[17-12-2015] Guerra al modo di vivere dell’occidente: qualche mea culpa?

di Mauro Rubino-Sammartano

La tradizionale nozione di guerra quale scontro tra eserciti, di cui i conflitti in Vietnam, poi tra Iraq e Iran, tra Iraq e Kuwait sono ricordi non così lontani, non aiuta a catalogare i conflitti che si stanno verificando in più paesi.

La Jugoslavia, l’Algeria, l’Uganda e la Rhodesia, e poi Tunisia, Libia, Egitto, Siria (i quali dopo aver dato l’illusione di una primavera, hanno ospitato gravi scontri) sono stati teatro di autentiche guerre civili, molte in corso e altre forse spente solo all’apparire.

Una serie di esplosioni terroristiche sta ora colpendo l’Occidente da un lato e paesi arabi dall’altro. Secondo taluni i vari attacchi sono coordinati centralmente. Secondo altri il seme dell’odio e di violenza – che è stato diffuso – si traduce in attacchi a volte estemporanei, altre simultanei, come New York e ora di Parigi.

Se non ci si ferma a spiegazioni banali, l’individuazione del loro movente non è forse agevole neppure per gli esperti.

Una componente di tale stato d’animo può essere costituita da una grave disapprovazione del “modo di vivere” occidentale.

Sembra che sullo sfondo degli assalti all’Occidente vi sia una rabbia di molti per il miglior livello di vita occidentale, rilevato ormai ovunque grazie a televisione e a internet.

Sentimento diffuso, anche se solo in misura pacifista, in altre fasce di paesi arabi e condivisa forse anche molti altri paesi e civiltà.

Questa ricostruzione – se corretta – chiama noi occidentali ad un esame di coscienza circa il nostro modo di vivere e nello specifico ci chiede di domandarci se l’impressione che diamo all’esterno è di condurre una vita retta da valori che meritino rispetto oppure riprovevoli.

Una risposta generalizzata non è possibile né in assoluto né in questa sede. Essa richiederebbe infatti un’analisi sociologica molto complessa in quanto da un lato i comportamenti di vari strati della popolazione dell’Occidente non sono uniformi e dall’altro l’Occidente ha – è ben noto – sfaccettature molto diverse, così come tra Europa meridionale da un lato ed Europa centrale e del Nord dall’altro, e così pure tra Europa e Stati Uniti.

Non si può peraltro trascurare che se è il modo di vivere occidentale che facilita o addirittura causa una reazione diffusa di disapprovazione (che in taluni ambiente si tramuta in odio, o concorre a crearlo) tale disapprovazione non si basa sui risultati di un’analisi approfondita, ma verosimilmente solo su un’impressione che nell’insieme – a torto o a ragione – diamo all’esterno.

Con doverose riserve, l’impressione – sia pur superficiale – che i media danno del modo di vivere dell’Occidente, non sembra essere positiva, anche se essa ignora tutti coloro che lavorano, che fanno il loro dovere e si dedicano alla loro famiglia, e dunque i componenti positivi della nostra società, più numerosi forse di quanto appare a prima vista.

Ciò che luccica, e colpisce l’attenzione di chi ne riceve l’immagine, è un modo di vivere basato sul benessere, sull’abbondanza, sulla ricerca di piaceri materiali, su una corsa a mettersi in mostra, ad accaparrarsi vantaggi e a prendere il più possibile.

La ricerca del piacere, la glorificazione della ricchezza e del lusso, la non riservatezza di molti abbigliamenti e comportamenti, l’esaltazione di questo insieme di comportamenti come un obiettivo supremo del vivere, tutto ciò colpisce la fantasia di osservatori esterni, soprattutto se lontani, molto più che il senso del dovere, la correttezza, le opere di volontariato e i tanti comportamenti eroici nell’umiltà e nella quotidianità, quali ad esempio l’opera di molti maestri, delle scuole elementari, che non hanno dimenticato i profondi valori spirituali dell’Occidente.

Se l’immagine deteriore che si ha dell’Occidente è intrisa di materializzazione e ricerca del piacere, il rafforzamento delle misure di sicurezza, il lavoro di intelligence, il controllo di chi entra nei nostri territori e della sua identificabilità e identificazione, è sufficiente a prevenire la reazione selvaggia costituita da attentati che colpiscono persone che non hanno fatto nulla di male agli aggressori?

E ciò è sufficiente a frenare anche l’invasione pacifica di milioni di persone alla ricerca di condizioni di vita molto migliori che l’Occidente dà loro l’impressione di offrire?

Un ritorno ai nostri valori fondanti, il recupero della nostra spiritualità, la sua traditio ai giovani da parte delle famiglie e della scuola non potrebbero eliminare o ridurre la materialità dilagante, la smania di denaro e/o potere?

Se l’Occidente saprà dare di sé l’immagine diversa di attaccamento al lavoro, di impegno, di serietà, di fede in ideali, di una vita da uomini (e donne) giusti, ciò significherà – credo – non solo che abbiamo “ritrovato la strada” ma potrà evitare che l’Occidente sia visto come “una ronda del piacere” che crea in taluni disapprovazione, in altri invidia e nei più pericolosi odio e violenza.

Un qualche mea culpa è quindi proprio del tutto fuori luogo?