[19-10-2015] Canone RAI: una poll tax nel declino della radiotelevisione

di Edmondo Mostacci, docente di Diritto pubblico dell’economia

Una delle “innovazioni” della manovra di bilancio accolte con maggiore attenzione è la riforma del canone RAI.

Sul punto, se il tentativo di ridurre il livello di elusione è di certo encomiabile, le modalità di perseguimento di questa finalità suscitano alcune perplessità fondamentali. In particolare, sono acuite significativamente le conseguenze negative che derivano dall’incertezza circa i presupposti da cui discende l’obbligo di pagamento. La dicitura del decreto del 1938 su cui ancora si basa il tributo infatti è tutt’altro che chiara, riferendosi ad «apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni». Sicuramente un televisore, ma anche – secondo il Ministero dello sviluppo economico – un lettore mp3 con radio FM integrata; probabilmente oggi, stando a indiscrezioni giornalistiche, un semplice tablet o uno smartphone.

Orbene, sino al 2015 l’incertezza sulla nozione del legislatore era superata in via di fatto: difficilmente il possesso di un i-pod sarebbe stato usato per contestare il mancato pagamento del canone; il nuovo sistema, invece, stabilisce di invertire l’onere della prova e richiede ai soggetti privi di televisione, che non vogliano pagare la tassa, un’autocertificazione – la cui falsità implica precise conseguenze di carattere penale – in merito al mancato possesso dei dispositivi oggetto di imposizione. Ciò rischia di mutare sensibilmente i termini del rapporto tra cittadino e canone: nel dubbio, il possessore di un tablet o di un lettore Mp3 preferirà pagare la tassa piuttosto che correre il rischio di produrre un autocertificazione mendace.

In altre parole, l’operazione canone in bolletta (con la parallela inversione dell’onere della prova), in assenza di una puntuale ridefinizione in senso restrittivo dei presupposti che impongono il pagamento della tassa, finisce per determinare una mutazione genetica dell’istituto da tassa ad imposta. Sino a ieri, il pagamento discendeva dal possesso di un apparecchio unicamente volto alla fruizione di programmi televisivi; si dava luogo quindi a una presunzione (iuris et de iure, vale a dire insuperabile da prova contraria) circa il godimento (anche) dei programmi trasmessi dal servizio pubblico. Era un sistema tutto sommato ragionevole, in cui la presunzione rendeva possibile addossare il costo del servizio sui suoi beneficiari, in assenza di impossibili verifiche in concreto dell’effettiva fruizione.

Al contrario, l’inversione dell’onere della prova in assenza di chiarezza sui presupposti della tassa finisce di fatto per imporre il pagamento del canone anche per il mero possesso di apparecchi che, da un punto di vista oggettivo e soggettivo, con la fruizione del servizio radiotelevisivo hanno poco a che spartire. Di conseguenza, si spezza il fondamentale legame tra tributo e (presunto) beneficio.

Da un punto di vista sostantivo, si delinea quindi il passaggio da una tassa (riconnessa al godimento di un beneficio) a una prestazione imposta, del tutto slegata da ogni ragionevole collegamento con la fruizione di uno specifico servizio pubblico.

Tuttavia, stando all’art. 53 della Costituzione, il presupposto indefettibile delle imposte è la capacità contributiva: la percezione di un reddito o il possesso di un elemento patrimoniale in grado di giustificare la pretesa dello stato al pagamento di una somma di denaro; a sua volta, questa non può essere sproporzionata rispetto al cespite colpito dall’imposizione. È evidente che collegare il canone al mero possesso di un lettore Mp3 non rispecchia in alcun modo il principio in esame, non fosse altro per il mancato collegamento al valore commerciale del bene oggetto di imposta.

Al contrario, distaccandosi sia dal principio del beneficio e che da quello della capacità contributiva, il “nuovo canone” finisce per atteggiarsi a moderna poll tax a base familiare, priva di ogni giustificazione e costituzionale ed economica. Una tassa che rammenta assai il testatico che, nell’esperienza medievale, colpiva contadini e artigiani, lasciando invece indenni la nobiltà e il clero (ovvero chi vorrà continuare a occultare i presupposti dell’imposta grazie a un’autocertificazione mendace).

In conclusione, le classi dirigenti sono incaricate di fare scelte. In questo caso: o mantenere il canone come tassa direttamente connessa al beneficio – e qui si dovrebbe intervenire con precisione sui presupposti della tassa e sulle modalità di controllo, anziché modificare inutilmente le forme di pagamento – o decidere apertamente che il servizio pubblico riguarda tutti, indipendentemente dal possesso di una TV.

Se la scelta ricade sulla seconda alternativa, la sola strada percorribile, oltre che costituzionalmente ammissibile, è l’abolizione del canone e il finanziamento del servizio con le risorse della fiscalità generale.

Altre strade servono solo per aggirare il problema e per mandare in onda la nuova replica di un film già visto.