[14-03-2016] E se le primarie fossero regolate dalla legge?

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

E’ vero che lo stato di salute di una democrazia si misura anche dalla vitalità, trasparenza, forza propositiva ed elaborativa che i partiti politici sono capaci di generare. Questi, infatti, ricorda la giurisprudenza costituzionale, seppur non sono «poteri costituzionali» hanno «funzioni aventi rilevanza costituzionale» (Corte Cost. 79/2006) e concorrono a dare concretezza a quell’idea di democrazia partecipata immaginata dai costituenti (si veda il bel libro a più voci: Democrazia nei partiti, a cura dell’Associazione Città dell’Uomo, ed. In dialogo, 2010).

Non sempre ci riescono. Basta leggere, in questi giorni, dell’obolo offerto davanti ai seggi agli elettori napoletani per partecipare alle primarie per il candidato sindaco del centrosinistra di Napoli e delle conseguenti polemiche. E’ possibile che in molti, ora, si chiedano, come fa Antonio Polito, se «possiamo fidarci delle primarie?» e, ancora, se «valgono anche per loro le regole e le garanzie che vigono per le elezioni vere e proprie?» (Corriere della Sera, 9 marzo). Probabilmente no, verrebbe da rispondere. Forse proprio per questo il nostro Parlamento – fatto non particolarmente noto – è stato sollecitato da un gruppo di deputati a fornire una risposta a questo interrogativo e dare seguito alla stringente richiesta di regole, trasparenza e legalità che il popolo delle primarie (quello genuino) chiede, non da oggi, a gran voce.

Ci si riferisce al disegno di legge depositato alla Camera il 22 gennaio 2016 (progetto C. 2839, qui il testo completo http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0029800.pdf) dal deputato del Pd Marco Meloni (direttore della Scuola di formazione politica lanciata da Enrico Letta la scorsa primavera) e altri. Un testo semplice, 7 articoli in totale, che mira a disciplinare per legge la modalità di selezione dei candidati alle elezioni primarie, partendo dall’assunto che queste consultazioni non possono essere derubricate a semplici elezioni interne di questo o quel partito o movimento. Al contrario, rappresentano momenti partecipativi e di scelta che selezionano, dice il preambolo del d.d.l., «candidature a cariche apicali (sindaco, presidente della regione, indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri)» o «candidati in collegi uninominali» sino a «candidature in liste totalmente o parzialmente bloccate, ovvero non sottoposte alla selezione dei candidati attraverso l’espressione, da parte degli elettori, di voti di preferenza».

Quale soluzione si propone? Quella enunciata con gran forza nell’articolo 2 del d.d.l., e cioè rendere le primarie «pubbliche e statali», sottoponendo l’eventuale giudizio sulla loro validità al Consiglio di Stato ovvero, nel caso delle cd. “parlamentarie”, alla Camera ed al Senato. In aggiunta, si propone l’istituzione di veri e propri registri degli elettori delle elezioni primarie di un partito o coalizione presso il Ministero dell’Interno, per individuare chi può presentarsi ai gazebo. In via automatica «i cittadini iscritti ai partiti o ai movimenti politici» (ma solo a quei movimenti e partiti che hanno depositato lo statuto ai sensi della l. n. 13/2014) e, su richiesta, tutti gli altri, purché lo facciano entro un termine – ancora da definire – precedente rispetto alle data delle consultazioni. e purché – particolare di non poco conto – non siano già iscritti in un altro registro delle elezioni primarie riferibile ad un diverso partito o coalizione.

Un regolamento definirà poi i dettagli. Certo è che la ratio dell’iniziativa appare già molto chiara. Una proposta coraggiosa, che genererà anche del dissenso tra i fautori di una necessaria politica astensionista dello Stato rispetto alla libera dialettica politica ed al generale principio della libertà di associazione, ma impone un dibattito parlamentare serio. Sullo sfondo, infatti, c’è una crescente sfiducia verso i partiti e la necessità di rivitalizzare quel «metodo democratico» di cui parla l’articolo 49 della Costituzione. Spesso tradito, dimenticato, persino osteggiato.