoro adeguato.

In mancanza di un’adeguata preparazione, in vista di precise necessità di colmare vuoti nel mondo del lavoro, nuovi arrivati, lasciati da soli, che non trovino impiego o a volte solo un impiego molto mal retribuito, possono essere destinati al vagabondaggio, a dipendere dalla carità o ad inserirsi nel mondo del crimine, come nello spaccio di stupefacenti o nel mondo della prostituzione.

Integrazione graduale

Quanti vengano accolti e instradati ad un lavoro giustamente retribuito, potrebbero beneficiare di un’integrazione graduale nella comunità attraverso permessi di soggiorno e lavoro limitati nel tempo e condizionati al non compimento di azioni od omissioni non accettabili (il quale dovrebbe comportare l’immediata fisica espulsione, con provvedimento non impugnabile se non dopo l’espatrio).

Durante tale periodo, il nuovo arrivato potrà meritare proroghe del permesso di soggiorno e lavoro per una durata sino a 10 anni, dopo il quale chiedere l’integrazione totale mediante l’ottenimento della cittadinanza.

Condizioni per l’integrazione

La premessa di un’integrazione è che il candidato si sia inserito nel contesto sociale. Così come chi venga accolto in una famiglia non può non accettarne le regole e abitudini, così chi chiede di essere integrato ottenendo la cittadinanza non può non aver dimostrato di avere tale fondamentale requisito.

Ciò comporta che determinati comportamenti, anche se perfettamente usuali nel paese di origine, come la poligamia e l’uso del burka, non possono essere mantenuti nel paese di accoglienza.

Necessità confermata dall’ovvia esclusione ad esempio della singolare usanza in qualche paese di circolare in costume adamitico, così come la – ormai forse estinta – usanza del cannibalismo in alcuni paesi asiatici.

Un esempio proviene da un paese vicino, il Cantone di Vaud in Svizzera, dove una coppia di cittadini arabi, che avevano vissuto 10 anni in Svizzera, si è vista rifiutare la cittadinanza in quanto aveva dimostrato di non aver voluto accettare il principio base svizzero della convivenza e dei buoni rapporti sociali, rifiutandosi – anche durante l’intervista – di dare la mano e di parlare a persone del sesso opposto. Reazione forse meno dura di quanto a prima vista può apparire.

Chi intende continuare a comportarsi nel paese ospite esattamente come se fosse rimasto nel proprio paese di origine, contrastando con le consuetudini del paese ospite e restando così ad esso estraneo, mostra di non aver l’intenzione di integrarsi ed è preferibile che torni al suo paese.