[14-4-2016] Referendum: legittimo non andare a votare.

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto comparato, Università Bocconi @lorenzocuocolo

Si avvicina il referendum sulle trivellazioni e si moltiplicano i tentativi di dare una veste giuridica alle reciproche posizioni politiche. La miccia è stata il recente invito all’astensione da parte del Presidente Renzi. È una posizione legittima?

Addirittura c’è chi invoca sanzioni penali. Vediamo. Invitare all’astensione è una chiara posizione politica, e nulla più. Non vi è, dunque, alcuna fondatezza nel richiamare conseguenze penali, che, al limite, potrebbero applicarsi se un pubblico ufficiale cercasse materialmente di coartare la volontà degli elettori, impedendo loro di andare a votare. E non è certo il caso di Renzi.

Altri, poi, richiamano l’art. 48 della Costituzione, che definisce il voto un “dovere civico”. È una vecchia questione: il voto di cui parla il Costituente è, sicuramente, il voto per eleggere il Parlamento. Cioè quel voto dei cittadini necessario a far funzionare il sistema istituzionale. Se non vai a votare, il sistema si blocca. Ecco perché il voto è un dovere civico. È peraltro da dire che, da ormai oltre vent’anni, la previsione costituzionale non ha alcuna sanzione. Cioè: votare è un dovere, ma solo “civico”. Se non vai a votare, forse non sei un bravo cittadino, ma tutto finisce lì, senza alcuna sanzione o conseguenza negativa. Fino al 1993 si annotava “non ha votato” sul certificato elettorale. Ed è anche il caso di dire che tale “sanzione” era prevista solo per le elezioni politiche e non per i referendum.

È molto dubbio che anche il voto referendario sia “dovere civico”. Tale voto, infatti, non serve a far funzionare il sistema. Il non voto non comporta un blocco istituzionale.

C’è, poi, un punto importante. È la stessa Costituzione a prevedere che il referendum abrogativo sia valido solo se partecipa al voto almeno la metà più uno degli aventi diritto (cd. quorum strutturale). Ciò, implicitamente, significa che il Costituente riconosce anche la possibilità che la maggioranza degli elettori non vada a votare. Ed è un’ipotesi che rientra nella fisiologia della procedura referendaria. Detto altrimenti: il Costituente ritiene che il referendum possa condizionare l’esistenza di una legge solo se è davvero percepito come importante dall’elettorato. E ciò si valuta contando quanti si recano ai seggi.

Partecipare o meno al referendum, dunque, è una libera scelta dell’elettore. E l’invito all’astensione può essere condiviso o meno sotto il profilo politico, ma non è certo illegittimo dal punto di vista giuridico.

Auspicabilmente, comunque, sarà l’ultima volta che si porranno questi problemi. La riforma costituzionale in corso di approvazione, infatti, modifica sostanzialmente la disciplina del referendum abrogativo. In futuro, infatti, se la richiesta referendaria sarà accompagnata da 800.000 firme (contro le 500.000 attuali), il referendum sarà valido se parteciperà al voto la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche. Da un lato, dunque, si rende più difficile chiedere un referendum (e ciò è del tutto condivisibile, posto che si dovrebbe sottoporre a referendum solo quanto è davvero percepito come importante dalla cittadinanza); dall’altro lato si rende assai più probabile la validità dell’esito, evitando che i quesiti naufraghino per mancato raggiungimento del quorum strutturale, come accaduto per ben 27 volte su 66 totali.

(pubblicato sul Secolo XIX del 10-4-2016)