[2-1-2015] È tempo di tornare alla normalità costituzionale

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

“Senso di responsabilità e senso del dovere, senso della legge e senso della Costituzione, in sostanza senso della Nazione”. Come nell’Italia postbellica. Questo è il passaggio che, forse, riassume meglio lo spirito dell’ultimo discorso di fine anno del Presidente Napolitano. Un discorso denso, non retorico né scontato. Improntato ad una “ragionata fiducia” nel futuro. Non nei partiti, ma negli italiani e in tutte le formazioni sociali intermedie che compongono l’ossatura sana dell’Italia.

Schietto ed essenziale, ma soprattutto sobrio. A cominciare dalla scenografia, che non restituisce né la malinconia crepuscolare del “salottino” di Scalfaro, né il simbolismo tecnologico del computer sulla scrivania di Ciampi. Solo un tavolo da lavoro, preferito a quello di rappresentanza, con qualche foglio e un bicchiere d’acqua. Un’immagine in linea con l’idea di “servizio” al Paese, che traspare in più passaggi e che lo stesso Presidente esplicita nelle battute finali del discorso. Non un privilegio, né un esercizio di potere, ma un servizio. Ed è proprio vero, nel caso di Napolitano, che avrebbe volentieri evitato il secondo mandato, se solo il sistema politico italiano si fosse dimostrato più capace.

Quando accettò la rielezione, Napolitano disse che il suo nuovo, anomalo, mandato si sarebbe protratto fino all’approvazione delle riforme, oppure fino a che le forze lo avessero sorretto. E proprio le difficoltà legate all’età sono il primo motivo che Napolitano richiama quale causa delle sue imminenti dimissioni. Queste, ricorda Napolitano, sono espressamente previste dalla Costituzione e rimesse alla valutazione del solo Presidente. Un atto “personalissimo”, come si legge in dottrina. Che, infatti, non richiede neppure la controfirma del Presidente del Consiglio. Come dire: nessuno provi a forzare di nuovo la mano o a fargli cambiare idea.

Ma l’esigenza di terminare il secondo mandato ha anche altre motivazioni. Spiega il Presidente, infatti, che è giunto il momento di chiudere la “parentesi di un’eccezionalità costituzionale”. E, ancor più chiaramente, che è necessario tornare alla “regolarità dei tempi di vita delle istituzioni”, oltre che degli uomini che le incarnano. Con questo passaggio Napolitano sembra ammettere che la storia italiana degli ultimi tre anni, dalla caduta di Berlusconi, a Monti, Letta e Renzi, ha registrato non poche tensioni e torsioni della Carta costituzionale, proprio a cominciare dal ruolo forte assunto dal Presidente della Repubblica. Ciò, da un lato, è stato l’unico modo per consentire al Paese di superare gravissimi rischi di tracollo economico e di cessione di sovranità alla troika. Ma, dall’altro, deve essere limitato allo stretto necessario. E ora è il momento di tornare al ritmo e agli equilibri disegnati dalla Costituzione.

La normalizzazione è possibile anche perché, come sottolinea Napolitano, il processo di riforma è finalmente in moto. Certo non è compiuto, ma è ben avviato e sembra che il Presidente nutra fiducia nelle capacità del Governo e del Parlamento di completarlo in tempi brevi. Le priorità sono sempre le stesse, e Napolitano non le dimentica: la legge elettorale, il superamento del bicameralismo, un nuovo equilibrio di poteri tra Stato e Regioni, le più importanti riforme sociali ed economiche.

Ancora una volta il Presidente sottolinea come le riforme siano un veicolo indispensabile per uscire dalla crisi. Ma il cammino deve essere percorso all’interno della chiara vocazione europea dell’Italia. Napolitano sottolinea l’importanza che ha avuto il semestre italiano di presidenza dell’Unione e con durezza bolla come “velleitario e pericoloso” l’appello ad uscire dall’Euro.

La rinascita della Nazione, cioè, non può passare dall’antipolitica, anche se occorre “bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo” e recuperare gli “intangibili valori morali” che sono propri degli italiani. Anche in questo passaggio si comprende come Napolitano si ponga quale sentinella del popolo e non come uomo del Palazzo. E, infatti, cita come esempi di virtù semplici cittadine e cittadini, scienziati, medici, volontari che – loro sì – testimoniano ogni giorno i valori dell’Italia. Valori che sono anche quelli della cristianità, espressi da Papa Francesco, ben due volte richiamato nel discorso presidenziale.

Dalle parole di Napolitano traspare un ragionato ottimismo, dunque, che sembra radicarsi soprattutto nelle formazioni sociali intermedie, nei volontari, nelle famiglie, nei gruppi di giovani che fanno innovazione (questo è addirittura un richiamo alla sharing economy che sta prendendo campo in varie forme). La sussidiarietà orizzontale (cioè gli italiani e non i partiti) è l’humus nel quale può germogliare di nuovo quello spirito di coesione, di sacrificio e di servizio che ha fatto grande l’Italia. Questa la politica che il Presidente Napolitano continuerà a praticare (“io stesso ci proverò”), lontano dal Palazzo e al fianco dei “nostri ragazzi”, cioè del futuro, al quale il Presidente Napolitano dedica le ultime parole del suo encomiabile discorso di addio.

(pubblicato sul Secolo XIX del 2-1-2015) @lorenzocuocolo