[4-7-2016] Brexit, referendum e partecipazione: non basta un monosillabo

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Poveri referendum. Lasciano sempre qualcuno scontento. Vuoi perché non sono indetti, vuoi perché non ne sono rispettati i risultati, vuoi perché quegli stessi risultati non appaiono soddisfacenti. Così, nota Luca Ricolfi (Il popolo è sovrano se vota come deve, Sole24Ore, 26 giugno 2016), gli stessi che criticano il popolo sovrano che si è espresso per la Brexit, poi «invocano a ogni occasione la necessità di passare dalla fredda Europa dei tecnocrati, autoritaria e burocratica, alla calda Europa dei popoli, luminosa e democratica».

C’è qualcosa che non torna, dunque, sulla considerazione che abbiamo per i momenti di democrazia diretta (invocati prima, criticati poi) che in parte ha a che fare con il concetto di popolo e in parte con il ruolo della politica.

In realtà, il dato che sembra emergere dal referendum britannico, riguarda il fatto che sta diventando sempre più difficile assumere decisioni di rilievo per chi nelle nostre democrazie riceve la delega per farlo. Oltre alla consultazione sulla Brexit, l’ha testimoniato bene referendum greco dello scorso 5 luglio 2015, quando il Governo pensò di chiedere agli elettori un voto  sul programma proposto dai creditori per risolvere la crisi del paese (che venne bocciato da oltre il 61%). A ben pensarci, anche il referendum costituzionale che interrogherà gli italiani in ottobre rappresenta, per dirla con quanto scrive Fabrizio Barca, una «eclatante manifestazione della rinunzia a raggiungere nella sede delegata un accordo sufficiente» (Ridateci la libertà di discutere e sperimentare, Sole24Ore, 26 giugno).

Intendiamoci: la partecipazione libera e consapevole dei cittadini alle scelte dei governanti è il fondamento della democrazia contemporanea. Tuttavia, le decisioni pubbliche appaiono sempre più complesse e il mondo globalizzato (sempre più competitivo) chiede processi decisionali coordinati e scelte che necessitano un numero di informazioni e conoscenze sempre più elevate. In quest’ottica, il referendum può facilmente essere derubricato, in un istante, da fulcro della democrazia a strumento rozzo, in mano a tensioni populiste.

La verità, come spesso succede, sta nel mezzo. Di certo, il referendum non sempre costituisce lo strumento più idoneo per dare le risposte corrette a determinati questi. Non a caso, i nostri costituenti esclusero la possibilità di richiedere una consultazione referendaria per certe circostanze in cui facilmente gli elettori sarebbero stati preda di facili populismi: leggi di amnistia e indulto, leggi tributarie, ratifica di trattati internazionali (articolo 75, secondo comma, Cost.).

Il vero problema – e questo avverrà in maniera lampante anche il prossimo ottobre, quando dovremo votare sulla riforma della Costituzione – è che davanti a questioni complesse non si può rispondere con un “sì” o con un “no”, schierando tifoserie partigiane. Il compito della politica, infatti, è innanzitutto l’interpretazione della complessità. Solo le scelte frutto di questa responsabilità hanno forza di cambiamento e possono trasformare la realtà. Paradossalmente, talvolta molto di più di quelle stesse scelte che si fondano sul responso delle urne, spesso usate dai politici per rinforzare le proprie leadership, salvo poi accorgersi che i comportamenti degli elettori non sono programmabili e spesso rispondono a logiche diverse da quelle immaginate.

La soluzione del problema, si badi, non è quella di togliere lo spazio ai cittadini. Semmai di aumentarlo, evitando di farli esprimere di tanto in tanto soltanto con un semplice monosillabo, ma costruendo le basi per una partecipazione costante, responsabile, qualificata e competente al governo delle politiche pubbliche.

E’ un’esigenza delle stesse istituzioni (in forte crisi) quella di immettere energie civiche nei processi di policy making,creare pratiche e modelli di democrazia responsabile e aperta. Di tutto questo (per fortuna!) si parlerà al Festival della Partecipazione a L’Aquila, dal 7 a 10 luglio, promosso dalle associazioni ActionAid, Cittadinanzattiva, Slow Food (www.festivaldellapartecipazione.org).

Un’occasione per ragionare sulla costruzione di spazi adeguati di confronto. Non è una sfida facile: servono, da un lato, cittadini liberi e informati, capaci di andare oltre al monosillabo, e, dall’altro, politici umili, in grado di comprendere la complessità del mondo, desiderosi di essere muratori e non picconatori.