[25-7-2014] Le riforme della giustizia e la Costituzione: un’esigenza davvero utile per il Paese?

di Giorgio Grasso, docente di Istituzioni di diritto pubblico, nell’Università dell’Insubria

Sul tavolo delle riforme, al piano più alto, quello della revisione costituzionale, potrebbe irrompere di nuovo, tra non molto, il tema della giustizia, che ha attraversato, non senza contraddizioni, gli ultimi venti anni della storia repubblicana.

L’attivismo in questo campo, in realtà, non è mai mancato, e tutta una serie di misure legislative hanno cercato di intervenire sui nodi che si chiedeva da più parti al Parlamento di risolvere, come sembra stia accadendo anche nel corso della presente legislatura, con la messa in cantiere di numerosi provvedimenti normativi, presentati sotto forma di dodici punti dal Ministro della Giustizia Orlando e dal Presidente del Consiglio Renzi e sui quali si è aperta anche una inedita consultazione pubblica, che si concluderà nel prossimo mese di settembre.

Alcuni di questi argomenti, come la riforma del processo civile, con la volontà di ridurre drasticamente la durata dei giudizi, dimezzare l’arretrato e offrire una corsia preferenziale per imprese e famiglie, piuttosto che l’adozione di norme contro la criminalità economica e la responsabilità civile dei magistrati, sono stati affrontati da Orlando, in diversi interventi pubblici, come nella sua recente visita a Varese.

Ma se questi e altri profili, quale quello riguardante l’accelerazione del processo penale e quello, solo apparentemente più laterale, del sovra affollamento delle carceri, sembrano rispondere a una complessiva istanza di rendere finalmente più efficace (e di conseguenza più giusto) il sistema di giustizia italiano, i temi più spinosi politicamente, ma forse meno sentiti dalla voce popolare, riguardano proprio la possibile revisione di alcune disposizioni della Carta, in ordine alla separazione tra magistratura giudicante e magistratura requirente, alla modifica della norma che stabilisce l’obbligo per i pubblici ministeri di esercitare l’azione penale, alla struttura, e forse alla stessa composizione, del Consiglio superiore della Magistratura.

Temi questi che a lungo sono stati oggetto di un confronto politico durissimo, temi che però potrebbero diventare meno indigesti, per la coalizione che sostiene il Governo e specie per il suo partito maggioritario, dopo la sentenza della Corte di appello di Milano che ha assolto Berlusconi per i reati, per cui era stato condannato in primo grado, relativamente al caso Ruby.

Ma la domanda vera è in fondo questa. Quanto l’Italia avrebbe davvero bisogno di un’eventuale riforma dei rami alti relativi alla giustizia? E quanto, invece, un eventuale intervento riformatore potrebbe finire soprattutto per fare il gioco di chi confonde il garantismo (sempre auspicabile, senza incertezze) con l’indebolimento dell’indipendenza dei magistrati e il soffocamento di una funzione costituzionale, tante volte di salutare contenimento delle derive del potere della politica?

Si dice esattamente che le riforme vanno fatte in spirito di condivisione e che la Costituzione non può essere mai oggetto della lotta per il potere.

Scopriremo tra non molto se nel patto segreto del Nazareno, tra i due fratelli siamesi della politica italiana, Renzi e Berlusconi appunto, c’è anche il celato desiderio di spuntare le armi dei giudici, a tutto vantaggio della politica e di una sovranità popolare, che si vorrebbe senza i vincoli che la Costituzione a essa pone.

(Pubblicato su La Provincia di Varese, del 24 luglio 2014)