[23-5-2014] Il voto europeo tra ricorsi costituzionali e dilemmi politici

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Tanti stati, tante regole. Così si potrebbe riassumere, da un certo punto di vista, la tornata elettorale europea che da giovedì 22 sino a domenica 25 maggio interesserà i ventotto paesi membri dell’UE.

I cittadini europei, infatti, voteranno con ventotto leggi elettorali distinte, nonostante il Trattato di Lisbona (cioè il Trattato sull’Unione Europea ed il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), sul punto parli chiaro. L’articolo 223 TFUE infatti auspica che il Parlamento europeo elabori «un progetto volto a stabilire le disposizioni necessarie per permettere l’elezione dei suoi membri a suffragio universale diretto, secondo una procedura uniforme in tutti gli Stati membri o secondo principi comuni a tutti gli Stati membri».

Così, in attesa di una legge elettorale comune per l’elezione del Parlamento europeo, che sarebbe un importante tassello per dare nuova linfa alla spinta federalista, fioccano i ricorsi sulle singole leggi nazionali.

Nel novembre 2011, la Corte costituzionale federale tedesca (caso BVerfG, 2 BvC 4/10) ha accolto due ricorsi in materia elettorale nella parte in cui, in particolare, contestavano la legittimità costituzionale della clausola di sbarramento del 5% applicata fin dal 1979 nell’elezione dei deputati del Parlamento europeo spettanti alla Germania. I giudici di Berlino hanno infatti statuito che la soglia di sbarramento prevista dalla legge tedesca, nel contesto delle elezione europee, viola i principi dell’uguaglianza nel diritto di voto e delle pari opportunità dei partiti politici ed è perciò illegittima.

Sulla scia della decisione tedesca, anche in Italia, da qualche settimana, pende un ricorso alla Consulta.

Il Tribunale di Venezia, nei primi giorni del mese di maggio, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale proprio con riferimento alla soglia di sbarramento presente nella legge elettorale italiana per l’elezione del parlamento europeo (L. 29/1979, come integrata, anche con la previsione della soglia, dalla L. 10/2009). Come noto, la nostra legge italiana prevede che i 73 seggi spettanti all’Italia nel Parlamento europeo, possano essere ripartiti soltanto tra candidati che appartengono a liste che «abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 4 per cento dei voti validi espressi» (articolo 21, comma 1bis, L. 29/1979, come integrata dalla L. 10/2009).

Se nel contesto delle elezioni politiche, lo sbarramento può essere un meccanismo per assicurare  maggiore capacità decisionale all’organo assembleare e più stabilità all’esecutivo che “vive” fintanto che è sorretto dal rapporto fiduciario con il Parlamento, per i ricorrenti tali ragioni sono estranee alla logica dell’elezione europea.

Anzi, il ricorso, da quanto si è appreso, individua quale norma costituzionale violata il secondo comma dell’articolo 48 Cost. («Il voto è personale, uguale, libero e segreto»), prendendo in considerazione, quali parametri interposti, le norme del Trattato di Lisbona. In particolare l’articolo 10 TUE dove si afferma che «il funzionamento dell’Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa» e «i cittadini sono direttamente rappresentati, a livello dell’Unione, nel Parlamento europeo» e l’articolo 14 TUE, che in analogia al nostro articolo 48 Cost. afferma: «I membri del Parlamento europeo sono eletti a suffragio universale diretto libero e segreto».

Sul voto italiano del 25 maggio, dunque, pende una spada di damocle.

Da un lato, i ricorrenti ed i piccoli partiti che tifano per il ricorso mostrano certezza sul buon esito del ricorso, confidando nel precedente della decisione tedesca. Con l’inevitabile conseguenza che il giorno dopo la sentenza della Consulta si aprirebbe un ampio dibattito (quasi un remake di quello successivo alla sentenza sul porcellum) sull’applicabilità retroattiva della decisione anche alle elezioni di domenica 25 maggio (e conseguente necessità di revisione postuma della ripartizione dei seggi), ovvero sull’esautorazione dei nostri parlamentari europei perché eletti in base a una legge dichiarata poi incostituzionale.

Dall’altro lato, è lecito anche porsi degli interrogativi critici sul ricorso. Perché se è vero che il Parlamento europeo non ha oneri di governabilità, né vota la fiducia ad un governo è altresì vero che con il Trattato di Lisbona qualcosa è cambiato. E’ infatti aumentata la capacità del Parlamento d’imporre le proprie posizioni in un sistema decisionale multilivello, la codecisione è divenuto il procedimento legislativo ordinario, per la prima volta la nomina del Presidente della Commissione dovrà essere effettuata ”tenendo conto” della composizione del Parlamento. Infine, più in generale, tanto più i Parlamentari europei saranno organizzati in grandi gruppi politici, quanto più potranno sostenere compattamente i propri indirizzi politici di fronte alle altre istituzioni dell’Unione e far sentire così la propria voce.