[8-7-2014] Tra efficienza e partecipazione: tutte le insidie della riforma costituzionale

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Lo scorso 3 luglio è cominciata alla Commissione Affari Costituzionali del Senato quella sorta di maratona che sarà la discussione del progetto di riforma costituzionale.

Con l’inizio dell’iter parlamentare (il testo di partenza è il d.d.l. del Governo, pubblicato per la prima volta il 31 marzo 2014, su cui si sono inseriti gli emendamenti dei Sen. Finocchiaro – Calderoli), sorgono alcuni interrogativi di fondo, utili anche per valutare il globale percorso della riforma.

C’è un primo dato (positivo) da notare: il livello di attenzione dell’opinione pubblica, sia sull’intento riformatore che sul merito delle riforme progettate, è ragionevolmente alto. Di certo molto più elevato di quanto avvenne a proposito della legge cost. 1/2012 (che però ha modificato il solo art. 81 cost.), oppure durante la discussione dell’articolato progetto di riforma AC. 5386 che pure, sempre nel 2012, mese di luglio, venne approvato in Senato in prima lettura, trasmesso alla Camera, per poi perdersene le tracce, complice anche la caduta del governo Monti (può essere consultato su: http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00739725.pdf.).

Guardando dall’alto l’impianto della riforma pare ben perseguito il desiderio di una maggiore efficienza istituzionale, leggermente sopravvalutato il tema dei costi, carente il soddisfacimento dell’istanza partecipativa.

Vi è infatti, in prima battuta, il giusto perseguimento di una “democrazia efficiente”, in cui le decisioni sono adottate in tempi certi ed il processo deliberativo è privato di alcune lungaggini stucchevoli.

Oggi la governance globale richiede scelte sempre più rapide ed immediate, ed il legislatore non è immune rispetto a tali istanze. In questo senso si legge una parte della riforma, a partire dal superamento del bicameralismo perfetto (sul come, poi, persistono dubbi, contrapposizioni, ed alcune criticità di cui si è occupato anche il Ricostituente; da ultimo è interessante lo spunto I moltiplicatori della spesa di Giavazzi ed Alesina, Corriere del 6 luglio) e l’importante introduzione di una corsia preferenziale, con tempi certi di deliberazione, per i d.d.l. provenienti dal Governo, come in uso nel sistema tedesco.

Sembra meno marcata, invece, la volontà di aumentare il tasso di democrazia e partecipazione nei luoghi decisionali, aspetto che invece necessiterebbe estrema attenzione. La salute di una democrazia, infatti, si fonda sull’alto grado del sentimento civile della sua cittadinanza. Le technicalities giuridiche costituzionali hanno anche il compito di aiutare lo sviluppo di tale sentimento e non invece quello di frustrarne le attese. Da qui, dunque, non si capisce la ragione di alcune proposte, quali l’emendamento – appoggiato anche dalla maggioranza – introdotto in Commissione per l’innalzamento del numero di firme necessario per la proposta di legge di iniziativa popolare (dalle attuali 50.000 a 250.000, art. 71 cost.), il mancato dibattito sul referendum propositivo, la freddezza con cui è stata accolta l’idea (che sollevò anche all’Assemblea Costituente Egidio Tosato), di aumentare la platea dei grandi elettori per l’elezione del Presidente della Repubblica (stante la proposta diminuzione dei Senatori).

Quindi, i costi. Il Governo, con un certo eccesso demagogico, ha inserito il desiderio di risparmio anche nel titolo del d.d.l. E’ ovvio, la riscoperta della sobrietà pubblica è una sfida cui la politica non si può sottrarre, ma attenzione a non fare di questo tema il faro della riforma.

Perché se si parla solo dei costi, si soffia pericolosamente sul fuoco di un certo populismo che farebbe volentieri a meno in un sol colpo di tutte le istituzioni. Fatto, questo, confermato dal risultato di un sondaggio di IPR Marketing sulla riforma costituzionale, presentato lo scorso 7 luglio, che ha visto prevalere tra gli intervistati, con la maggioranza assoluta del 53%, il desiderio di abolire totalmente Senato, anziché riformarlo (http://www.iprmarketing.it/sites/default/files/riforrmeiprsenato.pdf). Infondo, ha ben scritto di recente con la solita ironia il costituzionalista Michele Ainis «non possiamo basarci solo sulla fattura da pagare, perché stiamo ristrutturando il bicameralismo e non un bilocale».

Quindi, un post scriptum. Sarebbe bene abbandonare l’idea di un “pacchetto” di riforme da votare con un’unica legge costituzionale e votare invece tante leggi quanti sono gli oggetti sostanziali che si vuole riformare. Il “pacchetto”, infatti, evidenziava anche Valerio Onida «porta inevitabilmente i partiti ed i gruppi a mercanteggiare fra loro, accettando ciò che non vorrebbero – e magari non dovrebbero – accettare pur di far passare un altro pezzo di riforma che hanno a cuore». Con l’aggiunta che, in caso di successivo referendum costituzionale, si priverebbe gli elettori della possibilità di esprimersi liberamente, privilegiando la logica del prendere o lasciare. E dimenticandosi, in definitiva, che la Costituzione non è merce di scambio, non è strumento per riscuotere futuri dividendi elettorali e neppure arma impropria per dimostrare una diversità verso l’inconcludente politica degli ultimi trent’anni. Che pure non è particolarmente rimpianta.