[15-9-2014] Lo stallo sulle nomine scredita il Parlamento e suggerisce qualche idea di riforma

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Le assemblee parlamentari, si sa, sono in profonda crisi. Faticano ad assolvere il compito che è loro proprio, quello della rappresentatività, e, spesso, peccano di lungaggini ed inefficenza.

Il fenomeno è mondiale, non solo italiano. Basti pensare che negli Usa il prof. Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci (B. Barber, If Mayors Ruled the World: Dysfunctional Nations, Rising Cities, Yale University Press, 2013), la Primavera araba le ha sostituite con le piazze, nell’Unione Europea il deficit democratico ha quale contraccolpo una massiccia diserzione dalle urne.

Forse, ha ragione il costituzionalista Michele Ainis nel dire che viviamo il tempo della «solitudine al potere» ove tutto si riduce ad «un rapporto verticale con il leader, nel vuoto di rapporti che segue l’eclissi di ogni aggregazione collettiva» (Corriere della Sera, 11 settembre 2014).

Certo è che il nostro Parlamento nazionale, spesso, non fa nulla per invertire la tendenza. Esempio quanto mai lucido è il pessimo spettacolo a cui – ormai da mesi – i cittadini assitono in tema di nomine della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura.

Qui le norme sono chiare: al Parlamento, in seduta comune, spetta la nomina di cinque (un terzo) giudici costituzionali e degli otto membri non togati (sempre un terzo) del CSM. Ed anche i requisiti dei candidati sono chiari, volti ad assicurarne la professionalità e la competenza (artt. 104 e 135 Cost.).

Sennonchè da mesi vi è uno stallo totale e le nomine di spettanza parlamentare sono in balia di ricatti, trattative segrete, prove di forza. Si parla di tutto, fuorchè dei requisiti dei candidati, della loro indipendenza e “compatibilità” istituzionale e giuridica.

Da qui due considerazioni, una per ciascuno dei due organi costituzionali coinvolti.

Quanto al CSM, parrebbe che si sia di fronte all’ennesima prova di come l’organo sia prigioniero dello strapotere delle correnti, come disse il Primo Presidente della Corte di Cassazione Nicola Marvulli nel gennaio 2006, all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Ciò vale sia per i membri togati, che per quelli non togati: il sistema correntizio di nomina permea sia la magistratura che la politica.

Di conseguenza, non da oggi, è sorta l’esigenza di una riforma (per alcuni necessariamente di natura costituzionale, vista la lettera dell’art. 104 Cost., ma il ddl Renzi-Boschi approvato in Senato nulla dice sul punto), della struttura e delle modalità di elezione.

Spunti interessanti erano contenuti nel bel libro scritto a quattro mani dal pm Carlo Nordio e (l’allora) avvocato penalista Giuliano Pisapia (In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili, Guerini e Associati, 2010), ove in particolare il primo fece la proposta “rivoluzionaria” di introdurre il meccanismo del sorteggio tra soggetti qualificati quale modalità per comporre il CSM; l’unica in grado di eliminare «in radice quel legame insidioso che unisce elettori ed eletti».

Quanto alla Consulta, l’attuale stallo sta mettendo in luce quanto sia pericolosa lacuna presente nella l. 2/1967 consistente nell’esclusione del regime di prorogatio per i giudici costituzionali. La legge prescrive che la sostituzione dei giudici avvenga entro un mese (art. 5.2, l. 2/1967) ma il mancato rispetto del termine non implica sanzioni (e quale sanzione potrebbe essere comminata al Parlamento ?). Con la conseguenza che, in un’ipotesi estrema, forse surreale, ma che rende l’idea del problema, ognuno dei poteri che partecipano alla composizione della Corte potrebbe impedire di farla funzionare, non procedendo alle nomine e facendo dunque mancare il quorum (undici giudici su quindici). In aggiunta, a livello più generale, l’auspicio è che la natura dell’organo suggerisca nomine – anche quelle di natura parlamentare – che non abbiano una spiccata caratura partitica. Se da un lato è naturale che le forze politiche tendano all’accordo volto ad assicurare la presenza nella Consulta a candidati di diversa provenineza culturale (ancor prima che politica), dall’altro andrebbe del tutto evitata l’usunza di “targare” come di propria appertenenza questo o quel candidato.

La Consulta non ha bisogno, infatti, di fiduciari dei partiti o portatori di interessi particolari. Ma di giuristi (professori, professionisti, magistrati) appassionati della Costituzione ed in grado di saperla declinare nelle varie questioni che la quotidianità, sempre più complessa, pone davanti.