[22-9-2016] La Corte (per ora) non si pronuncia sull’Italicum

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

C’è un convitato di pietra che incombe sul referendum costituzionale: l’Italicum, legge elettorale approvata dal Parlamento in via definitiva il 4 maggio 2015 (con efficacia dal 1 luglio 2016), ora già al vaglio della Corte Costituzionale. Quest’ultima, tuttavia, non si pronuncerà sulla questione prima che i cittadini votino al referendum costituzionale. L’udienza fissata il prossimo 4 ottobre, è stata rinviata con un sintetico comunicato stampa del 19 settembre. Così, nel groviglio giuridico-politico-istituzionale che avanza verso il referendum coinvolgendo Governo, Parlamento, corpo elettorale e (a quanto pare) poteri sovranazionali, si è sfilato un attore di primo piano, la Corte Costituzionale.

La decisione di cautela è probabilmente legata al fatto che la questione è assai delicata, perché se da un lato l’Italicum è considerato come “corollario” della riforma costituzionale, a tal punto che alcuni intendono condizionare il proprio voto referendario in base alla presenza o meno di sue modifiche, dall’altro «non è difficile constatare che la riforma costituzionale non ha nulla che fare, almeno in modo esplicito, con la scelta del sistema elettorale: la Costituzione, quella in vigore e quella che uscirebbe dalla riforma, non dice nulla in proposito» (V. Onida, Corriere della Sera, 19 agosto 2016).

Ma su cosa avrebbe dovuto decidere (e deciderà nel futuro prossimo) la Consulta ?

Su due ricorsi di legittimità costituzionale sollevati dai Tribunali di Messina e Torino, aditi da alcuni cittadini con il fine di vedersi riconoscere e dichiarare il proprio diritto soggettivo di elettorato a «partecipare personalmente, liberamente e direttamente, in un sistema istituzionale di democrazia parlamentare, con metodo democratico ed in condizioni di libertà ed eguaglianza» (Ordinanza Trib. Messina).

Il merito dei ricorsi è noto. Il Tribunale di Messina ha accolto sei dei tredici motivi di incostituzionalità, adducendo, in particolare, la mancanza della previsione di una soglia minima per accedere ballottaggio, l’impossibilità per gli elettori di scegliere direttamente e liberamente i deputati (essendo i capilista bloccati e considerate le candidature multiple), l’irragionevolezza dell’applicazione dell’Italicum alla sola Camera (e non al Senato), a Costituzione vigente. Il Tribunale di Torino, invece, ha posto l’accento sulla lacerazione (già lamentata dalla sentenza Corte Cost. 1/2014, sull’allora vigente Porcellum) del legame tra cittadino ed eletto che genererebbero le pluri-candidature, peraltro consentite ai soli capilista.

La peculiarità della vicenda, tuttavia, consiste nel fatto che i ricorsi avanti al giudice ordinario (ne sono sorti ben 15 in tutta Italia, alcuni con atto di citazione, altri con ricorso ex art. 702 bis c.p.c.) sono stati promossi “in via preventiva”, non essendo infatti il nostro paese in prossimità di una competizione elettorale nella quale tali cittadini siano chiamati a esercitare il diritto di voto, che si intenderebbe leso dalle censurate norme dell’Italicum. In altri termini, molti hanno evidenziato come le questioni sollevate alla Corte Costituzionale, seppur promosse formalmente in via incidentale (vale a dire nel corso di un giudizio pendente, requisito necessario per l’ammissibilità della questione), sarebbero configurabili, sostanzialmente, come ricorsi promossi in via principale, mancando infatti – nelle aule dei Tribunali di Messina e Torino – la materia del contendere.

I giudici delle leggi, insomma, in punto di ammissibilità della questione, si chiederanno se la circostanza che il ricorso sia stato promosso temporalmente prima dell’entrata in vigore dell’Italicum e in assenza di atti applicativi della norma censurata (cioè, in assenza di elezioni), non possa inficiare l’incidentalità della questione e, quindi, la sua stessa ammissibilità.

Certo, è vero che il diritto di voto «rappresenta l’oggetto di un diritto inviolabile e “permanente”, il cui esercizio da parte dei cittadini può avvenire in qualunque momento e deve esplicarsi secondo modalità conformi alla Costituzione» (sentenza Corte Cass. 12060/2013) e che «l’esigenza di garantire il principio di costituzionalità rende quindi imprescindibile affermare il sindacato di questa Corte [Corte Costituzionale] anche sulle leggi, come quelle relative alle elezioni della Camera e del Senato, che più difficilmente verrebbero per altra via ad essa sottoposte» (sentenza Corte Cost. 1/2014). Ma l’ipotesi di una pronuncia di mera inammissibilità non è – purtroppo – remota.

Salvo che la Corte Costituzionale si trovi a giudicare con la riforma in vigore e decida di applicare, in via generale, il principio che il nuovo art. 73 Corst. introdurrebbe, vale a dire la possibilità di richiedere alla stessa Corte (da parte del Parlamento) una verifica, in via preventiva, sulla costituzionalità della legge elettorale, prima della sua promulgazione. Questa si, un’ottima intuizione, di una riforma con luci ed ombre.