[21-1-2015] Il Presidente nella formazione del Governo

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Fra le funzioni più rilevanti attribuite al Presidente della Repubblica c’è la formazione del Governo.

I primi quarant’anni di vita costituzionale sono stati caratterizzati da un sistema elettorale proporzionale. I partiti si presentavano agli elettori ciascuno col proprio programma, senza formare coalizioni. Solo dopo il voto si cercava di costruire una maggioranza. Il Presidente giocava un ruolo da “ostetrica”, perché doveva scegliere il Governo con maggiori chances di ottenere la fiducia parlamentare.

Con il referendum del 1993, si passò ad un sistema maggioritario (il Mattarellum). E poi, nel 2005, fu la volta del Porcellum, infine dichiarato incostituzionale. Come si voterà in futuro non si sa, poiché le sorti dell’Italicum sono ancora incerte. Si può dire, comunque, che, dopo la riforma del 1993, tutte le leggi sono state accomunate dall’obiettivo di far emergere dalle elezioni una forza vincente, con un leader ben individuato.

Sulla carta, quindi, il ruolo del Presidente si sarebbe dovuto attenuare, per tornare a funzioni poco più che notarili: egli, cioè, avrebbe dovuto nominare alla guida del Governo il leader della forza o della coalizione uscita vincitrice dalle elezioni.

Ma le cose non sono andate così, vuoi perché non sempre ci sono stati chiari vincitori delle elezioni, vuoi perché i governi non hanno retto per tutta la durata della legislatura. E così, anche in sistemi elettorali dagli effetti maggioritari, il ruolo del Presidente nella formazione del governo è rimasto determinante.

Se ciò è vero per i Governi nati dopo un voto popolare, è tanto più vero per i governi nati in corso di legislatura, per sostituire un governo precedente entrato in crisi. In tale ipotesi, infatti, il potere presidenziale di nomina si sposa ad un altro micidiale potere, quello di scioglimento anticipato delle Camere. Se, quindi, si verifica una crisi di governo, il Capo dello Stato può decidere di sciogliere il Parlamento e restituire la parola agli elettori, oppure cercare di formare un nuovo governo, con un ampio margine di discrezionalità. Si pensi, ad esempio, alle furibonde polemiche per la scelta che fece Scalfaro, alla caduta del primo governo Berlusconi, di formare il governo “tecnico” guidato da Lamberto Dini, anziché tornare al voto. E, sempre Scalfaro, alla caduta di Prodi nominò D’Alema, peraltro sospettato di aver ordito la congiura verso il suo alleato. Ma l’esempio più importante riguarda Napolitano, che alla caduta di Berlusconi non volle sciogliere le Camere e formò il governo Monti, scegliendo un esperto esterno ai partiti politici, peraltro da lui nominato, pochi giorni prima, senatore a vita. Non a caso si parlò di un “Governo del Presidente”. Al di là delle apparenze e delle tendenze leaderistiche che caratterizzano la vita politica, dunque, il ruolo che il Capo dello Stato ha – ancora oggi – nella formazione dei governi, è determinante.

(pubblicato sul Secolo XIX del 21-1-2015) @lorenzocuocolo