[27-10-2014] Arbitrato “deflattivo” per una ragionevole durata del processo?

di Michela De Santis, Dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Il Ricostituente, alla vigilia dell’entrata in vigore del d.l. 12 settembre 2014 n. 132, aveva apprezzato l’intento-obiettivo del Governo, espresso negli allora dodici punti della riforma della giustizia, di ridurre l’arretrato pendente dinanzi ai giudici ordinari, e così garantire la ragionevole durata del processo come la Costituzione chiede (art. 111 Cost.), per via di strumenti alternativi anziché risarcitori.

Ciò lo si conferma sebbene la lettura dell’oggi entrato in vigore decreto legge lasci alcune perplessità sulle concrete modalità di trasferimento del contenzioso, dalla sede ordinaria a quella arbitrale, in esso contenute, quindi sul reale immediato effetto deflattivo di dette misure, misure adottate, ciononostante, in via “d’urgenza”. Ci si aspettava, insomma, maggiore meticolosità nella trasposizione delle misure nel testo legislativo, adottato sulla scorta di pur sempre apprezzabili obiettivi. Potrà sempre rimediare la legge di conversione.

In base al nuovo d.l. 12 settembre 2014 n. 132, le parti, a lite insorta e pendente, possono concordemente decidere di lasciare i giudici dello Stato e trasferirsi davanti ad arbitri, magari per cogliere da questi maggiore specializzazione sull’oggetto della lite e maggiore celerità, che sono caratteri tipici e determinanti della scelta arbitrale in luogo di quella ordinaria (non ne coglieranno fino in fondo la riservatezza, dal momento che la lite è già pubblica). Restano salvi, e qui risiede la reale novità, gli effetti processuali e sostanziali della domanda originariamente depositata e le preclusioni maturate, senza che dunque sia necessario riiniziare tutto “daccapo”. Ciò è consentito sia in primo grado sia in appello.

A parte una serie di incoerenze di sistema derivanti da tale trasmigrazione così come non dettagliata dal d.l., se in primo grado è verosimile e auspicabile che ciò accada (che le parti di comune accordo, pur non riuscendo ad addivenire a un accordo transattivo, si accordino di ricorrere all’arbitrato assumendosi ridotte – dal decreto – spese di arbitrato, così sfoltendo l’arretrato pendente) sul pensiero che gli arbitri, e non i giudici, giungeranno a una decisione in una termine ragionevole, in appello, è improbabile che ciò accada: che la parte vittoriosa in primo grado accetti il trasferimento dell’appello alla sede arbitrale quindi di esser gravata dei relativi costi. Dovrebbe poi essere appurata la costituzionalità di una norma che ammette il sindacato e la riforma di una pronuncia del giudice di primo grado da parte di arbitri, quindi appurato che questa non violi l’art. 102, comma 1, Cost. Un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma potrebbe essere quella che le parti, col trasferimento delle cause civili «in grado d’appello pendenti alla data di entrata in vigore del […] decreto» (ex art. 1, comma 1, d.l.), rinuncino, come è loro consentito, agli effetti di una pronuncia di primo grado, a condizione che venga adottato un lodo arbitrale che si pronunci, più che sui motivi d’appello, sulla effettiva tenuta dell’accertamento dei giudici di prime cure e che dunque non è propriamente un lodo “d’appello”.

Sebbene l’obiettivo fosse ed è apprezzabile, l’incentivo di strumenti alternativi sull’idea che non c’è un monopolio dello Stato sulla giurisdizione e che questa è oggi risorsa scarsa (l’art. 24 Cost. quando prevede che «tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi» impone allo Stato di apprestare un sistema giudiziario in grado di garantire quel diritto secondo i modi previsti dagli artt. 101 ss. – e finanche di ragionevole durata – ma non impone ai cittadini di ricorrevi, potendo questi decidere di tutelare i loro diritti disponibili in modo diverso), il d.l. manca di dettagli, quei dettagli che consentono di comprendere sino in fondo la reale percorribilità e tenuta sistematica di quell’alternativa.

Il d.l. mantiene e contiene poi alcune poco comprensibili compressioni della volontà delle parti, che in arbitrato dovrebbe essere sovrana: come la imposizione di un collegio arbitrale e non, alternativamente, di un più economico arbitro unico, e la imposizione di arbitri che siano scelti «tra gli avvocati iscritti da almeno tre anni all’albo dell’ordine circondariale». Le parti dovrebbero poter essere libere di scegliere anche altri: potrebbero infatti volere un tecnico come giudicante – che potrebbe rappresentare la ragione stessa della scelta arbitrale – ai loro occhi risolutivo, ad esempio, di una consulenza tecnica in cui si trova imbrigliato il giudizio ordinario.

L’arbitrato, come previsto dal d.l., non configura un arbitrato “obbligatorio” sull’an che sarebbe incostituzionale (per contrarietà ai principi espressi dagli artt. 24, 25 e 102 Cost.) essendo le parti pur sempre libere di scegliere se ricorrevi o meno, ma imponendo, sotto il profilo del quomodo, forse troppi passaggi derogatori degli artt. 808 ss. c.p.c., potrebbe configurare un arbitrato “ex lege”: costituzionale sì ma forse non opportuno.

L’intento del governo è apprezzabile. È vero che l’arbitrato raramente origina da compromesso, il più delle volte nascendo da clausola compromissoria, accettata dalle parti ben prima che la lite fosse sorta e pendente, da qui le perplessità sul reale effetto deflattivo del nuovo meccanismo, ma c’è un incentivo al suo utilizzo e ciò è positivo. Quel d.l. potrebbe poi sempre essere, come il complesso delle previsioni in esso contenute e i disegni di legge delega approvati sembrerebbero confermare, un primissimo passo verso una direzione che non appare quella sbagliata… anche nell’ottica della costituzionalmente garantita ragionevole durata del processo.

One Response to “[27-10-2014] Arbitrato “deflattivo” per una ragionevole durata del processo?”

  1. max on novembre 14th, 2014

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