[5-1-2015] Gli interessi di tutti e l’ombra di uno solo

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

L’approvazione da parte del Governo di una presunta norma salva-Berlusconi assume i contorni di un vero e proprio giallo, politico e giuridico.

Se la norma entrasse in vigore e si applicasse anche all’ex-premier, la “non punibilità” comporterebbe, a catena, la revoca della sentenza e la non applicabilità della legge Severino sulla incandidabilità. Berlusconi, cioè, verrebbe restituito alla vita politica con uno strumento più forte della grazia, ancora in questi giorni invocata da alcuni irriducibili del Cavaliere.

Ma quali sono, in concreto, gli effetti giuridici che una simile norma potrebbe produrre? Il discorso è assai intricato. L’art. 2 del codice penale dispone chiaramente che «Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato». A ciò si collega l’art. 673 del codice di procedura penale, a tenore del quale «Nel caso di abrogazione o di dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice, il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza di condanna». Tutto porta a concludere che la norma di cui si discute potrebbe effettivamente trovare applicazione anche per il caso di Berlusconi. Almeno a prima vista. Perché si possa revocare la sentenza, infatti, è necessario trovarsi di fronte alla “abrogazione” di un reato. La “norma intrusa” sui reati fiscali, invece, prevede una “non punibilità”, e non è chiaro cosa si debba intendere con tale espressione. Solo le modifiche che incidano sulla “struttura” del reato, infatti, secondo la Corte di cassazione, possono portare alla revoca della sentenza di condanna ed alla cessazione degli effetti penali. Bisognerebbe dunque chiarire se il reato è abrogato, nonostante l’ambiguità della norma (e, su questo, la risposta deve essere verosimilmente affermativa), nonché se la fattispecie resta punibile in base ad un’altra più generale previsione di legge penale. La possibilità di un’applicazione alle vicende concrete di Berlusconi, dunque, sarebbe rimessa al margine interpretativo del giudice dell’esecuzione. Questo non potrebbe, ovviamente, rivalutare i fatti, e – dunque – modificare il giudizio su quanto compiuto dall’ex-premier. Potrebbe, però, revocare la sentenza (anche se passata in giudicato), accertando che i fatti per i quali Berlusconi è stato condannato erano reato allora, ma non lo sono più oggi, in base alla norma sopravvenuta.

Ce n’è abbastanza per sollevare un polverone. Nessuno, nelle stanze del Governo, accetta la paternità della norma. È un mistero come, all’ultimo momento, sia entrata nella riforma fiscale. Il risultato è che Renzi si è affrettato a bloccare tutto, chiedendo agli uffici di non trasmettere al Parlamento il testo già approvato dal Consiglio dei Ministri. Una precipitosa retromarcia, dunque, che certo non è un successo di immagine per il Governo.

La vicenda, più in generale, dimostra come il Paese, ancora, non riesca a superare l’ombra lunga del Cavaliere. Le leggi, tanto più quelle penali, dovrebbero essere scritte nell’interesse di tutti e senza condizionamenti derivanti da questa o quella situazione. Purtroppo, nonostante tre anni di passione politica ed istituzionale, i legislatori sembrano sempre offuscati dall’agire pro o contro Berlusconi. È accaduto con le proposte di revisione della legge Severino, per aiutare il Cavaliere, e accade oggi con un gioco di prestigio, facendo comparire e sparire dalla riforma fiscale una norma, solo per gli effetti che potrebbe avere sulle vicende personali di un ex presidente del Consiglio.

(pubblicato sul Secolo XIX del 5-1-2015) @lorenzocuocolo