[29-04-2015] La nuova disciplina della responsabilità civile dei magistrati

di Michela De Santis, Dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Il Ricostituente si era già occupato di responsabilità civile dei magistrati, in un momento, la cui ricorrenza nel contesto politico-legislativo italiano è assai frequente, in cui si imponeva qualche chiarimento sul tema, considerando che nell’opinione pubblica era diffusa l’idea che i magistrati italiani andassero esenti da qualsivoglia responsabilità nell’espletamento della loro funzione giudicante (http://www.ilricostituente.it/2013/05/15/15-05-2013-la-responsabilita-civile-dei-magistrati-esiste-o-non-esiste/).

Era emerso come una responsabilità “esistesse” sebbene questa fosse indiretta e condizionata, e ciò a salvaguardia della posizione di indipendenza e autonomia della magistratura nell’esercizio della funzione giurisdizionale (artt. 101, 104 e 108 Cost.). Era emerso come la disciplina fosse dettata dalla legge Vassalli, approvata all’indomani di un referendum che, anche sull’onda del caso Tortora, aveva raccolto un grande consenso sull’abrogazione delle norme codicistiche che sancivano l’irresponsabilità dei magistrati. Era emerso altresì come l’Unione europea e il suo diritto (giurisprudenziale) imponessero una modifica di quella legge, dettando, l’Unione, per tramite di una serie di pronunce della Corte di giustizia, principi cui l’Italia avrebbe dovuto adeguarsi, già solo per il fatto che quella disciplina troppo di rado consentiva di individuare magistrati responsabili, con disfunzioni del sistema — quello delineato dalla stessa disciplina — talvolta evidenti.

Ebbene, dopo un travagliato iter, è stata approvata una legge modificativa di quella disciplina (la legge del 27 febbraio 2015, n. 18, pubblicata su GU n. 52 del 4 marzo 2015, in vigore dal 19 marzo 2015) varata forse più per recepire quel monito europeo, oggi sempre più gravante e diffuso, che non sulla reale convinzione di politica legislativa e/o di diritto circa la necessarietà della modifica nei termini della nuova legge. Infatti, si legge all’art. 1, «la presente legge introduce disposizioni volte a modificare le norme di cui alla legge 13 aprile 1988, n. 117, al fine di rendere effettiva la disciplina che regola la responsabilità civile dello Stato e dei magistrati, anche alla luce dell’appartenenza dell’Italia all’Unione europea», che nel frattempo aveva avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per mancato adeguamento.

Nonostante alcuni propositi di segno opposto, rimane ferma, nella nuova legge, la responsabilità indiretta del magistrato per cui il cittadino che ha subito un danno ingiusto dall’esercizio del potere giurisdizionale, che, del resto, è potere sovrano dello Stato, si deve rivolgere a quest’ultimo, soggetto più forte e apparentemente più solvibile, e non al singolo magistrato (assumendo che al cittadino prema più essere risarcito che non vedere inflitta una sanzione al magistrato responsabile). Lo Stato ha poi un «obbligo» di rivalsa nei confronti del magistrato, rivalsa che la nuova legge rende più stringente e accentuante la responsabilità del singolo, mutando la situazione giuridica soggettiva (da diritto a obbligo) ma, soprattutto, innalzando la soglia economica di rivalsa del danno.

La nuova legge amplia le chances risarcitorie eliminando il limite per cui il danno risarcibile è solo quello derivante «da privazione della libertà personale». Ma l’estensione delle possibilità risarcitorie dovrebbe venire anche, e preliminarmente, dall’abolizione del filtro di ammissibilità della domanda di risarcimento: barriera o argine che fosse, quel preliminare giudizio di ammissibilità, cautelativo della peculiare funzione giudicante ma forse troppo “circoloso”, è stato soppresso.

Ancora, in base alla nuova legge, l’attività di interpretazione di norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove potranno dar luogo a responsabilità nei casi di dolo o colpa grave. Vengono poi ridefinite le ipotesi di colpa grave (ravvisabile, oggi, anche nella violazione manifesta della legge e del diritto dell’Unione europea, nonché nel travisamento del fatto o delle prove) precisando, la nuova normativa, che per determinare la sussistenza di una «violazione manifesta» della legge o del diritto unitario, occorre tenere conto «del grado di chiarezza e precisione delle norme violate», nonché «dell’inescusabilità e della gravità dell’inosservanza», testualmente recependo, la nuova legge, la giurisprudenza della Corte di giustizia (Brasserie du pêcheur, punti 55 -57) la cui influenza sulla nuova legge è manifesta.

La nuova normativa mantiene l’impianto di base della legge Vassalli, recante la disciplina della responsabilità civile dei magistrati, tentando, tuttavia, con una serie di correttivi e definizioni, che vanno indubbiamente a incidere anche sulla tanto discussa  «clausola di salvaguardia» del potere giurisdizionale, di garantirne una maggiore effettività.

Varrebbe la pena, nell’ambito di ogni valutazione circa l’opportunità e giustezza della nuova legge, interrogarsi, ancor prima, su quale sia, oggigiorno, il ruolo del giudice. Per il Presidente della Repubblica il moderno magistrato è «artefice del diritto vivente e non più solo bocca della legge», ciò che ha imposto la correzione di una legge troppo poco attuale e troppo poco confacente a tale nuovo ruolo. Dove c’è più potere (nel caso qui, interpretativo), c’è più responsabilità.

Da una diversa prospettiva e alla luce di una diversa (tra le tante) analisi, la questione non si pone negli stessi termini e la conclusione cui si giunge è di segno opposto. Nell’analizzare il rapporto processuale entro cui si inserisce l’attività del giudice, accertare la responsabilità del giudice assumendo il giudicato come punto di partenza di quel giudizio di responsabilità potrebbe apparire distonico rispetto alla stessa essenza del giudicato, di chiovendiana definizione, dovendosi l’ordinamento, giunti al giudicato, disinteressare dei fatti e degli errori del giudice (a meno di non rimuovere la sentenza stessa passata in giudicato).  Così, un ampliamento della responsabilità, sub specie di ampliamento delle ipotesi di colpa grave, nonché delle possibilità di azione nei confronti del magistrato, potrebbe appunto stonare con quel sistema processuale, non salvaguardando, al tempo stesso, l’indipendenza e l’autonomia della funzione giurisdizionale costituzionalmente tutelate.