[28-5-2015] La fatica dei diritti, tra sentenze ed equilibrio finanziario

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Nel 1872, a Vienna, comparve un piccolo saggio giuridico di Rudolf von Jhering titolato La lotta per il diritto, che Benedetto Croce fece ripubblicare durante gli anni del fascismo, quasi come un antidoto rispetto a quanto stava succedendo in Italia. Oggi, potremmo dire più correttamente che assistiamo ad una quotidiana lotta per i diritti (i Diritti contesi, di cui scriveva Marilisa D’Amico in un bel libro del 2009), resa ancor più aspra dalla crisi economica. Alla luce di ciò, la recente sentenza n. 70/2015 della Corte Costituzionale in tema di rivalutazione delle pensioni (e le annesse polemiche politiche), punta dritto al cuore del problema, ben riassunto, con la stessa, cruciale, domanda da Luigi Ferrarella e Michele Ainis (Corriere della Sera, 13 e 21 maggio 2015): «quanti diritti possiamo ancora permetterci ?». Il quesito, come detto, è suggerito dalla sentenza n. 70/2015 con cui i giudici delle leggi hanno dichiarato incostituzionale la disposizione della legge finanziaria del 2011 sul blocco della rivalutazione di certe pensioni, in quanto in contrasto con «la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.)».

La decisione, si inserisce in un filone di casi particolarmente controversi ed accende la luce su tre ordini di problemi piuttosto significativi per una democrazia costituzionale.

Il primo riguarda il rapporto tra i poteri dello Stato. Siccome i diritti costano, allora i giudici, decidendo sulla tutela degli stessi, finiscono per decidere sulla distribuzione delle risorse pubbliche, che spetterebbe, al contrario, alla politica. Può non essere un problema, evidentemente, in periodi di espansione economica (ad esempio, all’inizio degli anni ‘90 i giudici costituzionali pronunciarono una serie di “sentenze che costano”, senza considerare gli effetti finanziari delle stesse), mentre lo diventa in periodi, come il nostro, di risorse scarse in cui anche ai Tribunali viene chiesta la sostenibilità dei propri atti.

Il secondo concerne il conflitto tra i diritti, reso sempre più evidente dal fatto che questi, negli ultimi decenni, sono apparsi in continua espansione. Il secolo scorso è stato, per dirla con Norberto Bobbio, un’età dei diritti, ove a quelli individuali di prima generazione si sono affiancati quelli collettivi di seconda e terza generazione (welfare rights), che tuttavia finiscono spesso per configgere tra loro, soprattutto quando sono sovrabbondanti, divenendo quindi poco tutelabili. A ciò si aggiunge il conflitto tra i diritti delle generazioni, che le sentenze in materia previdenziale – ma anche in tema di sanità o sicurezza ambientale – rendono lampanti.

Il terzo riguarda la domanda citata in apertura: quanti diritti possiamo permetterci? Quanta giustizia ed uguaglianza può tollerare il nostro sistema economico – finanziario? Il quesito, evidentemente, non coinvolge solo l’Italia ma interroga tutti i paesi che evidenziano una sofferenza dei propri conti pubblici. Basti pensare, ad esempio, all’emblematica sentenza del Tribunale Costituzionale portoghese (Acórdão n. 187, 5 aprile 2013), che bocciò, tra le altre, una misura che riduceva i salari (sospendendo la 14esima) ai soli dipendenti pubblici evidenziando come tale norma introduceva l’equivalente di una nuova tassa di cui non era gravato un analogo dipendente, nelle stesse condizioni, se lavora per un privato. Risultato ? Lesione dei principi di «eguaglianza ed equità» e conseguente buco nel bilancio dello Stato, per almeno un miliardo di euro.

Verrebbe quindi da chiedersi se ha ragione Stefano Rodotà nel domandarsi, amaramente, se «è al tramonto l’età dei diritti e questi devono rifugiarsi in un’area dove pesano di meno rispetto alle compatibilità economiche o alla sicurezza?» (Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, 2012).

Insomma, se da un lato appare indiscutibile, anche alla luce della costituzionalizzazione del principio del pareggio di bilancio (art. 81 Cost.), il valore costituzionale dell’equilibrio finanziario, dall’altro non pare indice di una democrazia solida il divampare di una serie di diritti “finanziariamente condizionati”, magari enunciati per principi, ma senza alcuna concreta possibilità di realizzazione.

Senza dimenticare, in definitiva, che è proprio nei tempi di crisi che la necessità di ribadire e rafforzare i diritti si fa più stringente. I più toccati dalla crisi, infatti, sono le persone più esposte e finanziariamente o socialmente indifese: i detenuti (ed in tempi di crisi molte persone trovano difficile sostenere grossi investimenti nell’ammodernamento delle carceri), gli immigrati, che non sono ricevuti con molto entusiasmo, i pensionati delle fasce più basse, che vedono le loro pensioni ridursi progressivamente, i disoccupati, che in quanto tali sono esclusi da ogni residua forma di tutela sociale ed economica.