[19-10-2014] Equilibri difficili tra diseguaglianze e desiderio di una democrazia inclusiva

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Se oltre un milione di persone ha acquistato e letto l’ultimo corposo saggio economico di Thomas Piketty, economista che lo scorso 8 ottobre ha tenuto una lecture nell’aula magna della Bocconi stipata in ogni ordine di posto, forse signifca che il tema della diseguaglianza è davvero prepotentemente tornato al centro della scena (T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014).

Pare, infatti, che oggi si stia vivendo un’epoca in cui sia le cause di esclusione che gli ostacoli alla partecipazione alla vita politica ed economica sono in forte aumento. Non a  caso, questo, è stato il tema a cui si è dedicata l’ultima edizione del Festival del Diritto, manifestazione che ogni anno invade le strade ed i palazzi del centro di Piacenza, durante l’ultimo week end di settembre (www.festivaldeldiritto.it).

Se poi si guarda alla nostra Costituzione, il tema dell’inclusione assume ancor più rilevanza in quanto tutto il sistema politico e giuridico italiano è (o almeno dovrebbe essere) sottoposto allo stress che emana il principio di eguaglianza sostanziale contenuto nel secondo comma dell’articolo 3.

Il problema, il più delle volte, non è l’assenza di norme. Anzi spesso ne abbiamo anche troppe che si sovrappongono generando incertezza, confusione e discrezionalità applicativa. Semmai è la mancanza di precise politiche pubbliche o di concreta attuazione delle stesse. Talvolta è anche carente la collaborazione tra i poteri dello Stato, come ha insegnato la recente Sentenza n. 135/2013 della Corte Costituzionale, che si è pronunciata per l’effettività e l’immediata applicabilità delle decisioni dei magistrati di sorveglianza nei confronti dell’amministrazione giudiziaria, facendo così avanzare i diritti dei detenuti.

Vi sono molti terreni su cui si possono saggiare esempi di esclusioni, che poi, in definitiva, coincidono con violazioni del principio di uguaglianza. Si pensi al diritto del lavoro, ove la disocuppazione serpeggiante impedisce lo sviluppo economico e sociale delle persone e, forse, ci si dimentica che il tema dei licenziamenti non può essere letto solo nell’ottica del gioco del mercato, poiché la perdita del lavoro è innanzitutto una causa di esclusione sociale. Oppure al diritto di voto, chè è formalmente libero uguale e personale ma spesso pare sottoposto a pressioni indebite e ricatti che la crisi economica accentua ed enfatizza, dando ragione alle parole del giurista americano e giudice della Corte Suprema L. Brandeis (1856-1941): «si può avere democrazia o una enorme ricchezza concentrata nelle mani di pochi. Ma non le due cose assieme».

Lo scorso 1 ottobre, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno messo a segno un altro punto a favore del principio di uguaglianza, depositando un’ordinanza (n. 20661/2014) relativa alla vicenda di un ragazzo di Milano di origine pakistana che nel 2012 aveva chiesto di essere ammesso al servizio civile nonostante fosse privo della cittadinanza italiana. A fronte del diniego è sorta una viceda giudiziaria giunta in Cassazione ove le Sezioni Unite hanno accolto le ragioni dei ricorrenti e sollevato alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. 5 aprile 2002, n. 77 (Disciplina del servizio civile nazionale), nella parte in cui, prevedendo la necessità del requisito della cittadinanza italiana, esclude i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti nello Stato italiano dalla possibilità di esser ammessi a prestare il servizio civile nazionale.

La norma, infatti, sencondo l’Ordinanza della Suprema Corte, costituisce una causa di esclusione non proporzionata e non ragionevole. Preclude allo straniero «il pieno sviluppo della sua persona e l’integrazione nella sua comunità di accoglienza», contrasta con gli artt. 2, 3 Cost. e non appare giustificata dalla lettera dell’art. 52 Cost. che impone al solo «cittadino» il dovere di difendere la patria.

Anzi, proprio perchè effettuato su base volontaria, il servizio civile nazionale deve esser letto alla stregua di uno strumento in grado di premettere la partecipazione ad «una comunità di diritti» che non può avere barriere all’ingresso basate sul criterio della mera cittadinanza.

La palla, quindi, passa ora alla Consulta, mentre la sfida per la promozione di un sistema politico e giuridico inclusivo prosegue, faticosamente, a colpi di sentenze.