[6-2-2017] Si riapre l’anno giudiziario. Non dimentichiamoci delle carceri e dell’articolo 27

di Martino Liva, cultore della materia di Dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Torna, come ogni gennaio, l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Con esso torna la tradizionale guerra sui numeri (posti vacanti, necessità di concorsi e assunzioni, processi pendenti, prescrizioni intervenute, arretrato smaltito) rispetto a cui hanno (quasi) tutti ragione, per dirla con il pungente commento di Luigi Ferrarella (Corriere della Sera, 29 gennaio 2017).

Tuttavia, tra le polemiche e le frasi ad effetto, occorrerebbe, ancora una volta, non dimenticare l’altra faccia della giustizia: le carceri e il sistema penitenziario. L’attenzione sul tema, nelle ultime settimane, ha provato a riportarlo la storica rivista Ristretti Orizzonti, che da anni si occupa del sistema carcerario, organizzando all’interno dell’istituto penitenziario di Padova un convegno appassionante (tra gli ospiti Giovanni Maria Flick e Pietro Ichino) per parlare, ancora una volta, del dilemma dell’ergastolo e della sua conformità all’idea di pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione («Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»).

Ha diritto di cittadinanza, nel nostro paese, una «pena perpetua»? Forse no, se si pensa che il paradosso dell’ergastolo è ben messo in luce anche dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale che, in sostanza, ha ribadito in più occasioni come l’ergastolo sia costituzionale solo in quanto non venga applicato davvero (cfr. sentenze Corte Cost. n. 264/1974 e Corte Cost. 161/1997). In altri termini, i giudici delle leggi per escludere l’illegittimità costituzionale del carcere a vita, hanno fatto leva in più casi, tra le righe delle motivazioni delle loro sentenze, su istituti come la grazia o la liberazione condizionale, misure capaci di interromperne la perpetuità dell’ergastolo e, dunque, di non renderlo incostituzionale.

Un bel paradosso, un vero e proprio problema di legalità costituzionale (e non tanto di approccio umanitario alle pene, che pure non guasta). A ben pensarci, infatti, la Costituzione non preclude a nessuno, per quanto grave e orrenda sia la sua accertata responsabilità penale, il diritto alla risocializzazione. O meglio, il diritto al pentimento – presupposto necessario per il reinserimento – come lo chiama Gherardo Colombo nel bel libro scritto a quattro mani con il compagno del pool di mani pulite con cui, ora, è in «perenne disaccordo» (G. Colombo, P. Davigo, La tua giustizia non è la mia. Dialogo fra due magistrati in perenne disaccordo, Longanesi, Milano, 2016).

Resta, però, un punto di vista, da non dimenticare: il problema delle vittime e la capacità del carcere di essere (sostiene Davigo nel libro citato) il solo sistema – pur imperfetto – in grado di proteggerle e iniettare nel sistema un certo grado di effetti general-preventivi. Ma vittime e condannati devono necessariamente restare per sempre antagonisti? Auspicabilmente no, ha argomentato proprio nel convegno al penitenziario di Padova Pietro Ichino (qui il testo integrale dell’intervento http://www.pietroichino.it/?p=43457), riflettendo sul concetto (tanto bello quanto impegnativo) della «giustizia ago e filo», da contrapporre alla giustizia della spada, capace solo di tagliare e amputare. Una volta che il condannato  entra in carcere, non è infatti risolto il problema della collettività, poiché pur con percorsi e tempistiche diverse, «il recupero del reo ai valori della convivenza civile è la migliore, più radicale protezione di altre persone contro il ripetersi del suo comportamento criminale». Si può dirlo davanti ad una piazza – magari inferocita – che chiede un surplus di sicurezza? Forse si, solo se si racconta la storia integrale e tutto l’ago e il filo che sono stati necessari per ricucire una ferita, talvolta anche profonda e dopo non poco tempo.