[6-9-2015] Insediamenti di massa ostacolanti?

di Mauro Rubino-Sammartano

Solo qualche prima considerazione su un tema così ampio e delicato e sulle misure adottabili al riguardo, tema una cui adeguata trattazione sotto i vari profili sociologico, politico e strategico va ben al di là di queste poche righe.

Dovere cristiano di ospitalità e insediamenti forzati

Se non si può certo dimenticare il dovere cristiano di ospitare il proprio prossimo nei limiti delle proprie possibilità, non può non farsi una netta distinzione tra la concessione di ospitalità e il subire insediamenti di massa da parte di terzi, siano essi a mano armata o pacifici.

Anche il dovere di ospitalità ha peraltro dei limiti precisi nella disponibilità di chi intende concederla.

Se così un privato potrà ospitare presso la propria abitazione due o tre persone, non potrà certo ospitarne cinquanta. Lo stesso criterio deve applicarsi agli Stati che in ipotesi potranno ospitare alcune centinaia di migliaia di persone, ma non vari milioni di esse.

La prova di resistenza

E se tutti i cinesi volessero insediarsi in Europa?

L’ipotesi paradossale che tutti i cinesi vogliano insediarsi in Europa offre la prova di resistenza della tesi di un’apertura illimitata. Evidentemente si tratterebbe di una soluzione che corrisponderebbe ad un’invasione non accettabile.

Anche per chi non voglia rifarsi alla lettera alle restrizioni degli Stati Uniti per l’immigrazione, non possono non esserci dei limiti precisi all’accoglimento di persone provenienti da altri Stati.

Presa di posizione dell’Unione Europea

Il grande afflusso di extracomunitari che si verifica in Europa da qualche anno richiede una chiara e decisa presa di posizione dell’Unione Europea.

Essa passerà attraverso la classica distinzione tra diritto di asilo, che il diritto internazionale consuetudinario riconosce legittimo, e il tentativo invece di molti altri di entrare alla ricerca di una migliore fortuna.

Inoltre, poiché l’installazione permanente comporta la nascita di figli e l’attribuzione ai figli e prima o dopo anche ai genitori della nazionalità, un altro requisito per l’accoglimento è l’accettazione del modo di vivere del paese ospite.

Nei non rari casi in cui invece il nucleo sempre crescente di cittadini di un altro Stato mostra chiaramente di desiderare di mantenere totalmente il proprio modus vivendi, esso finisce a divenire un corpo estraneo alla comunità nazionale e tale aspetto negativo deve essere tenuto in considerazione.

Tale accoglienza potrà essere consentita, ma inevitabilmente essa dovrà essere contingentata e indirizzata a chi sia in grado di inserirsi operativamente in Europa attraverso la conoscenza della lingua e il possesso di un mestiere o una professione, nel qual caso egli può ben essere benvenuto. Ciò può significare avere persone costrette a procurarsi di che vivere in maniera diversa e non sempre lecita.

Occorrerà inoltre inevitabilmente la precisa identificazione di chi venga ammesso, anche con il prelievo delle impronte, l’obbligo di comunicazione degli spostamenti e il suo monitoraggio.

Se, come secondo alcune voci accadrebbe, molti degli immigrati ad un certo punto scompaiono, la situazione che ne deriva sfugge alla sicurezza non solo nazionale, ma europea.

Cooperazione internazionale per rimuoverne le cause

Inevitabilmente, la soluzione migliore del problema è il farne venir meno la necessità, attraverso interventi in sede di cooperazione internazionale con gli Stati interessati, rendendo più umane o comunque più vivibili le condizioni di vita di chi è ora indotto ad abbandonare il proprio paese.

Accesso solo tramite centri di smistamento sulle sponde Sud e Medio Oriente del Mediterraneo

Anziché intervenire per salvare chi viene trasportato attraverso il Mediterraneo con mezzi di fortuna e tenerli poi dei mesi in attesa di identificazione o di decisioni (periodo nel quale, come si è visto, non pochi sembrano scomparire addirittura) tale risultato potrà essere ottenuto – se la decisione dell’Unione Europea è di effettuare un controllo serio e responsabile delle situazioni che legittimano l’ingresso nel paese nei limiti del contingentamento consentito – attraverso l’apertura di centri di smistamento dell’Unione Europea, collocati sulla sponda sud e sulla sponda Medio Oriente del Mediterraneo.

Lì si potrà procedere a controlli, a verifiche e all’ammissione di persone che a quel punto saranno trasportate attraverso il Mediterraneo addirittura a spese della Comunità o con un contributo ragionevole degli interessati e poi distribuite tra gli Stati europei.

Guerra agli scafisti

Se tale è la decisione di fondo che sarà adottata in sede europea, occorrerà adottare le misure per farla rispettare.

Tra gli strumenti che potranno essere utilizzati a tal fine, non mancano alla Marina Militare le soluzioni per sbarrare con la forza l’accesso di imbarcazioni non autorizzate.

Occorrerà anche introdurre nell’ambito del codice penale militare un reato ad esempio di associazione a delinquere per favoreggiamento di violazione dei confini dello Stato, il quale preveda la condanna ai lavori forzati e – per le entrate via terraferma – sanzioni penali nei confronti di persone o guardie compiacenti.

Un’energica attuazione di tali misure sarà destinata a far diventare note agli interessati tali regole attraverso la televisione e altri mezzi di comunicazione e di diffusione.

Non è detto che queste siano le uniche o le migliori soluzioni. Esse sono dirette solo a mettere in moto un’analisi seria e precisa e a far sì che essa venga portata a conoscenza della popolazione europea, procedendo a verifiche dell’accordo generale anche attraverso un referendum.