[27-2-2015] I primi passi di Mattarella, Rappresentante dell’unità nazionale

di Luigi Testa, dottorando in diritto pubblico, Università di Pavia

Nel 1985, trent’anni fa, andava alle stampe Gli uomini del Quirinale, il testo di Antonio Baldassarre e Carlo Mezzanotte che oggi – e questa è colpa grave, anzi gravissima – si trova solo in qualche biblioteca ben fornita. Gli autori proponevano un attento studio delle esperienze presidenziali verificatesi fino ad allora – e ferme, quindi, al settennato di Pertini – che, tra le altre cose, permetteva di cogliere in rilievo il senso di quella rappresentanza dell’unità nazionale che l’art. 87, Cost., intitola al Presidente della Repubblica. La prospettiva scelta per l’indagine scientifica era quella dell’elezione del Presidente, con le sue regole e le sue regolarità; quello che Leopoldo Elia aveva giustamente chiamato «il momento di massima dislocazione e dissociazione delle forze politiche». Su questo tracciato, Baldassarre e Mezzanotte individuavano due opzioni, che non si escludono a vicenda: una “unità nazionale” – cui è connesso «un ruolo di integrazione politica fra tutte le forze nazionali» – e una “unità maggioritaria”, «pensata in funzione di aggregazione e di stabilizzazione della maggioranza di governo». Pensava alla prima il costituente, quando richiedeva la maggioranza qualificata dei due terzi per i primi tre scrutini nell’elezione presidenziale; alla seconda, quando abbassava il tiro con la previsione della maggioranza assoluta.

Con i suoi 665 voti su 1009, Mattarella praticamente sfiora la maggioranza dei due terzi – e con questo sfiora la prima ipotesi, quella dell’ “unità nazionale”. D’altra parte, le schede bianche finite nelle insalatiere di Montecitorio segnano più una non sfiducia (o forse una fiducia non dichiarata, se mai esistesse) che una sfiducia. È chiaro, cioè, per intenderci, che le schede bianche del 3 febbraio 2015 sono ben diverse da quelle del 15 maggio 2006, quando a salire al Quirinale fu, per la prima volta, Giorgio Napolitano. Di fatto, il settennato di Sergio Mattaralla è nato con un tono unitivo, che il Presidente pare intenzionato a non smarrire. Anzi, significativa forse più degli altri momenti celebrativi ufficiali dei primi giorni è stata la visita privata, subito dopo la comunicazione del Presidente Boldrini, al memoriale delle Fosse Ardeatine. Lì si è trattato di andare alle radici di quella “unità nazionale” di cui era appena diventato rappresentante. Non altrimenti può intendersi, infatti, questa unità se non come “unità costituzionale” – come riferimento ai valori della Costituzione; e non altrimenti può intendersi questa “unità costituzionale” se non anzitutto come “unità antifascista”. Non c’è una scelta di campo politico-ideologica in quella prima visita del Capo dello Stato, ed è un bene che tale non sia stata (fra)intesa: si tratta, piuttosto, di porsi nel punto zero dell’unità nazionale/costituzionale, e da lì partire. Appare ancora più chiaro se si collega la prima uscita privata del neo eletto Presidente a quella che di fatto è stata la prima uscita pubblica dopo il giuramento (se non si tiene conto della visita “istituzionale” al Consiglio di Stato e al CSM): il ricordo, in Sapienza, a Roma, di Vittorio Bachelet (del resto anticipato, il giorno prima, nelle poche parole al Consiglio Superiore della Magistratura). Anche lì, si è trattato di porsi alle origini dell’unità nazionale/costituzionale; proprio perché questa unità non è posta (o almeno non si esaurisce) in una fase della storia del nostro Paese, ma piuttosto si condensa nella condivisione dei valori affermati dalla Costituzione e feriti il 12 febbraio 1980 come il 24 marzo 1944.

Da questa postazione definita, il Presidente della Repubblica riesce a rivolgersi alla generalità dei concittadini. Non soltanto ai concittadini di ogni appartenenza – cosa che gli sarebbe impedita, invece, se l’unità nazionale rappresentata fosse ben determinata in un contesto storico, piuttosto che in un contesto di valori; ma anche, su un unico asse prospettico, sia ai cittadini governanti che ai cittadini governati. Il Presidente è rappresentante dell’unità nazionale non nel senso di farsi tribuno, o portavoce, del popolo. La sua rappresentanza non è, come avviene per quella dei parlamentari (almeno come essa è comunemente intesa), dai cittadini verso chi-decide, ma è verso l’intera Nazione cui egli rappresenta / ri-presenta / rende presenti / addita / ricorda / segnala le ragioni dell’unità. E tanto più può realizzare questa “rappresentazione”, tanto più egli è libero dalle ipoteche della “unità maggioritaria”, potendo piuttosto riferirsi alla più ampia “unità nazionale”.

Mattarella sembra avere in pieno il senso di tutto ciò. E sembra pure avere piena consapevolezza del “punto di forza” che la scelta di questa prospettiva comporta: la possibilità, cioè, di rivolgersi con le medesime parole – con la medesima opera di rappresentazione – sia ai governati che ai governanti, evitando il rischio di essere schiacciato in una dialettica (spesso inutilmente polemica) tra le due categorie. Così suona, ad esempio, la dichiarazione rilasciata nel contesto della visita alle Fosse Ardeatine. «L’alleanza tra nazioni e popolo seppe battere l’odio nazista, razzista, antisemita e totalitario di cui questo luogo è simbolo doloroso. La stessa unità in Europa e nel mondo saprà battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore». Ponendosi alla fonte stessa dell’unità nazionale, Mattarella la faceva essere presente, riproponendola così alla generalità dei cittadini, con un messaggio che però ha chiaramente, oltre ad un volto presentato ai governati, uno non meno marcato rivolto ai governanti (addirittura, nel caso in commento, non soltanto nazionali).

Solo questa scelta di prospettiva – non tra cittadini e politica, ma ponendoli, appunto, su un unico asse prospettico – permette di tenere alla larga i rischi di una certa tentazione populista che è sempre in ballo quando si parlare di “rappresentanza”, con tanta più suggestione in questi tempi di crisi (ed è un peccato che di crisi non se ne possa fare il plurale, perché al plurale andrebbe declinato in questo caso). Pronti, naturalmente, ad ogni smentita, Mattarella sembra averlo colto. Come ha colto che l’unico modo per farsi sentire (in una politica così roboante, e dopo una stagione in cui non passava giorno senza che Giorgio Napolitano fosse costretto ad intervenire) è quello di diminuire le parole. Chi parla a voce bassa, si sa, costringe gli altri a stare più attenti.