[29-6-2016] c’è un giudice a Roma: la Cassazione e la stepchild adoption

di Matteo M. Winkler, Assistant Professor, HEC Paris

Due sono le grandi lezioni di diritto fornite dalla prima sezione della Suprema Corte di Cassazione nella sua ultima sentenza di qualche giorno fa (l’unica, al momento) sulla “adozione in casi particolari” nell’ambito delle famiglie omogenitoriali, incentrate cioè su una coppia dello stesso sesso.

Com’è noto, la Corte ha riconosciuto la possibilità, peraltro già affermata da diversi tribunali di merito, di applicare la norma di cui all’art. 44, lettera b, della Legge 4 maggio 1983, n. 184 (Diritto del minore ad una famiglia) per consentire a una donna di adottare la figlia biologica della compagna. Il procedimento, che traeva origine dal ricorso del Procuratore generale il quale sosteneva (1) la necessità che il bambino si trovi “in stato di abbandono” (requisito attualmente previsto per l’adozione congiunta legittimante) e (2) l’esistenza di un conflitto di interesse tra la bambina e la madre biologica (accusata di essere portatrice di “una concezione adultocentrica” contraria agli interessi della figlia ad avere una seconda mamma), si è dunque concluso con un sonoro e ben motivato rigetto.
Nel rigettare entrambi i motivi la Corte ha affermato, a futuro monito per i giudici che dovranno occuparsi dei sempre più numerosi ricorsi per la stepchild adoption, che “l’esame dei requisiti e delle condizioni imposte dalla legge, sia in astratto … sia in concreto … non può essere svolto – neanche indirettamente – dando rilievo all’orientamento sessuale del richiedente e alla conseguente natura della relazione da questo stabilita con il proprio partner.”
È la definitiva conferma giurisprudenziale della dignità giuridica di tutte quelle famiglie omogenitoriali che chiunque abbia seguito il dibattito sulla recente Legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso non può non ricordare. Sono le “famiglie arcobaleno”, formate da coppie gay e lesbiche con figli e fino a pochi anni fa letteralmente “inconcepibili”, che hanno domandato con disperata forza una tutela giuridica per i loro bambini. E pure si ricorderà che il Parlamento, nella concitata fase di approvazione della predetta legge, ha deciso di stralciare la norma sull’adozione in casi particolari, sulla scorta di quella che uno degli autori di questa poco lungimirante scelta politica ha definito come dettata dalla necessità di “evitare una rivoluzione antropologica”.
Ebbene, la prima grande lezione da trarre da questa sentenza della Cassazione è che l’arma del diritto non può essere spuntata dalla reticenza e dai compromessi della politica. La sentenza, infatti, non è e non può essere qualificata come politica, né tantomeno come “inutile”, “dannosa”, persino “creativa e ideologica”, come qualcuno ha scritto di recente al solo evidente scopo di sminuire il ruolo di una giurisprudenza che costituisce, invece, una supplente fondamentale perché il nostro ordinamento non resti troppo indietro rispetto alle legittime aspettative della società italiana. Tutto ciò che la Cassazione fa è fornire, nel pieno adempimento della propria funzione di giudice di legittimità, criteri certi ai giudici di merito per decidere, caso per caso, sui ricorsi presentati da famiglie che già esistono e chiedono tutela. Basta leggere il testo della sentenza per rendersi conto di quanto la motivazione sia solida e ben articolata.
La seconda grande lezione è che questa sentenza mette in luce quanto Stefano Rodotà ha magistralmente sostenuto nel suo ultimo (e, mi sia consentito, splendido) libro Diritto d’amore, e cioè l’eguale dignità del potere giudiziario, rispetto al potere legislativo, a pronunciarsi sui diritti individuali e anche su temi che qualcuno unilateralmente considera “eticamente sensibili”. Ove il Parlamento ha fallito, può – e talvolta deve, come in questo caso – entrare in gioco il giudice.
Come ha scritto bene Andrea Pugiotto qualche tempo fa, “democrazia parlamentare e rivendicazione dei diritti per via giurisdizionale sono strumenti complementari, non alternativi. Il loro esercizio non è a somma zero, incrementando semmai la qualità della nostra democrazia.” Da oggi, anche alle famiglie incentrate su coppie dello stesso sesso è consentito di consolidarsi agli occhi del diritto. Non più alieni, ma cittadini, per quanto non ancora del tutto uguali agli altri. La qualità della nostra democrazia ringrazia.