[23-1-2015] Il Presidente e la grazia

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Cosa accomuna Fabrizio Corona e Silvio Berlusconi? Quantomeno il fatto che entrambi si sentissero di meritare un provvedimento di grazia da Giorgio Napolitano. Che non è mai arrivato.

Sì, perché, fra i vari poteri presidenziali, l’art. 87 della Costituzione conta anche quello di concedere la grazia o commutare le pene. Si tratta di un istituto risalente nel tempo, addirittura agli Stati assoluti. Allora, infatti, tutto il potere promanava dal Re, ed era dunque ovvio che il Sovrano potesse adottare, in base al proprio arbitrio, provvedimenti clemenziali. Con le repubbliche democratiche molto è cambiato, si è affermato il principio di separazione dei poteri. Il potere di grazia, però, si è conservato. Appare evidente come, nelle moderne democrazie, questo istituto debba essere gestito con prudenza ed incanalato in vincoli procedimentali ben precisi. Il nostro sistema prevede che il decreto presidenziale di concessione della grazia debba essere controfirmato dal Ministro della giustizia. Fino a qualche anno fa, cioè, tutti pensavano che il potere del Capo dello Stato fosse condiviso con il Governo. Questa impostazione è stata messa in discussione con riferimento al terrorista Ovidio Bompressi. Ciampi, infatti, voleva concedergli la grazia, ma il ministro della giustizia di allora, Roberto Castelli, si rifiutava di firmare il provvedimento di clemenza. La questione fu portata in Corte costituzionale, la quale disse che – a ben vedere – il potere era solo presidenziale e il ministro non poteva rifiutarsi di controfirmare. Nel mentre Ciampi lasciò la presidenza a Napolitano, che firmò la grazia a Bompressi fra i primi atti del suo mandato. “Se il buongiorno si vede dal mattino”, qualcuno pensò. In realtà Napolitano è stato il più parco concessore di grazia: solo 23, contro le quindicimila di Einaudi, ed un totale di oltre quarantaduemila, sommando tutti i Presidenti.

Poche, dunque, ma non per questo sono passate inosservate. In alcuni casi, infatti, il Presidente Napolitano ha deciso di graziare condannati con una particolare storia politica. E, ciò, ha creato non pochi scrupoli di compatibilità con quanto affermato dalla Corte costituzionale, cioè che il provvedimento si debba fondare su ragioni umanitarie e non politiche. Ha fatto discutere, in particolare, la grazia a Bompressi, come si è detto. Ma anche quella rilasciata a cinque terroristi altoatesini, autori di attentati negli anni Sessanta. Controversa è stata pure la grazia concessa al colonnello americano Joseph Romano, coinvolto nel rapimento dell’Imam di Milano Abu Omar. Meno significativa, ma pur sempre ai confini con la politica, la grazia concessa a Alessandro Sallusti, direttore di Libero, condannato per diffamazione. Nulla, invece, per Silvio Berlusconi. Eppure, secondo l’ex premier, per Napolitano era un “dovere morale”.

Ce n’è abbastanza per concludere che questo istituto, retaggio di un passato lontano, si presti a polemiche e strumentalizzazioni. Andrebbe, dunque, sensibilmente ripensato, se non eliminato.

(pubblicato sul Secolo XIX del 23-1-2015) @lorenzocuocolo