[13-5-2016] la nuova legge sulle unioni civili: chi vuol esser lieto, sia

di Matteo M. Winkler, Assistant Professor, HEC Paris

Nulla meglio della canzonetta di Lorenzo de’ Medici riesce a tradurre l’arcobaleno di  sensazioni provate alla notizia dell’adozione, l’11 maggio scorso, della nuova legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso e sulle convivenze di fatto. “Chi vuol esser lieto, sia”, infatti, è quanto più riesce a metter d’accordo trionfanti e scontenti, così come lo è la strofa successiva: “Del doman non c’è certezza”.

Anche a voler assumere un approccio diplomatico con gli scontenti, non possiamo non cominciare col dire che questa legge rappresenta una svolta storica nel diritto di famiglia italiano, determinando una cesura che mi pare evidente: prima, le coppie omosessuali vivevano all’ombra del diritto o, come diceva qualcuno, «nel silenzio della legge». Oggi sono espressamente riconosciute, il loro amore è protetto dal diritto, la loro stabilità salvaguardata, i loro interessi tutelati di fronte ai terzi e allo Stato. In un Paese dove i temi dell’affettività e della famiglia sono sempre stati appannaggio di autorità diverse dallo Stato, questo è indubbiamente un notevole balzo in avanti. Il Parlamento si è riappropriato di una buona fetta di sovranità: la democrazia non ha che da gioirne.

Poichè però in questi giorni è stata fatta molta disinformazione, anche da parte di responsabili di governo, è bene ricordare che la legge si occupa di due fattispecie diverse: l’istituto dell’unione civile, da celebrarsi solo tra due persone dello stesso sesso dinanzi all’ufficiale dello stato civile e con (quasi) tutti gli stessi effetti del matrimonio, e la convivenza di fatto, che è appunto una situazione di fatto e non un istituto, che può aversi tra coppie eterosessuali così come omosessuali. Dalla convivenza discendono alcuni effetti di ordine patrimoniale, che peraltro le coppie possono regolare autonomamente per via negoziale attraverso il nuovo istituto, pure disciplinato dalla legge in parola, del «contratto di convivenza».

Non tutti gli effetti dell’unione civile sono identici a quelli del matrimonio. Oltre all’assenza di pubblicazioni, per esempio, i partner possono scegliere il cognome familiare, mentre nel regime coniugale, com’è noto, il cognome segue (ancora) la linea paterna. Più snella rispetto al matrimonio è anche la procedura di scioglimento dell’unione, che al contrario del primo non patisce il periodo di separazione. Per il resto, l’equiparazione è totale, con un’unica lacuna in materia di filiazione.

È qui infatti – al netto del riconoscimento giuridico di una situazione di «separate but equal», dove l’uguaglianza non è stata perseguita dal legislatore in modo pieno – che si spiegano le ragioni della delusione di molti esponenti dell’associazionismo LGBT e, con assoluta cognizione di causa, delle «famiglie arcobaleno», cioè dei nuclei familiari con due madri o due padri, che nel nostro Paese sono assai numerosi. Anziché disciplinare con precisione il tema della filiazione nelle famiglie arcobaleno già esistenti mediante un’estensione espressa dell’adozione in casi particolari già prevista dalla Legge sulle adozioni del 1983, il Parlamento ha preferito delegare la questione alle determinazioni oscillanti dell’autorità giudiziaria, che dovrà comunque tenere sempre presente il prevalente interesse dei figli.

La legittima delusione per un testo che sembra rimarginare solo parzialmente la ferita inferta dalla storia alle persone e alle relazioni omosessuali non deve comunque farci dimenticare che, come sanno bene i giuristi più appassionati, il diritto si muove ben oltre le logiche di opportunità politica, e anzi talvolta le supera e le scavalca con forza dirompente. Succederà sicuramente anche con la legge in commento, che rappresenta sì un sollievo immediato per la comunità LGBT ma non può non costituire, proprio per il suo contenuto intrinsecamente discriminatorio, la stazione di partenza per nuove, ulteriori battaglie, esattamente com’è accaduto in tutti i Paesi civili ai quali il nostro si sta lentamente ma inesorabilmente accostando.