[14-7-2014] Il Presidente della Repubblica da “larghe intese”

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi — @lorenzocuocolo

Una delle modifiche più significative contenute negli emendamenti presentati al Senato in Commissione affari costituzionali riguarda il Presidente della Repubblica. Le novità non riguardano tanto i poteri, per i quali dovrebbe rimanere una elasticità di fondo, lasciata alla concreta interpretazione da parte del Presidente in carica, alla luce del quadro politico complessivo e della sua personale sensibilità. Cambiano, invece, le modalità di elezione. Ma, si sa, spesso la forma è sostanza e il modo in cui viene eletto il Presidente si riflette sul potere che potrà esercitare in corso di mandato.

La prima novità riguarda il collegio elettorale: il Parlamento in seduta comune (cioè deputati e senatori insieme) non sarà più integrato dai rappresentanti regionali. Questo è facilmente comprensibile se si pensa che il nuovo Senato sarà diretta espressione delle comunità regionali, che quindi saranno compiutamente rappresentate anche per l’elezione del Presidente della Repubblica.

La seconda novità, più rilevante, riguarda le maggioranze con le quali il Presidente sarà eletto. L’attuale art. 83 della Costituzione prevede un sistema binario: maggioranza dei due terzi per i primi tre scrutini, maggioranza assoluta dal quarto in poi. Il nuovo testo, invece, prevede un sistema ternario, con quattro scrutini a maggioranza dei due terzi, altri quattro a maggioranza dei tre quinti e, solo dal nono scrutinio in avanti, la maggioranza assoluta. Questa innovazione ha due risvolti principali: da un lato forza i partiti a trovare un accordo ampio per eleggere un Presidente condiviso. Dall’altro lato può consentire la composizione di maggioranze particolari nel secondo troncone, quello dei tre quinti. Se, infatti, con i due terzi si può eleggere solo un Presidente davvero trasversale e, all’estremo opposto, con la maggioranza assoluta si può eleggere il Presidente sostenuto solo dalla forza politica principale, con la maggioranza intermedia – quella dei tre quinti, appunto – si può trovare una convergenza da “larghe intese” tra lo schieramento di governo ed altri da questo non troppo distanti. Ciò potrebbe portare all’elezione di Presidenti moderati, tributari di un ampio consenso anche se non del tutto trasversale.

L’altra grande innovazione riguarda, come si accennava, il Senato. Nonostante alcune spinte per la soppressione, la seconda Camera rimarrà in vita, ma con compiti e composizione assai rimaneggiati. Sarà finalmentesuperato il bicameralismo perfetto (ormai quasi scomparso dal panorama comparato dei sistemi unitari) ed il nuovo Senato sarà composto da cento componenti, la maggioranza dei quali provenienti dai territori. Novantacinque, infatti, saranno eletti dai Consigli regionali fra i propri membri o fra i sindaci dell’area territoriale di riferimento, con un sistema proporzionale che garantirà la rappresentanza delle minoranze. Solo cinque saranno nominati, e non più a vita, dal Presidente della Repubblica, fra personalità insigni.

Sembra tenere, dunque, l’architettura di fondo voluta dal Presidente Renzi: i cittadini non andranno più a votare per eleggere i senatori. Questi diminuiranno sensibilmente di numero (da 315 a 100) e saranno selezionati con un sistema di secondo grado che ricorda da vicino il modello del Sénat francese. Siamo molto lontani, invece, dall’esperienza del Bundesrat tedesco, formato da delegati dei governi dei Lander.

(Pubblicato su www.giornalettismo.com il 10-7-2014)

One Response to “[14-7-2014] Il Presidente della Repubblica da “larghe intese””

  1. jesse on novembre 12th, 2014

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