[27-2-2017] O MIA PATRIA SI’ BELLA E PERDUTA

di Mauro Rubino-Sammartano

Una amara costante

Un destino amaro sembra perseguitare il nostro Paese.

Già Dante del resto si riferiva ad esso come “nave senza nocchiere, in gran tempesta[1] e Macchiavelli metteva in evidenza il vizio di ciascuno di guardare solo al suo “particolare[2].

Attraverso il tempo siamo rimasti divisi – nostra specialità e fonte di tanti mali – passando dal sopruso al brigantaggio, dall’aristocrazia a demagogie popolari, dai Guelfi ai Ghibellini, dai conservatori ai liberali, dai fascisti agli antifascisti, dai monarchici ai repubblicani, infine da una destra ad una sinistra (superati ora ad un fiorire di partiti i quali proclamano tutti di agire nell’interesse del Paese, dedicando gran parte del nostro tempo a contrastarsi senza preoccuparsi del risultato della discordia, molto raramente positivo).

Situazione riecheggiata del resto dal nostro inno nazionale, laddove esso recita “perché siam divisi[3].

Una serie interminabile di storture

La situazione non appare migliorata al giorno d’oggi.

L’elenco delle storture che ci affliggono è interminabile.

Sul piano del lavoro abbiamo i finti invalidi con titoli fasulli e i finti pensionati, gli impiegati che timbrano e poi vanno via per i fatti loro, i molti “lavoratori” il cui scopo è lavorare il meno possibile.

Sul piano della delinquenza abbiamo la mafia, l’ndrangheta e la criminalità trasmigrata dagli altri paesi comunitari ed extracomunitari, in particolare dai Balcani.

Sul piano politico, la mancata separazione di poteri tra legislativo ed esecutivo fa sì che siano venuti meno i pesi e contrappesi individuati da Montesquieu[4].

Quanto ai rapporti di famiglia, la stampa e la televisione danno un martellante risalto ad una serie di reati famigliari tra cui violenza sulle donne, figli che uccidono i genitori, nipoti che derubano i nonni e addirittura madri che uccidono i figli, senza dimenticare qualche genitore che li dimentica nell’auto, per non parlare dei neonati che vengono abbandonati ab immemorabili nelle ruote dei conventi e degli ospedali ora nei cassonetti.

In materia di traffico, il segnale rosso viene ignorato dalla quasi totalità di biciclette e motociclette e da un discreto numero di automezzi, mentre le biciclette – ed ora persino qualche motocicletta – usano disinvoltamente i marciapiedi.

L’amministrazione della giustizia soffre gravissimamente di ritardi inaccettabili, i quali secondo il detto inglese fanno sì che “giustizia ritardata è giustizia negata”.

Inoltre nelle decisioni giudiziarie impera il formalismo, che dà vita a costruzioni intellettuali forse corrette, ma molto, troppo, lontane dalla giustizia sostanziale, cui il cittadino ha diritto.

Si registrano giudici condannati per assegni a vuoto e avvocati a volte correi del proprio cliente, mentre non tutti i notai sono ancora in linea con le alte tradizioni della loro professione.

Nel settore commerciale i nostri magliari e pataccari ci hanno conquistato una triste reputazione.

Nel settore industriale e commerciale, le imprese sono spesso utilizzate dal proprietario come strumenti solo per arricchirsi, senza dare la precedenza agli indispensabili investimenti per il bene dell’impresa.

La classe imprenditoriale non ha molto spesso dedicato la dovuta attenzione ai lavoratori e i lavoratori a loro volta, in ciò appoggiati dai sindacati (che a volte proteggono anche dei parassiti), hanno non sempre reagito correttamente. Basti ricordare i casi della Motta e dell’Alemagna, dove una riduzione di personale è stata rifiutata benché tali imprese avessero fatto presente che esse non erano in grado di trasformare le loro assunzioni stagionali pre-natalizie in definitive, con la conseguenza che tutti i dipendenti hanno perso i posti di lavoro, essendo entrambe le società fallite.

Le imprese sulle quali lo Stato o un partito ha avuto un’influenza a volte ufficiale e a volte obliqua, sono state spesso assurdamente appesantite da assunzioni clientelari fuori numero, che inevitabilmente rendevano l’impresa una fonte continua di perdite.

Nei rapporti sociali, il rispetto del prossimo è quasi scomparso.

Molte banche hanno perso la fiducia dei propri clienti, ai quali da un lato vengono da esse fatti firmare documenti lunghi e poco comprensibili (a volte in seguito ritorti contro di essi). È diffusa la convinzione che la banca non ha la finalità di aiutare il suo cliente, ma dà la precedenza al proprio interesse, spesso diretto a cercare di contenere le spese dovute anche qui ad esempio ad eccessive assunzioni.

Né i rapporti condominiali sono certo migliori, essendo spesso luogo di scontri e di tensioni. Non pochi fabbricati sono poi tempestati da una batteria di cagnetti isterici, i quali forse hanno preso dai loro padroni.

Né la cura dell’ambiente presenta una situazione migliore; le frane e le esondazioni sono a volte frutto di mancata conservazione e di mancati interventi.

Le città, così come la costa, hanno poi subito quasi ovunque un autentico scempio architettonico

Sullo sfondo, l’ingegnosità del nostro popolo non di rado si trasforma in furbizia, in inganno e in abili disonestà.

Come divenire una provincia del proprio impero

Al quadro, certamente incompleto, qui solo per sommi capi tratteggiato, si sottraggono i non pochi che cercano di fare il proprio dovere a livello sia della famiglia che dei rapporti sociali, e nelle libere professioni. Come sempre sono le mele marce che si notano più di quelle sane.

L’esame della nostra società evidenzia una disunione totale e una mancanza assoluta di disciplina e di rispetto del prossimo.

L’assenza di consapevolezza dell’effetto catastrofico, del cumulo di tante storture e non di rado il totale disinteresse per il bene comune non sembrano consentire spesso, neppure a chi è fortunatamente diverso, di credere nella possibilità di quel cambio di passo indispensabile perché la nostra patria cessi di essere perduta e torni a fulgere di quella bellezza non solo esteriore, ma anche interiore che sarebbe a portata di mano.

Con profonda amarezza viene così da concludere che siamo riusciti a trasformarci in una provincia del nostro impero.


[1] Dante, Il Purgatorio.

[2] Macchiavelli, Il Principe, Einaudi, Nuova ed. 1995.

[3] Quarta strofa dell’Inno di Mameli, anno 1847.

[4] Montesquieu, De l’esprit des lois, Amsterdam, 1949.