[25-2-2016] L’università non si cura contestando

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto comparato, Università Bocconi @lorenzocuocolo

C’è un accordo quasi generale nel condannare la doppia contestazione al prof. Panebianco, messa in scena nei giorni scorsi all’Università di Bologna.

Non v’è dubbio che quanto accaduto sia da ripudiare in modo netto, anche se le contestazioni non si sono tradotte in atti di violenza fisica.

Le aule di un’università non sono uno spazio anarchico, dove ognuno può dire e fare quello che vuole. Sono luoghi del sapere e, quindi, ancor prima, luoghi del rispetto. Come in qualsiasi formazione sociale, ci sono delle regole che, se rispettate, consentono il funzionamento del sistema. Questo, sia ben chiaro, non significa che solo uno può parlare (il professore) e gli altri devono tacere (gli studenti). Significa, al contrario, che la garanzia del dialogo e del confronto è data proprio dalla condivisione di regole. Concedere la tribuna a chi urla di più non è esercizio di dialogo, ma di sopruso. Non mi convince, dunque, sostenere che la contestazione a Panebianco sia stata positiva anche per gli altri studenti, non contestatori. Questi, cioè, avrebbero avuto l’apprezzabile possibilità di esprimersi a vantaggio del regolare svolgimento delle lezioni, così assumendo un ruolo attivo, civile, e non di meri scolaretti. Certo, gli episodi in questione hanno scosso molte coscienze civili, anzitutto degli studenti che vogliono seguire le lezioni, ma è un effetto del tutto ulteriore e casuale degli atti di contestazione, che non diventano per ciò solo più digeribili.

Altra questione, più sottile, è affermare che le università siano ormai istituzioni assonnate e prive di stimoli. Si devono fare due considerazioni: anzitutto molto dipende dal singolo docente, dalle sue motivazioni e dalla sua capacità di stimolare il dialogo con gli studenti, rendendo le ore di lezione, i seminari e i ricevimenti un momento di crescita e non un mero dovere d’ufficio. Quanti burocrati svogliati si annidano nelle aule universitarie? E quanti narcisi, desiderosi solo di sentirsi parlare? Su questo, ciascuno di noi deve fare costante autocritica e non smettere mai di migliorarsi.

Poi c’è un tema più generale, che è dato dalle storture del sistema universitario, in gran parte figlie proprio delle dinamiche di quegli anni Settanta, che le contestazioni di questi giorni riecheggiano.

Negli ultimi anni molto è stato fatto per cambiare l’università e, soprattutto, sono stati inseriti sistemi di valutazione, della didattica e della ricerca, volti a premiare chi fa meglio. Questi sistemi hanno però – bisogna dirlo – incontrato la fortissima resistenza di una parte del corpo docente, invocando la libertà di ricerca e di insegnamento, ma di fatto richiamando un modello baronale e medievale di intendere il magistero accademico.

Le contestazioni incontrollate non sono una cura ricostituente, ma, semmai, una manifestazione dei mali dell’Università, che vanno curati con ben altre ricette.

(pubblicato sul Secolo XIX del 25-2-2016)