[30-1-2017] La risposta delle “Cool Cities”, contro i Governi e i populismi

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Ricordate la tesi affascinante e avveniristica del politologo americano Benjamin Barber, argomentata nel libro If Mayors Ruled the World: Dysfunctional Nations, Rising Cities (Yale University Press, 2013)? Vale a dire l’idea per cui, infondo, solo le città, possono salvare la democrazia, rilanciare la politica, dare risposte alle sfide globali del 21°secolo? (cfr. Il Ricostituente, 25 marzo 2014 http://www.ilricostituente.it/2014/03/25/25-3-2014-e-se-i-sindaci-governassero-il-mondo/)

Come nei migliori film di successo, ecco in arrivo il sequel scritto dal pionieristico professore della Columbia University di New York, da leggere nelle pagine del nuovo saggio in uscita in primavera e titolato: Cool Cities. Urban Sovereignty and the Fix for Global Warming (Yale University Press, 2017).

Nonostante il libro non sia ancora sugli scaffali, ha già fatto parlare di se. Anche perché – proprio nei giorni dell’avvicendamento della presidenza americana – spiega bene uno dei fenomeno in cui sono immerse le nostre democrazie: la tensione tra il centro e le periferie, tra le città («il luogo dove si immagina») e lo Stato centrale, sempre più espressione «dell’ignoranza che si fa governo». Intendiamoci, spesso Barber avanza per paradossi. Tra questi, però, esistono delle visioni poi realizzate, come  la proposta, solo immaginata nel primo libro e dal settembre 2016 divenuta realtà, di istituire un parlamento mondiale dei sindaci (globalparliamentofmayors.org), cui oggi hanno aderito sindaci da più di 70 città del mondo, ove discutere su scala internazionale i problemi che affliggono tutte le città. Già, perché le sfide del nostro secolo non hanno confini: il global warming, il terrorismo, l’immigrazione, la mobilità, sono terreni che accomunano ogni metropoli, mentre talvolta sembrano lasciare insensibili gli Stati nazionali, ancora aggrappati all’idea di sovranità, che pure è stata il leit motiv che ha guidato i recenti fenomeni elettorali più sorprendenti, dal referendum sulla brexit all’elezione di Donald Trump.

Eppure, per Barber, quello della sovranità statale è un concetto quasi in via di estinzione, legato a sistemi elettorali (in particolare, quello americano) ideati in un mondo rurale e non urbanizzato, che non tiene conto del fatto che ormai sono le città, per popolazione, innovazione, generazione di redditi e tasse, capacità propulsiva, inclusione sociale, cultura, a trascinare gli Stati nazionali.

Il politologo della Columbia parla di «devolution revolution». Il flusso del potere pare scivolare verso le città, che però ora sono chiamate a fare fronte comune per frapporsi al governo centrale, laddove quest’ultimo si dimostri alieno (ove non addirittura in contrasto) rispetto alle loro necessità, che poi coincidono con quelle della maggioranza degli abitanti del globo. Per questo la tesi di Barber difficilmente può essere tacciata di classismo (o, ancor peggio, snobbismo) ma s’interroga profondamente su come meglio promuovere reali sfide che interessano cittadini in carne ed ossa.

Da qui nasce l’idea che le città possano sempre più essere il vero contrappeso dei governi, e i centri di potere in grado di indirizzare in meglio le politiche fondate sul diktat della sovranità e del protezionismo. Le città, infatti, esprimono un voto generalmente preparato, istruito e informato, che è ciò che distingue la democrazia dal caos. E il risultato di quel voto sono i sindaci, per Barber delle vere e proprie sentinelle della democrazia più autentica: legati a doppio filo ai propri concittadini-elettori e per questo dotati dell’autorità necessaria per farsi portavoce avanti alle istanze governative, che invece appaiono scollegate dal sentiment collettivo di un’epoca (si veda, al riguardo, l’accorata lettera del sindaco Beppe Sala, Il Paese è fermo da mesi, completiamo la legislatura, in Corriere della Sera, 15 gennaio 2017) .

Si torna, in qualche modo, a Giorgio La Pira, l’illuminato sindaco della Firenze del secondo dopo guerra, che confidava: «fare il Sindaco significa al tempo stesso occuparsi dell’illuminazione delle strade senza dimenticarsi del problema della pace». E, senza farlo apposta, si torna anche al titolo del libro precedente.