[25-10-2016] Impatta la riforma sul buon governo? Un documento (e qualche considerazione)

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Scrive bene il direttore del Corriere della Sera: «un voto su una riforma costituzionale imperfetta, con alcuni aspetti positivi e soluzioni a volte pasticciate […] si è trasformato in una guerra di religione» (Corriere della Sera, 12 ottobre 2016). Il perché, lo spiega altrettanto bene il costituzionalista Michele Ainis (Repubblica, 7 ottobre 2016) ricordando come, a differenza degli altri due referendum costituzionali sin qui celebrati (2001 e 2006), per la prima volta «il referendum cade durante la legislatura che ha varato la riforma, mentre impera la stessa maggioranza, lo stesso esecutivo».

Le altre volte, infatti, tra l’approvazione della riforma e il referendum si svolsero le elezioni politiche, che cambiarono maggioranza e Governo, stemperando le relative tensioni. Obiettivo, quest’ultimo, cui tende, con una disposizione costituzionale interessante, la carta belga (art. 195), ove è previsto che il Parlamento, dopo aver adottato una “dichiarazione di revisione costituzionale”, in cui vengono elencate le disposizioni che si intende sottoporre a revisione, si scioglie automaticamente (dissolution automatique), lasciando che la revisione sia attuata dalle Camere seguenti, elette in veste “costituente”.

In questo clima, una via per provare a scindere ragione e sentimento, l’ha promossa, con il solito acume, Fabrizio Barca nel documento “L’elefante e il cavaliere: promemoria sul referendum costituzionale” (qui il testo: http://www.fabriziobarca.it/fabrizio-barca-referendum-costituzionale/), giungendo alla conclusione (forse troppo facile), che la soluzione sia «l’astensione, “astensione attiva”, […] che non è segno di disinteresse, ma di un percorso che mira a essere utile per il “dopo voto”».

Il vero motivo di interesse del documento, tuttavia, consiste nel tentativo di valutare (con veri e propri parametri di miglioramento/peggioramento/invarianza) in che modo la riforma costituzionale potrebbe impattare sui cinque cardini del buon governo, vale a dire: efficienza (tempestivo adattamento a un contesto volatile), efficacia (impatto delle decisioni sulla vita dei cittadini), certezza (stabilità delle leggi, Governo e Costituzione), partecipazione (capacità di acquisire le conoscenze dei cittadini), garanzie (capacità di auto correzione di fronte a eventi estremi e imprevisti).

Il risultato, è un’analisi di particolare interesse, utile anche per sfatare alcuni miti e per testimoniare come i possibili miglioramenti di alcuni aspetti sono direttamente collegati a peggioramenti di altri. Alcuni esempi ? La stabilità dei Governi appare rafforzata grazie alla fiducia data da una sola Camera, ma per raggiungere il risultato verrebbero introdotte due ragioni di incertezza: l’iter parlamentare normativo, che, stante la confusa compartecipazione del Senato potrà dare luogo a conflitti tra le Camere e la stabilità nel tempo della Costituzione, che alla luce del metodo con cui è stata promossa la riforma, rischia nuove modifiche al cambiamento di ogni maggioranza. Oppure la qualità della legislazione: l’eliminazione del doppio passaggio obbligatorio potrebbe ridurre la possibilità di individuare errori, carenze e favorire la mutevolezza delle norme, oppure rendere più fluente e coesa e organica la legislazione.

C’è un punto – su cui peraltro Barca dice di non voler parlare – che appare critico e non particolarmente lineare. Vale a dire l’idea che il metodo che ha portato alla riforma, su cui per Barca «non vi sono dubbi che si tratta di un cattivo processo», verrebbe sanato e «ri-democratizzato» dall’atto referendario. Peccato però che gli elettori si esprimeranno con monosillabo su tutto il “pacchetto”, nessuno spazio per le vie di mezzo e nemmeno per il singolo discernimento. Proprio da questa considerazione, è sorto, la scorsa settimana, un nuovo ricorso sul quesito referendario, questa volta promosso da un’autorevole penna, vale a dire quella di Valerio Onida. In sostanza, per i ricorrenti il quesito sarebbe privo dei necessari caratteri di omogeneità richiesti dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, sin dalla sentenza 16/1978. Pronuncia che però si riferiva al referendum abrogativo (art. 75 Cost.) e non al referendum costituzionale (art. 138 Cost.), seppur – sostiene Onida – tale distinzione è sconosciuta alla legge 352/1970 che disciplina l’istituto del referendum, senza attribuirgli ulteriori qualificazioni.

La parola al Tribunale, dunque, come spesso capita nel nostro paese.