[11-7-2016] Spacchettamento inammissibile, ma può ritardare il referendum

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto comparato, Università Bocconi @lorenzocuocolo

Chi l’avrebbe mai detto? L’idea di spacchettare i quesiti del referendum sulla riforma costituzionale, balenata a metà maggio e sonoramente bocciata dalla maggior parte dei giuristi, torna oggi alla ribalta, con un diffuso possibilismo che lascia molto perplessi.L’idea è semplice: visto che la riforma costituzionale è molto ampia, e tocca decine di articoli, non ha senso che i cittadini votino al referendum confermativo su un solo quesito. Al contrario, bisogna suddividere gli argomenti della riforma e confezionare cinque o sei quesiti da sottoporre al voto popolare. Apparentemente è una proposta di buon senso. Ma, a ben vedere, si scontra frontalmente con le norme, con la ragione stessa di un referendum confermativo e con i precedenti in materia di riforme.Il referendum costituzionale, previsto dall’art. 138 Cost., trova la disciplina di attuazione nella legge n. 352 del 1970. All’art. 4 si legge che i promotori del referendum devono indicare “la legge” da sottoporre al voto popolare. Il quesito, cioè, deve avere ad oggetto l’intera legge approvata dal Parlamento. Per immaginare quesiti multipli è troppo tardi: il Parlamento, per ben sei volte, si è pronunciato con un voto unico sull’intero testo della riforma. Se, al contrario, avesse adottato cinque o sei leggi costituzionali distinte, avremmo cinque o sei quesiti referendari. C’è un punto ancora più importante: è ben vero che la riforma ha ad oggetto alcuni argomenti diversi (il Senato, il Governo, i rapporti con le Regioni, l’elezione del Presidente della Repubblica ed altro ancora), ma tutti si legano l’uno con l’altro e, non a caso, sono stati modificati dal Parlamento con una riforma unitaria. Se i cittadini possono confermare solo alcune parti della riforma e bocciarne altre, si avrebbe la quasi certa conseguenza di un sistema impazzito, con gravi bachi nel suo funzionamento. Se, ad esempio, si accetta di avere un Senato delle autonomie, ma si boccia la parte che divide le funzioni tra Stato e Regioni, chi farà cosa in concreto?Anche la prassi conferma l’inammissibilità dello spacchettamento: sia nel 2001 (riforma del Titolo V, approvata dal centro-sinistra), sia nel 2006 (riforma della devolution, approvata dal centro-destra) i cittadini furono chiamati ad esprimersi sulle riforme costituzionali con un solo referendum: prendere o lasciare in blocco.Eppure, oggi, l’idea di spacchettare riprende quota. Per gli oppositori della riforma si tratterebbe di un modo di ostacolarne l’approvazione e, almeno, di disinnescare i punti più critici. Ma anche la maggioranza, e persino lo stesso Governo, sembrano in questi giorni più possibilisti. Un manipolo di parlamentari sta cercando di raccogliere le firme necessarie per presentare i quesiti spacchettati entro la scadenza ultima di giovedì prossimo. Ad oggi il traguardo delle firme di un quinto dei componenti di una Camera, richieste dalla Costituzione, sembra lontano. Ma in politica non si può mai sapere, e quattro giorni sono un’eternità.Come ha ipotizzato Giuliano Amato, giudice costituzionale, la proposta di spacchettamento potrebbe essere dichiarata inammissibile dalla Corte di cassazione. Se ciò accadesse, i promotori del referendum potrebbero attivare una particolare procedura davanti alla Corte costituzionale (il cd. conflitto di attribuzioni) per avere l’ultimo responso. E, intanto, la data del referendum si allontanerebbe, oltre novembre e – forse – anche dopo la fine dell’anno. Vista l’instabilità politica di queste settimane, uno slittamento del referendum potrebbe giovare anzitutto a Renzi. Con buona pace dell’urgenza di adottare riforme strutturali.

(pubblicato sul Secolo XIX del 11-7-2016)