[28-7-2014] Ancora una riforma sul processo civile: verso una ragionevole durata del processo?

di Michela De Santis, Dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Era il febbraio del 2013 quando il Ricostituente si occupò di irragionevole durata del processo, quindi dell’art. 111 della Costituzione che prescrive che «la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge» e che «la legge ne assicura la ragionevole durata», nonché di Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, poiché tra questi diritti vi sarebbe anche quello ad un processo che abbia una durata ragionevole. Si era fatta qualche considerazione sulla Legge Pinto, come da ultimo modificata, che nel prevedere un risarcimento per le vittime dei processi lumaca voleva essere uno strumento attraverso cui attuare quel diritto costituzionalmente tutelato. Una serie di perplessità, per lo strumento risarcitorio in sé per sé, quindi sulla sua effettiva capacità di ridurre i tempi della giustizia italiana, erano emerse (http://www.ilricostituente.it/2013/02/23/23-02-201-la-costituzionalmente-garantita-ragionevole-durata-del-processo-e-la-recente-modifica-alla-legge-pinto/).

Il Governo Renzi lo scorso 30 giugno  ha presentato i dodici punti della riforma della giustizia. Sul sito internet del Ministero un grafico a torta illustra, molto chiaramente, i dodici punti della riforma divisi in quattro macro-aree (civile, penale, organizzazione e ordinamento) avviando una consultazione pubblica sugli stessi. Di ciascun punto sono indicati gli obiettivi e una relazione tecnica indica come, in concreto, questi verrebbero raggiunti, quindi gli interventi del governo sulla normativa vigente. Già tutto questo è positivo: chiarezza, concretezza e condivisione.

Come prevedibile tra questi punti vi è la riduzione dei tempi della giustizia quindi la sua accelerazione. I punti che coinvolgono la giustizia civile vanno tutti in quella direzione, quindi a risolvere il medesimo problema: punto uno “Riduzione dei tempi. Un anno in primo grado”, punto due “Dimezzamento dell’arretrato” e punto tre “Corsia preferenziale per imprese e famiglia”.

E se, in quell’occasione, si era contestato il “risarcimento del danno” come mezzo per ridurre i tempi dei processi e, al tempo stesso, auspicato un intervento ex ente e non ex post, questo sembra essere arrivato: svecchiamento del processo civile (un processo, si legge nella Relazione tecnica del punto uno, che «è un insieme di tecnicalità progressive, l’una creata dall’altra, che rendono il suo risultato naturale, ovvero la sentenza, faticoso») anche riponendo al centro il principio di oralità quindi riducendo quella lunga appendice temporale scritta tipica del processo di cognizione (il riferimento è ai noti termini 183 c.p.c.) e che è divenuta ormai, per certi versi, anacronistica; dimezzamento dell’arretrato attraverso «misure di degiurisdizionalizzazione» quali l’arbitrato e un istituto di nuova introduzione, la negoziazione assistita; e, infine, il rafforzamento dei Tribunali delle Imprese, quali sezioni specializzate in determinate materie, quindi una estensione della loro competenza per materia includendovi una serie di temi di particolare importanza per la competitività ed economia del nostro Paese (ad esempio — si legge sempre nella Relazione tecnica — concorrenza sleale, pubblicità ingannevole, azioni di classe a tutela dei consumatori).

Con riguardo a questo ultimo punto, (ancora) il Ricostituente aveva espresso «qualche dubbio» all’indomani della loro introduzione (http://www.ilricostituente.it/2012/03/02/1-03-2011-qualche-dubbio-sui-%C2%ABtribunali-delle-imprese%C2%BB-di-monti/) specie nel considerare i Tribunali delle Imprese un’efficace soluzione per ridurre i tempi e, per questa via, attrarre le economie straniere, auspicando una soluzione diversa, e cioè il rafforzamento dei metodi alternativi di risoluzione delle liti  e, in particolare, dell’arbitrato, strumento in grado di garantire specializzazione e celerità. Si era scritto che «migliorare il funzionamento di tale istituto, anche sotto il profilo di una maggiore cooperazione tra arbitri e giudici dello Stato, poteva essere, questo sì, un modo per conquistare un po’ di fiducia da parte delle imprese straniere sempre più scettiche a scegliere l’Italia come sede di arbitrati e di… affari».

L’arbitrato, ma in generale i metodi “alternativi” di risoluzione delle controversie,  compaiono tra le «misure di degiurisdizionalizzazione» per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile previste tra i dodici punti del Governo Renzi. Con specifico riferimento all’arbitrato, le parti che si trovassero davanti al giudice, sia in primo grado che in appello, indipendentemente dall’esistenza di una clausola compromissoria o di un vero e proprio compromesso, potrebbero congiuntamente richiedere di promuovere un procedimento arbitrale quindi di continuare il processo innanzi ad arbitri, fermo restando il limite della disponibilità dei diritti e che questi non riguardino la materia del lavoro, della previdenza e assistenza sociale. Possiamo dunque ritenerci soddisfatti: l’intervento del governo è andato nella direzione auspicata.

Non si era esattamente immaginato, nell’attuare il diritto costituzionalmente tutelato a una ragionevole durata del processo — processo il cui obiettivo, non va dimenticato, è l’attuazione dei diritti e che quindi non andrebbe poi eccessivamente compresso al solo fine di renderlo più veloce — l’ennesima riforma processuale. Ma questa potrebbe sempre non essere “l’ennesima” riforma.