[16-1-2015] Un Presidente: per fare cosa?

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Fioccano gli elenchi, spesso fantasiosi, dei papabili alla Presidenza della Repubblica. Per comprendere chi possa avere il profilo più adatto è necessario chiarire quale ruolo abbia, nel nostro ordinamento, il Presidente della Repubblica.

Quando nacquero le Repubbliche del Novecento, a cominciare da quella di Weimar, si discusse a lungo sull’opportunità di avere un Capo dello Stato, una figura che, in sostanza, incarnasse ruolo e funzioni che prima erano state del Re. Alcuni teorici dell’epoca ritenevano preferibile non porre vincoli alle maggioranze parlamentari elette e, semmai, rafforzare il controllo giurisdizionale sul loro operato, mediante tribunali costituzionali. Alla fine, però, dappertutto prevalse l’idea che un “guardiano della Costituzione” fosse necessario.

Funzioni e poteri del Presidente, però, sono molto differenziati a seconda della forma di governo all’interno della quale il Presidente si colloca. Vedremo domani gli esempi comparati. In Italia, la dottrina ha variamente definito il Presidente: potere neutro, garante, addirittura notaio della Costituzione. Il testo della Costituzione non dà la sensazione di un Presidente di grande potere. E infatti, in Assemblea costituente, si levarono voci critiche per un Presidente “maestro di cerimonie”, ancora più debole del “re travicello” dello Statuto albertino, incapace di gestire le eventuali crisi del sistema. L’esempio della terza Repubblica francese, del resto, era troppo fresco.

Nella realtà le cose sono andate in modo diverso. Forse è più azzeccata la definizione del Presidente come “motore di riserva” del sistema. Il suo ruolo, cioè, emerge quando gli altri attori, e soprattutto i partiti politici, vanno in crisi. A seconda delle contingenze storiche, quindi, abbiamo avuto Presidenti più o meno attivi. Molto controversa, ad esempio, fu la presidenza di Scalfaro, che guidò il Paese negli anni di Tangentopoli. Fece in particolare discutere la sua ferma opposizione a sciogliere le Camere dopo la crisi del primo governo Berlusconi, nel 1994, favorendo la nascita del governo Dini.

Anche Napolitano è stato, senz’altro, un Presidente attivo. Si è trovato a fronteggiare una crisi istituzionale senza precedenti ed è stato, sia in patria, sia all’estero, l’unico riferimento stabile di fronte all’incapacità dei partiti politici di dare una linea chiara di governo del Paese. Lui stesso, però, nell’ultimo discorso di fine anno, ha affermato come sia giunto il momento di chiudere la parentesi di eccezionalità costituzionale. Un auspicio per il suo successore. Se il sistema politico sarà in grado di ritrovare stabilità, il nuovo Presidente starà più nell’ombra. Se dovessero tornare venti di crisi, il Capo dello Stato sarà chiamato ad un compito ancora più difficile di quello svolto da Napolitano, in un contesto interno e internazionale che speriamo di non dover vivere.

(pubblicato sul Secolo XIX del 16-1-2015) @lorenzocuocolo