[26-5-2014] Lo sport è un diritto?

di Michela De Santis, Dottorando di ricerca in scienze giuridiche, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Il 20 maggio 2014, nell’ambito del corso di diritto pubblico dell’università commerciale “Luigi Bocconi”, si è tenuto un seminario a porte aperte in cui il presidente del CONI, Giovanni Malagò, invitato da Lorenzo Cuocolo, era chiamato a rispondere all’interrogativo “lo sport è un diritto?”. Perché sport e diritto sono più vicini di quanto si pensi.

Lorenzo Cuocolo, in apertura, ha sottolineato l’importanza dello sport non solo perché, come notorio, sport vuol dire salute, ma anche per la sua valenza sociale in quanto «lo sport appiana le disuguaglianze», perché «valorizza lo sviluppo sostenibile», perché «è motore del turismo». Lorenzo Cuocolo ha dunque messo in luce una serie di  aspetti positivi dello sport taciuti o comunque troppo poco propagandati.

Nella nostra Costituzione, ha detto sempre Cuocolo  nella veste di docente di diritto pubblico, non v’è nessun riconoscimento allo sport, a differenza di altre carte costituzionali come quella greca che all’art. 16 afferma che «gli sport sono posti sotto la protezione e l’alta sorveglianza dello Stato. Lo Stato si farà garante e controllerà tutti i tipi di associazioni sportive specificate dalla legge. L’utilizzo dei sussidi, in conformità con i propositi e gli scopi delle associazioni beneficiarie, dovrà essere disciplinato dalla legge»  o quella portoghese che afferma che «ognuno ha il diritto di ricevere l’educazione fisica e ad esercitare lo sport. È dovere dello Stato, unitamente alla scuola, ai gruppi ed alle associazioni sportive promuovere, stimolare, guidare e sostenere la pratica e la diffusione dell’educazione fisica e dello sport ed, altresì, prevenire la violenza nello sport», per citare solo due esempi.

Nella Costituzione italiana l’unico cenno all’«ordinamento sportivo» si ritrova nell’art. 117 Cost. dedicato al riparto delle competenze tra Stato e Regioni rientrando l’ordinamento sportivo tra le materie di legislazione concorrente quindi tra quelle materie su cui le regioni hanno potestà legislativa fatto salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, che è riservata allo Stato. Dunque lo sport, nella Costituzione italiana, è solo una competenza da ripartire e non un diritto da tutelare.

Eppure la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (art. 32) e allora perché non riconoscere allo sport la sua funzione di mantenimento dell’integrità fisica dell’individuo? La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art. 2), e non è forse lo sport uno di questi? Ancora: la nostra Costituzione afferma che i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente (art. 18) e non vi rientra forse, nell’ambito applicativo di questa norma, anche l’associazionismo sportivo?

Giovanni Malagò è sicuramente uno dei sostenitori di una proposta di revisione costituzionale che positivizzi il diritto allo sport. Malagò oltre a confermare i molteplici aspetti positivi dello sport messi in luce dal professor Cuocolo ne aggiunge uno ulteriore da tenere in considerazione: che «lo sport fa PIL sia direttamente che indirettamente» che significa che produce ricchezza per il Paese sia in sé per sé per tutte le attività di sport business ad esso correlate, aspetto  — quello dell’incidenza sul PIL— che, specie di questi tempi, è tutt’altro che secondario quando si inizi a pensare a una qualsivoglia riforma.

Così il presidente del CONI —  ed è lui stesso a riconoscerlo — ma lo stesso discorso può ben valere per i vertici di governo, dovrebbero, prima di tutto, saper cogliere il  potenziale inespresso dello sport  e, solo in seconda battuta, pensare al medagliere delle Olimpiadi. Oggi la vera sfida del presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, per Malagò, non è tanto e solo la preparazione degli atleti italiani in vista delle Olimpiadi, quindi l’organizzazione e il potenziamento dello sport italiano attraverso le federazioni nazionali sportive a ciò deputate, ma  la promozione dello sport tout court inteso: attraverso le scuole, attraverso il potenziamento degli impianti sportivi che, da un lato, aiutino a combattere  quella sedentarietà che sempre di più caratterizza le giovani generazioni e, sotto altro profilo, che consentano a tutti di praticare sport e di avere una chance di diventare campioni olimpionici, perché, ha ricordato Malagò, gli stessi campioni olimpici sono passati,  passano e continueranno a passare dalla scuola.

Per Malagò non vale solo l’equazione salute = sport, ma anche sport = meno spesa pubblica.  Lo Stato dovrebbe dunque garantire il diritto allo sport anche perché l’attività sportiva, facendo bene alla salute, fa risparmiare sulla sanità.

Tutto passa, anche e necessariamente, attraverso la diffusione di una cultura dello sport, insegnata e divulgata, non solo dunque perché lo sport fa bene alla salute dei singoli individui ma anche perché, come ricordato da Malagò, lo sport fa bene all’Italia. Che poi anche l’Italia, di recente, non goda proprio di ottima salute e lo sport faccia bene anche a “lei”… è una coincidenza.