[09-08-2014] Riforma del Senato: una prova di forza da monetizzare

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Fino a qualche tempo fa nessuno avrebbe creduto che i senatori, per primi, potessero votare il proprio suicidio, approvando una riforma che non prevede più un Senato elettivo, conta meno di un terzo dei seggi attuali, e spoglia la Camera alta di alcune delle funzioni più importanti, a cominciare da quella di indirizzo politico e da quella legislativa.

In quest’ottica, dunque, quella di Renzi è una netta vittoria personale. Certo, non è bello che alcuni gruppi abbiano lasciato l’Aula al momento del voto. Ma è anche vero che, in questa fase di blocco del Paese, era indispensabile procedere in fretta e, pur nei limiti delle procedure parlamentari, limitare al massimo le paludi del dibattito parlamentare, che avrebbero potuto portare al blocco del percorso di riforma.

La festa, però, rischia di essere rovinata dalle notizie dei giorni scorsi sull’andamento dell’economia. L’Italia è tecnicamente in recessione. La speranza lascia posto al realismo e, quindi, è doveroso chiedersi se la riforma delle più alte istituzioni fosse la priorità. Certo, anche il nuovo assetto della forma di governo contribuirà a far funzionare meglio il Paese. Ma sono cose future e incerte, senza nessuna diretta ricaduta sull’oggi.

Probabilmente il valore simbolico di cambiare i palazzi del potere avrà comunque un effetto premiale. Cambiare, razionalizzare, moralizzare la politica, al di là dell’andamento dell’economia, è una necessità per la pancia di molti cittadini.

Se la riforma si fosse arenata, se il voto fosse slittato a dopo l’estate, il presidente Renzi avrebbe patito un contraccolpo di immagine difficilmente recuperabile. Questo, però, vale anche per le prossime tappe del percorso. Serve, infatti, ancora un’approvazione preliminare della Camera e, dopo, le due votazioni con maggioranza qualificata. Infine, il referendum. È un percorso lungo, all’interno del quale ci sarebbe modo di introdurre modifiche migliorative al testo, ad esempio precisando meglio l’identità e le funzioni del nuovo Senato (a cosa serve, insomma?). Se si faranno modifiche, però, si migliorerà l’articolato ma si allungheranno i tempi, innescando un rimpallo tra Camera e Senato che, forse, Renzi, non può permettersi.

Il dilemma, dunque, sarà ancora quello di scegliere fra monetizzare subito un simbolo politico molto forte (quello, cioè, di aver finalmente rivoluzionato il Palazzo) e una riforma più lenta ma meglio ponderata sotto il profilo tecnico. Il tutto in uno scenario di recessione economica e con lo spettro di elezioni politiche anticipate, magari nella primavera dell’anno prossimo. Se Renzi vi arrivasse con troppe promesse e pochi fatti, difficilmente potrebbe avvicinarsi al risultato trionfale ottenuto (sulla fiducia) alle ultime europee.

(Pubblicato su Il Secolo XIX del 09-08-2014)