[17-1-2016] La deriva polacca e il ruolo (insostituibile) della giustizia costituzionale

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

La storia del costituzionalismo, come noto, è stata in gran parte costruita su una ragione scettica verso il potere, sostanzialmente diffidente. Le costituzioni, infatti, sorgono proprio per porre dei limiti al potere, che sia di un sovrano, di stati autonomi che intendono federarsi, oppure del popolo stesso che, nella sua sovranità, decide di autolimitarsi. I patti costituzionali, insomma, tendono a distribuire e regolare spicchi di potere provando a creare le condizioni di una convivenza democratica e pluralistica. Fra i più rilevanti limiti entro cui si esercita la sovranità popolare, vi è, di certo, il controllo che esercitano le Corti Costituzionali, organi che, ciascuna con diverse sfumature, possono rendere inefficaci le decisioni assunte dai Parlamenti eletti dai cittadini.

Equilibri difficili, certo, ma necessari, perché gli abusi sono dietro ogni angolo, il potere affascina e, come ricorda Michele Ainis «l’uomo troppo potente diventa prepotente» (Corriere della Sera, 30 aprile 2015). Soprattutto oggi, che viviamo un tempo insidioso, o meglio un «tempo esecutivo», dove «solo lo status quo è legittimo: il resto è solo velleità» (G. Zagrebelsky, Mosca Cieca, Laterza 2015).

Emblematico da questo punto di vista appare il caso della Polonia, dove il principio democratico della separazione dei poteri appare in queste settimane in sofferenza, minato dalla preoccupante politica autoritaria della forza ultranazionalista ed euroscettica Diritto e Giustizia (PIS). Uscito vincitore dalle urne lo scorso 25 ottobre, quando ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, il PIS ha ottenuto la possibilità di governare senza la necessità di formare alcuna coalizione, fatto mai accaduto dalla transizione democratica polacca del 1989 ed iniziato a combattere una lotta senza sconti agli altri poteri dello stato.

Oggi c’è molta confusione sotto il cielo polacco. Vittima ne è soprattutto il Tribunale Costituzionale della Polonia e dunque, in definitiva, l’affidabilità democratica di un paese la cui popolazione, a conti fatti, rappresenta il 7,6% dei cittadini dell’Unione Europea.

Tutto ha avuto inizio lo scorso giugno quanto il Parlamento uscente, guidato dal partito di destra moderata che era stato al governo negli ultimi otto anni, prevedendo la sconfitta alle elezioni di ottobre, ha nominato sul finire della legislatura, cinque nuovi giudici costituzionali. Gesto poco corretto, seguito dall’ancor più discutibile blocco, da parte del Presidente della Polonia Andrzej Duda (vicino al PIS), del giuramento dei giudici. Quindi, lo scorso 9 novembre una sentenza della Corte Suprema (organo diverso dal Tribunale Costituzionale), ha giudicato legittima la nomina di soli tre di quei cinque neonominati giudici, ordinandone il giuramento, e respingendo quella dei restanti due per ragioni legate alla tempistica della nomina ed all’inizio del mandato.

Anche ad esito della sentenza della Corte Suprema, il Presidente Duda si è, però, finora rifiutato di accettare il giuramento anche dei tre giudici la cui nomina è stata giudicata legittima. Al contrario, subito dopo la tornata elettorale del 25 ottobre, ha permesso in modo molto rapido il giuramento di ulteriori cinque giudici nominati (a tempo di record) dal nuovo Parlamento, a maggioranza del PIS.

Ora, non bastando la “pioggia” di nomine di giudici costituzionali che ha minato la credibilità dell’organo e continua a comportare la paradossale situazione per cui vi sono formalmente cinque giudici “in eccesso”, di cui alcuni nominati in modo illegittimo, il Parlamento polacco, lo scorso 23 dicembre, ha sferrato un nuovo attacco al Tribunale Costituzionale. Già, perché con tempi contingentati ha approvato una legge che ha introdotto la regola della maggioranza qualificata di due-terzi, anziché la maggioranza semplice del collegio, per deliberare le sentenze del Tribunale Costituzionale. Il fatto non può essere derubricato a tecnicismo, come evidente, ma, anche considerata la nuova composizione dell’organo (per lo meno nella composizione che il Presidente Duda reputa legittima), renderà ben più arduo per i giudici delle leggi polacchi invalidare le leggi del Parlamento, divenendo, infatti, particolarmente complicato raggiungere la maggioranza prescritta dalla nuova legge.

Insomma, la campana governativa fa intendere che per rispettare il mandato elettorale sia necessario paralizzare qualsiasi ostacolo alle riforme del paese. Tra cui parrebbe essere annoverato il Tribunale Costituzionale, che ora rischia la paralisi: da un lato, infatti, “inondato” di nomine più o meno legittime (cui faranno seguito non pochi ricorsi giudiziari) e dall’altro quasi paralizzato nella possibilità di decidere liberamente, senza influenze di sorta, mediante un insidioso innalzamento del quorum deliberativo.

Anche l’Unione Europea ha mostrato preoccupazione ed intende agire, seppur non è ancora chiara la strategia. Di certo le istituzioni di Bruxelles hanno davanti un’interessante occasione per evidenziare come la casa comune europea non possa prescindere dai fondamenti del costituzionalismo moderno, le derive autoritarie non hanno diritto di ospitalità nei paesi membri e la divisione dei poteri – che si concretizza anche nel controllo di costituzionalità delle leggi – è un valore imprescindibile per qualsiasi cittadino europeo. E soprattutto non mina la governabilità e l’efficienza dell’esecutivo, semmai la rafforza nell’interesse dei cittadini, i veri beneficiari della divisione dei poteri prescritta dalle costituzioni moderne.