[17-3-2015] La sfida impossibile, ma coraggiosa, del «lodo Pertici»

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Mentre il progetto di riforma costituzionale, ottenuta l’approvazione della Camera dei Deputati in prima lettura, è tornato alla Commissione Affari Costituzionali del Senato (ddl n. AS.1429 B), alcuni giornali hanno dato spazio ad un’iniziativa sul tema del deputato di minoranza del Pd Civati battezzata come «lodo Pertici». Ma che cosa è, esattamente, il «lodo Pertici» ? Si tratta della proposta, avanzata sul sito Articolo21.org, del costituzionalista Andrea Pertici mirata a tentare, per quel che è possibile, di mettere mano ancora alla riforma costituzionale, con il fine di smussarne alcune spigolosità e dare nuova linfa ad alcuni temi che appaiono meno vitali nel testo del Governo, a cominciare da quello della partecipazione.

I margini di manovra, per stessa ammissione di Pertici, sono assolutamente limitati e si assottigliano ad ogni passaggio parlamentare. Ben lungi dal poter proporre alcune modifiche strutturali (che invece Civati e Pertici hanno descritto nell’interessante libro, edito da Melampo, Appartiene al popolo. Come restituire la sovranità ai cittadini, e, ancor prima, nel ddl di riforma costituzionale, alternativo a quello del Governo, n. AC. 2227 presentato dallo stesso Civati alla Camera nel marzo 2014), l’idea fa leva su una norma del regolamento del Senato, e darebbe luogo a cambiamenti del tutto minimali, ma forse non privi di senso. Si tratta, più precisamente, dell’art. 104 del Regolamento del Senato ove si legge che «se un disegno di legge approvato dal Senato è emendato dalla Camera dei deputati, il Senato discute e delibera soltanto sulle modificazioni apportate dalla Camera, salva la votazione finale». Al secondo comma, poi, si precisa che sono ancora possibili nuovi emendamenti ma che gli stessi possono «essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei deputati».

Qui sta il tema focale: cosa ha modificato la Camera ? Quasi nulla, se non alcuni aspetti di dettaglio, come si nota dall’analisi comparata dei testi (http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/AC0500G.Pdf).

Innanzitutto alcuni quorum deliberativi, come quello necessario per la richiesta di vaglio preventivo della Corte Costituzionale sulla legge elettorale (nuovo art. 73 Cost.), abbassato ad un quarto dei membri per la Camera o quello necessario per l’elezione del Presidente della Repubblica, alzato a tre quinti dopo il settimo scrutinio (nuovo art. 82 Cost.). Poi si è intervenuti sul nuovo art. 70 Cost., che ripartisce le competenze tra Camera e Senato, aumentando un poco le leggi che richiederanno – anche con il nuovo testo – l’approvazione di entrambi i rami del Parlamento. Interessante, e probabilmente opportuna, sempre nel corpo del nuovo art. 70 Cost. è apparsa l’introduzione di un nuovo comma che attribuisce ai Presidenti delle Camere, d’intesa tra loro, le decisioni in merito a questioni di competenza tra Camera e Senato. Questioni, peraltro, che probabilmente non mancheranno in quanto le leggi da approvare con voto anche del Senato sono individuate per materia ma, come noto, esistono aree di confine decisamente critiche ed ambigue.

Insomma, il «lodo Pertici» probabilmente nasce già assai zoppicante, e lo stesso proponente è molto franco nel dire che, in seconda lettura, i Senatori e Deputati si troveranno davanti alla logica del prendere o lasciare. Di conseguenza, il merito di Pertici, forse, sta proprio nell’evidenziare quali saranno le dinamiche della seconda tornata parlamentare: più che ad una discussione o ad un approfondimento, si assisterà, purtroppo, ad un braccio di ferro. Senza dimenticare che anche i cittadini, in sede di referendum confermativo (se ci sarà), si troveranno davanti al medesimo dilemma, impossibilitati ad esprimersi liberamente a favore o contro i singoli elementi contenuti nella riforma, ma chiamati invece ad un “si” o un “no” complessivo. Del resto, di questo rischio aveva scritto, in tempi non sospetti, anche Valerio Onida (Corriere della Sera, 18 maggio 2012), criticando l’idea del “pacchetto” di riforme da votare con un’unica legge costituzionale, e proponendo invece di approvare «separatamente tante leggi quanti sono gli oggetti sostanziali che si vuole riformare».