[2-9-2015] Le discussioni di Roma e la pronuncia di Strasburgo

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Mentre a Roma si discuteva, Sagunto veniva espugnata («dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur») scriveva Tito Livio in un ormai celebre passo delle sue Storie. Sembrerà strano, ma la frase può ben essere utilizzata davanti all’evoluzione giudiziaria che il tema del riconoscimento delle coppie dello steso genere nel nostro paese ha avuto nell’ultimo periodo. Già, perché mentre a Roma ancora si discute, i giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU), lo scorso 21 luglio si sono pronunciati con sentenza sul caso Oliari ed altri v. Italia (ricorsi n. 18766/11 e n 36030/11), in materia di diritto al riconoscimento legale per le coppie dello stesso genere, constatando la violazione da parte dell’Italia dell’art. 8 (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (CEDU).

Senza voler commentare in questa sede in maniera approfondita la sentenza della Corte (qui si può trovare il testo completo http://www.governo.it/presidenza/contenzioso/), già si possono fare alcune analisi e, alla luce di quanto deciso, provare a capire quali saranno le prossime mosse del Parlamento. La sentenza della Corte EDU, bisogna dirlo, non si può definire come un revriment innovativo, poiché già nel 2010, decidendo sul caso Schalk e Kopf v. Austria, la stessa Corte si era espressa a favore di una «legal recognition and protection» per le coppie omosessuali. Resta però un testo particolarmente interessante, soprattutto per l’analisi di ampio respiro – effettuata da un organo giudiziario internazionale – in  merito ai vasi comunicanti che si possono creare tra le decisioni delle corti giudiziarie e gli atti del Parlamento e dunque, in definitiva, tra il potere giudiziario ed il potere legislativo. In quest’ottica affascinano le riflessioni contenute nella concurring opinion dei giudici Mahoney, Tsotsoria e Vehabović (favorevoli al verdetto, ma in base a motivazioni leggermente differenti), i quali hanno criticato l’esistenza di una «positive obligation» – evidenziata invece dagli altri giudici nella motivazione principale – in capo all’Italia di legiferare in merito alle coppie dello stesso genere, limitandosi al contrario a stigmatizzare l’interferenza (così come prevista dall’art. 8, secondo comma, CEDU) che il prolungato comportamento omissivo del Parlamento italiano avrebbe causato rispetto alla fruizione di un diritto. In altri termini, i giudici di Strasburgo si sono riallacciati alla nota sentenza n. 138/2010 della Corte Costituzionale, ove, pur negando l’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio, la Consulta riconobbe a tali unioni il «diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri». Ecco, il tempo è trascorso, dicono apertamente di giudici della Corte EDU, e la legge non è mai venuta alla luce, lasciando quindi tali coppie in uno «state of legal uncertainty».

Rispetto a come tali diritti possano poi essere regolamentati, la Corte EDU non entra nel merito, riconoscendo che si tratta di aspetti su cui gli Stati non solo possono, ma devono avere «certain margin of appreciation as regards the exact status conferred by alternative means of recognition and the rights and obligations conferred by such a union or registered partnership».

Nel nostro paese, regna la massima confusione. Infatti, seppur sembrerà strano, sul tema si succedono proposte e fioriscono disegni di legge. Ve ne sono ben 11, attualmente, in trattazione congiunta presso la Commissione Giustizia del Senato, promosse dalle più diverse forze politiche. Oltre al più noto d.d.l. Cirinnà (n. S.14), volto a disciplinare in maniera organica, senza incidere sul codice civile, il nuovo istituto denominato “unioni civili”, vi sono una serie di proposte che da diverse angolature provano a dare una regolamentazione e riconoscimento al fenomeno delle coppie di fatto e delle unioni dello stesso sesso. Alcune proposte puntano ad estendere la nozione tradizionale di famiglia fondata sul matrimonio riconoscendo l’accesso a quest’ultimo anche alle coppie dello stesso sesso (d.d.l. n.ri. S.204 e S.393), altri si limitano ad incidere – in modo più o meno marcato – sul codice civile, modificando gli artt. 107 e 108 nel senso di sostituire nella descrizione della forma della celebrazione e dell’inopponibilità di termini e condizioni il riferimento al marito e alla moglie con quello ai coniugi (d.d.l. n. S.15), oppure introducendo il titolo VI-bis, intitolato “Del patto di convivenza”, da sottoscrivere davanti ad un notaio, al fine di assumere reciproci obblighi di assistenza morale e materiale. Vi è poi il d.d.l. n. S.1745, proposta  interessante in quanto mira ad evidenziare e raccogliere sistematicamente in un unico testo tutte le norme che l’ordinamento già prevede (senza dunque creare un nuovo istituto giuridico) in materia di diritti dei conviventi, fino a costituire un vero e proprio “statuto della convivenza”.

Insomma, l’officina del diritto in tema di riconoscimento delle unioni civili è particolarmente affollata, ma al tempo stesso appare poco produttiva. In questo contesto, la pronuncia della Corte EDU costituisce un elemento di novità  e (perché no ?) uno stimolo. Di certo ha dato avvio a un conto alla rovescia, poiché la sentenza diverrà definitiva dopo 3 mesi dalla pronuncia (cioè il 20 ottobre 2015), salvo che l’Italia chieda il rinvio alla Grande Camera per un nuovo esame della questione. E trascorso il termine, inizieranno le sanzioni. Sempre che il Parlamento non riesca a fare sintesi tra le proposte e le sensibilità e legiferare. Non è semplice, ma è pur sempre il suo mestiere.