[5-3-2015] Decreti legge e riforme strutturali: un binomio impossibile?

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Forse ha ragione Gustavo Zagrebelsky nel sostenere che «viviamo un tempo esecutivo» dove il compito del potere legislativo e giudiziario sarebbe quello «di adeguarsi, di allinearsi, di mettersi in riga» (Repubblica, 25 febbraio 2015).

Certo è che la crisi del procedimento legislativo ordinario ed il marcato utilizzo dei decreti legge è un fenomeno che viene da lontano, accentuato dalla trasformazione del sistema politico avvenuta dal 1992 in avanti.

Basti pensare che, ad esempio, come si evince da un recente osservatorio sulle fonti redatto dall’ufficio studi della Camera dei Deputati (http://documenti.camera.it/bpr/23358_testo.pdf), durante la XVI legislatura (2008-2013) sono stati emanati 118 decreti legge con una media di 2,09 al mese, in linea con la legislatura precedente ed in leggero calo rispetto alla XIV legislatura (3,66 al mese) ed alla XII (3,36 al mese). Alcuni acuti costituzionalisti hanno osservato come, ormai, si debba parlare del decreto legge alla stregua di un “disegno di legge rafforzato”, non in esatta aderenza a quanto immaginato dai costituenti (sul tema cfr. il n. 2/2013 «Law & Disorder. L’Italia sotto l’attacco delle regole» della rivista Analisi Giuridica dell’Economia).

In questo contesto, non si può omettere come l’attuale Governo stia provando a razionalizzare e normalizzare tale patologia, in parte già arginata dalla nota sentenza della Corte Costituzionale n. 360/1996 in merito al divieto della reiterazione dei decreti legge. Già, perché il disegno di legge di riforma costituzionale, approvato in prima lettura lo scorso 8 agosto in Senato (ora in discussione alla Camera), tra le varie modifiche proposte alla seconda parte della Costituzione, introduce anche la possibilità per il Governo di farsi promotore di un’iniziativa legislativa ordinaria, cui però dedicare una sorta di corsia preferenziale.

Il testo uscito dal Senato, infatti, prevede l’introduzione di un nuovo ultimo comma dell’art. 72 Cost., ove è stata introdotta la facoltà per il Governo di «chiedere alla Camera dei deputati di deliberare che un disegno di legge, indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla votazione finale entro sessanta giorni dalla richiesta».

Così, forse, si porrebbe fine al costante e dannoso tentativo di ampliare a dismisura i requisiti di necessità ed urgenza richiesti dall’articolo 77 Cost., con la conseguenza che diverrebbero più chiare le responsabilità del Governo (che fin dall’origine del disegno di legge lo targherebbe come essenziale per il programma) e del Parlamento, nella sua libertà di promuovere o respingere la proposta.

Ciò detto, un poco stupiscono le feroci critiche sollevatesi rispetto alla possibilità che, nelle prossime settimane, il Governo emani un decreto legge avente ad oggetto la riforma della Rai.

Certo, a scanso di equivoci va detto che la materia è complessa e delicata, e si presterebbe ad essere dibattuta e promossa con una procedura legislativa ordinaria (sul merito della riforma, mi permetto un rinvio a Pluralismo ed efficienza: la proposta dualistica per la RAI, sul sito nelMerito.com http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=2099&Itemid=1).

Pochi ricordano, però, che il prossimo aprile con l’assemblea di approvazione del bilancio, cesserà il mandato triennale dell’attuale Consiglio di Amministrazione della Rai. Di conseguenza, la riforma tramite decreto legge appare la strada più sicura in grado di assicurare la possibilità di cambiare la governance in tempo utile per non sprecare ancora un’occasione ed evitare di nominare il nuovo vertice della tv di Stato con la vecchia legge l. 112/2004 (cd. legge Gasparri), i cui dettami sono recepiti nello statuto sociale.

In altri termini, è legittimo sospettare che alcuni di quelli che si oppongono al decreto, più che alla centralità del Parlamento paiono affezionati in primis ai meccanismi di nomina vigente (articolo 21 dello statuto della Rai) che prevde, come noto, un Consiglio di Amministrazione di nove membri, di cui sette di nomina parlamentare (Commissione di Vigilanza) e due, tra cui il Presidente, nominati dall’azionista (il Governo, per il tramite del Ministero dell’Economia), ed in secondo luogo alle inefficienze e contraddizioni dell’organizzazione societaria, che lasciano campo aperto ad alcune incursioni indebite della politica.

Insomma, se da un lato è evidente che una riforma strutturale della governance della tv pubblica non si presti ad un decreto legge, con tutti i rischi ed incertezze che genera questo strumento (mancata conversione, differenze di testo tra il decreto – che entra subito in vigore – e la legge di conversione), dall’altro lato appare corretto ritenere che l’imminente scadenza del Consiglio sia un fatto che impone la necessità e l’urgenza di agire prontamente per non annacquare il desiderio di riforma e non assecondare i professionisti del rinvio.

Infine, un post scriptum. Sarebbe istituzionalmente corretto e particolarmente significativo se Camera e Senato, con spirito collaborativo con il Governo, proponessero di accantonare l’idea del decreto legge impegnadosi però a calendarizzare, discutere e votare entro due mesi un disegno di legge avente ad oggetto la riforma della Rai.