[14-11-2015] Terrorismo e diritti dopo Parigi

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari

Il 13 novembre 2015 è destinata a passare alla storia come una data cruciale per la comunità internazionale che si stringe intorno alla Francia ferita nel profondo. Oggi siamo tutti parigini, come nel 2001 siamo stati tutti newyorkesi e poi madrileni, l’11 marzo 2004, londinesi, nel luglio 2005 ma anche norvegesi e danesi dopo gli eventi del 2011 e i più recenti di quest’anno. Si è parlato dell’11 settembre come di un discrimine temporale, un momento di passaggio che ha segnato la perdita di innocenza di un popolo (quello americano che, fatta eccezione per Pearl Harbor, prima di allora non aveva mai subito un attacco esterno sul proprio territorio) e uno shock per milioni di persone nel mondo che si riconoscono nella cultura fondata sui crismi della democrazia e dunque della garanzia dei diritti umani e di una gestione equilibrata del potere pubblico. Ed è qui che l’orrore terrorista segna il principale punto a suo favore, riuscendo nell’intento di scardinare l’apparato di principi e valori che faticosamente si è affermato a partire dalle rivoluzioni liberali di fine Settecento, consolidandosi nei gangli degli ordinamenti costituzionali fino a integrarsi nelle radici delle nostre società, incorporandosi nelle coscienze individuali. L’ondata emotiva causata dalla violenza cieca dei terroristi è una scossa portentosa per chi, cresciuto in un contesto di pace, libertà e relativo benessere si identifica nelle vittime e sente visceralmente l’ingiustizia intollerabile della brutalità terrorista. La reazione, comprensibile perché semplicemente umana, è violenta e si traduce in un impeto di punizione e rivalsa contro l’oltraggio subito. Leggi speciali, chiusura delle frontiere, bombardamenti sui territori infestati dalle cellule del terrore sono gli strumenti di reazione annunciati e applicati all’ indomani di ogni attentato, ormai da quindici anni a questa parte, e l’estensione temporale di misure definite straordinarie fa amaramente constatare un fenomeno di normalizzazione di una emergenza che – per definizione- dovrebbe essere circoscritta e limitata nel tempo. Purtroppo, altrettanto tristemente, siamo costretti a prendere atto di una inadeguatezza di questi strumenti che solo in parte hanno mostrato una qualche utilità nella prevenzione di attentati, rivelandosi sostanzialmente inefficaci rispetto all’obiettivo di debellare la rete del terrorismo fondamentalista.

In compenso, queste misure eccezionali intervengono su diritti quali la libertà personale, di movimento e riservatezza cui volentieri si è disposti a rinunciare di fronte alla priorità’ della sicurezza. Ciò che fa riflettere è una tendenziale carenza di attenzione nella verifica del nesso di causalità tra applicazione delle misure restrittive dei diritti e diminuzione del pericolo terrorista. La dinamica dei più gravi attacchi sferrati in occidente dimostra che spesso il nemico proviene dall’interno ed è cresciuto sviluppando il delirio della violenza nell’ambito della stessa società contro cui si ribella. Per intenderci, le serpi terroriste crescono in seno alle democrazie in barba alla chiusura delle frontiere e alla nazionalità di appartenenza. Addirittura, sempre più sovente, queste cellule impazzite vengono esportate dall’occidente, come dimostrano i casi eclatanti del boia dell’Isis Jihadi John ma anche gli italiani Maria Giulia Sergio e Giuliano Delnevo – questo ultimo morto in Siria dove combatteva tra le fila di Assad – che hanno aderito alla dottrina del terrore, facendo proseliti dal fronte.

La normativa straordinaria che deroga ai diritti di libertà non sempre si presta a una mirata strategia di individuazione e annientamento del pericolo, non adattandosi a una guerra atipica, combattuta a livello diffuso negli angoli remoti del nostro territorio e alimentata dalla imponente cassa di risonanza della globalizzazione elettronica e dai social media. Con questo non si vuole gettare un’ombra disfattista sugli strumenti di contrasto al terrorismo tipicamente adottati dagli Stati costituzionali, bensì osservare che la progressiva assuefazione alla limitazione dei diritti di libertà per ragioni di sicurezza rappresenta già una vittoria per i professionisti del terrore, che aspirano a minare i presupposti della civiltà democratica, imponendo le regole del’oppressione violenta.

Combattere il terrorismo con tutti i mezzi è senz’altro la priorità assoluta per gli ordinamenti costituzionali che, in questa missione, devono essere sostenuti dalla coesione popolare. Ma non arrendersi ai tentativi di sopraffazione non significa perdere di vista gli elementi caratterizzanti il nostro modello socio culturale, che deve essere rivendicato e non negato. L’impianto di diritti e guarentigie individuali e collettive rappresenta l’orgoglio della nostra civiltà giuridica ed eroderlo significherebbe tradire la democrazia. Un successo che non possiamo concedere ai terroristi.