[2015-10-03] I doveri del presente, i diritti del futuro

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Scriveva Paul Valéry che «il futuro non è più quello di una volta». Probabilmente oggi appare ancor meno prevedibile di quello che il poeta francese aveva immaginato all’inizio del ‘900. Quale sia, poi, il ruolo che dovrà giocare il diritto al tavolo del futuro è ancor più difficili da immaginare. Allo stesso tempo è affascinante discuterne, poiché il diritto è disciplina per sua natura intrisa di temporalità (per Paolo Grossi «il diritto è concepito e assimilato dall’uomo in un preciso tempo, cioè in un determinato momento storico») e strettamente collegata al rapporto che lega ciascuna generazione al tempo. Più la società corre, più il giurista fatica a osservarla compiutamente, a decifrarla correttamente e, di conseguenza, a legiferare in maniera organizzata ed efficiente. La sensazione è che, oggi, il ruolo assegnato al diritto nel governo delle nostre vite appare quello di «mero ratificatore di fenomeni che sembrano essersi verificati altrove, sempre più veloci e sfuggenti» (C.V. Giabardo, Tempo e diritto: alcune considerazioni a proposito della tutela civile dei diritti nell’epoca della globalizzazione, in Riv. Crit. Dir. Priv., n. 2/2014).

Tuttavia, nonostante le difficoltà contingenti che pone la nostra società, sempre più fondata sulla dittatura del presente, il diritto – e in particolare il diritto costituzionale – non può rinunciare a prediligere il futuro, tra gli orizzonti temporali possibili, come dimostra l’acuta battuta di Piero Calamandrei, che durante i lavori dell’assemblea costituente ammoniva sulla necessità di scrivere una «costituzione presbite», che sapesse guardare lontano.

Queste (e molte altre) riflessioni sono state fonte di dibattito nella tre giorni di Piacenza, dove ha avuto luogo l’annuale appuntamento settembrino, giunto all’ottava edizione, del Festival del Diritto (www.festivaldeldiritto.it) quest’anno dedicato proprio al tema del futuro.  Quale significato riveste il termine “futuro” per il giurista? Come riesce il diritto (o meglio, la politica tramite il diritto) a dare voce a chi non c’è ?

Il tema è quanto mai attuale, non tanto perché le passate generazioni non s’interrogassero sul futuro, ma perché il futuro oggi spaventa più che nel passato.

Così, in questo scenario, ci si trova a ragionare sull’opportunità e/o la necessità di considerare le generazioni future, nel gioco di bilanciamento degli interessi che è necessario compiere nella tutela dei diritti. Dovendosi però muovere su un doppio binario d’incertezza: da un lato su chi si deve proteggere, perché il concetto di generazioni future non è auto-evidente, dall’altro su cosa si cerca di proteggere (diritti, well-being, interessi, needs, legacy). E ancora, l’incertezza afferisce anche al tipo e il grado delle tutele riconosciute dall’ordinamento giuridico ai diritti delle generazioni future, fermo restando che un diritto è fondamentale (anche) se si riconnette nella sua portata oggettiva a principi basilari e inderogabili del patto costituzionale e non solo in quanto azionabile davanti a un giudice (per approfondire questi temi, R. Bifulco e A. D’Aloia (a cura di), Un diritto per il futuro, Jovene Editore, 2008).

Massimo Luciani, costituzionalista dell’Università La Sapienza, si è chiesto che cosa significhi, concretamente, affidare dei diritti a chi non c’è, tenuto conto che un diritto implica un certo grado di responsabilità, che un assente non può (e magari non vuole) assumersi. Tanto più se si considera che – dal punto di vista economico-sociale – non esiste una linearità della sequenza tra sottrazione delle risorse alla generazione presente e disponibilità delle stesse per quelle future: potremmo scoprire che i sacrifici imposti alla generazione x sono stati inutili per assicurare il soddisfacimento della generazione x+4. Meglio, allora, parlare dei doveri delle generazioni presenti rispetto al futuro. Doveri che passano attraverso scelte concrete e battaglie politiche ben identificabili. Come quella (mancata) sul fiscal compact e la riforma dell’art. 81 Cost. che nel 2012 ha introdotto il principio dell’equilibrio di bilancio. Riforma salutare, rispetto cui tuttavia si sarebbe dovuto avere più coraggio, introducendo allo stesso tempo il principio per cui la spesa d’investimento strutturale di lungo periodo dovesse essere neutralizzata, rendendola immune dal meccanismo dell’equilibrio di bilancio.

Un dibattito giuridico sul futuro, tra i molti aspetti, impone anche di riflettere su chi governerà il mondo, per dirla con il titolo di un felice libro di Sabino Cassese (S. Cassese, Chi governa il mondo ?, Il Mulino, 2013), il quale, sempre nella cornice piacentina, si è posto il quesito se ci stiamo dirigendo verso un mondo guidato dai giudici. La tesi, suggestiva, parte dall’assunto che se il globo fino a ieri era retto dagli Stati nazionali, che pur esercitando un peso diverso, si intendevano tra loro tramite trattati internazionali, oggi accanto ad essi «vivono», su più livelli, una molteplicità di organizzazioni internazionali, istituzioni intergovernative, corti internazionali, organismi ibridi pubblici e privati che amministrano sempre più potere. In questa global polity alquanto confusa, i giudici con i loro provvedimenti sono in grado di mutare le situazioni giuridiche dei cittadini o delle corporations (garantendo un diritto, imponendo una sanzione, privando della libertà di muoversi o fare impresa) più di quanto siano in grado i legislatori nazionali.

Sullo sfondo, si vede la crisi dei Parlamenti, schiacciati tra l’incudine (la crisi della partecipazione che genera crisi della rappresentanza) e il martello (la mancanza di un elevato grado tecnicismo che l’attività legislativa impone).