[19-2-2015] Attuare la costituzione per promuovere l’uguaglianza

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Si dice spesso, giustamente, che il Presidente della Repubblica, nel nostro sistema, è il garante della Costituzione. E’ curioso, ma nel testo costituzionale, che pure descrive dettagliatamente i molti compiti del capo dello Stato (art. 87 Cost.), non trova spazio testualmente questa espressione.

La dizione, si dice, deriva da un risalente saggio del giurista tedesco Carl Schmitt (Il Custode della Costituzione, 1931), ove l’autore avvertiva l’esigenza dell’esistenza di una forza neutrale al di sopra della molteplicità degli interessi antagonistici, che rappresentasse la totalità del popolo e fosse – appunto – custode e garante della Costituzione.

L’espressione (la cui concretizzazione – per Schmitt – richiedeva un sistema ad elezione diretta del Presidente della Repubblica) ha fatto molta strada ed oggi, forse, viene spesso ripetuta meccanicamente anche dai nostri politici senza indagarne a fondo il significato.

Tra i molti meriti che ha avuto il discorso del neo-presidete Mattarella, vi è anche quello di aver saputo declinare tale funzione, dicendo senza mezzi termini che la «garanzia più forte della nostra Costituzione» non si trova in questo o in quel marchingegno tecnico, ma, semplicemente «nella sua applicazione, nel viverla ogni giorno».

Già, perché la Costituzione, diceva Piero Calamandrei, parlando agli studenti milanesi nel gennaio del 1955 «non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove; perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile». Insomma, bisogna viverla.

Ma cosa significa, esattamente, vivere la Costituzione? La domanda sembrerebbe ardua, ma il Presidente Mattarella ha saputo rispondervi durante il suo discorso con una semplicità disarmante, concretizzando i principi costituzionali in possibili politiche concrete a servizio del paese.

La sfida del pluralismo informativo, la tutela dei disabili, la promozione di soluzioni di pace, la tutela contro discriminazioni di genere, sesso ed età, la lotta per la legalità, il merito e le pari opportunità. Sono, tutti, aspetti citati da Mattarella per dimostrare come sull’insieme di queste politiche si fondi, in definitiva, il principio di uguaglianza promosso dall’articolo 3 della Costituzione, «il più impegnativo» del testo, secondo Calamandrei.

Quale poi sia lo stato di salute del principio di uguaglianza nell’Italia di oggi, è difficile da capire.

Di certo un buon modo per farsi un’idea può essere quello di leggere l’ultimo breve saggio del costituzionalista Michele Ainis (La Piccola eguaglianza, Einaudi, 2015). Un libro che, scendendo nei casi particolari, si interroga sui dilemmi dell’uguaglianza, concetto che va a braccetto con la giustizia. Ma è giusta la legge, si chiede Ainis introducendo il libro ed utilizzando le parole di Anatole France «che proibisce tanto ai ricchi quanto ai poveri di dormire sotto i ponti» ? Corrisponde ad uguaglianza, più prosaicamente, che un insegnante di scuola elementare guadagni la stessa cifra a Milano ed a Ragusa, dove però il suo potere di acquisto è più alto del 27,3% ?

Così si fa strada nel libro l’idea che il diritto, per garantire giustizia, talvolta deve eguagliare, talvolta differenziare. Deve guardare alle piccole diseguaglianze – ammesso che siano davvero piccole – forse ancor più che alle grandi (le quali invece «pongono un problema etico, che interpella il senso stesso della vita).

Gli americani definiscono affermative actions i provvedimenti che diseguagliano per eguagliare, tanto più ammissibili quanto più attuati sui binari della proporzionalità e ragionevolezza, principi insegnati a più riprese dalla nostra Corte Costituzionale (cfr. ad esempio Corte Cost. 91/1973 o Corte Cost. 2/1999).  Ricordando sempre che l’uguaglianza da desiderare, quella dell’art. 3 Cost., è nel punto di partenza, non in quello di arrivo, altrimenti sfocia nell’egualitarismo e poi nel totalitarismo.

Si tratterebbe, per dirla con le sue parole, di un «eguale libertà di diventare diseguali, però partendo da uguali».